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Categoria: Cinema
Creato Domenica, 10 Novembre 2019

Sorry We Missed YouSorry We Missed You, recensione di Luca Baroncini

di Ken Loach 

con Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone

Per fortuna c’è Ken Loach che in un cinema di supereroi e di ricchi ricchissimi che vorrebbero esserlo ancora di più ci ricorda che esiste anche una moltitudine silenziosa che vive sul filo e permette all’ingranaggio di funzionare, quasi mai godendone i frutti. Dopo la Palma d’Oro a Cannes del 2016 con “Io, Daniel Blake”, dove il regista inglese si insinuava nel terreno irto di insidie della burocrazia, questa volta il tema, affrontato come sempre di petto, è quello del precariato.

Loach ha ancora una volta le idee chiare, è uno dei pochi registi che viene dalla classe operaia ed è ai più deboli che il suo sguardo si rivolge. Grande osservatore della realtà, attento alle contraddizioni contemporanee (esigiamo un pacco in 24 ore ma non ci curiamo di cosa c’è dietro), racconta il progressivo disagio di una famiglia inglese. Ricky decide di mettersi in proprio e acquista a rate un furgone da una società di corrieri per cui farà consegne; la moglie assiste persone non autosufficienti a domicilio, la figlia undicenne deve sbrigarsela spesso da sola e l’altro figlio combatte le battaglie dell’adolescenza. Sono una famiglia come tante, in cerca di un futuro migliore, disposta a fare sacrifici, ma l’equilibrio sarà messo a dura prova dal nuovo lavoro di Ricky, sempre più insostenibile: ritmi incessanti, giornate lavorative di dodici ore, nessun diritto, assenza di tutele, mancanza di solidarietà. In pratica se ti fermi sei perduto e risulta impossibile ammalarsi, perfino andare in bagno, figuriamoci trascorrere un po’ di tempo senza assilli con la propria famiglia. L’aspetto più interessante, conferma del talento di Loach per la messa in scena, è l’umanità con cui descrive l’ambiente familiare e lavorativo in cui si muovono i personaggi. Tutto appare credibile, le facce, i gesti, i luoghi; c’è sempre una naturalezza nei personaggi di Loach, e del suo fidato sceneggiatore Paul Laverty, in grado di creare un’empatia immediata. Poi, come accade molte volte al regista inglese, l’ideologia prende il sopravvento, per cui si perde la misura in un eccesso di sfighe che anziché avvalorare la tesi sostenuta finiscono per annacquarla, dando vita all’ennesima vittima a senso unico del sistema. Il film ha quindi il pregio di farsi specchio della contemporaneità, fotografata con grande lucidità e in modo problematico, ma il difetto di dover tirare le somme e giungere a conclusioni assolute. Curiosamente “Sorry, We Missed You” è più asciutto ed efficace del precedente e incensato “Io, Daniel Blake”, ma a Cannes, dove è stato presentato in Concorso, è passato nell’indifferenza. 

 

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