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Categoria: Cinema
Creato Martedì, 10 Dicembre 2019

Dal Film Ritratto della giovane in fiammeRitratto della giovane in fiamme,  recensione di Luca Baroncini (n°228)

di Celine Sciamma

con Adèle Haenel, Noémie Merlant, Valeria Golino

Un’isola della Bretagna. Il 1770. Una ragazza promessa sposa a un non meglio definito nobile milanese. Una madre che incarica una pittrice di fare un ritratto alla figlia per dare modo allo sposo di conoscerla. Una pittrice che si finge dama di compagnia, perché di quel ritratto la protagonista del quadro, ostile alle nozze, non deve saperne nulla. E poi una grande casa, vuota. La natura selvaggia. Il vento, forte.

L’infrangersi delle onde sulle scogliere. La luce, accecante, prima che al termine del giorno le tenebre immergano ogni cosa nel buio. Un’iniziale diffidenza tra le due ragazze che sfuma gradualmente in qualcos’altro. È proprio lì che lo sguardo della regista, la francese Celine Sciamma, si concentra.

Senza fretta, lasciando che un sentimento abbia modo di rendersi sufficientemente consapevole e bruciante per uscire allo scoperto e cercare corrispondenza.

Sotto una superficie raggelata, che anche l’arte inizialmente asseconda (il primo, poco rappresentativo, ritratto), cova quindi un fuoco interiore che la messa in scena concorre a valorizzare. Una storia d’amore, uguale a tante altre eppure diversa da tutte (proprio come ogni storia d’amore), che la regista colloca più di duecento anni fa ma che si riverbera perfettamente nel presente e va di pari passo con il tentativo di dare voce alle tante artiste del passato impossibilitate a esprimere la propria creatività in un mondo che le escludeva. Un’opera quindi universale, anche se volutamente parziale, a tratti forzata nell’escludere totalmente le figure maschili, che mette in scena una sorta di mitologia dei sentimenti. Un’opera anche molto contemporanea, perché in grado di parlare a un oggi in cui rigidità e chiusure mentali vestono abiti meno ingombranti, hanno in alcuni casi un’apparenza più conciliante, ma sono sempre presenti. 

A colpire, oltre alla progressione del rapporto amoroso tra le due protagoniste, sono la composizione delle inquadrature, sempre tese al bello, e la suggestione del contesto, costruito ad arte per far risaltare l’inquietudine dei personaggi, con quel paesaggio così selvaggio in netto contrasto con una pacatezza formale che si rivela solo maschera dietro cui nascondersi. Di grande fascino l’incursione nei riti ancestrali del paese grazie alla felice combinazione di luce e suoni. 

Ciò in cui sembra eccedere la regista è la misura con cui filtra le emozioni delle due protagoniste, controllate anche quando il fuoco pare divampare. Un po’ inflazionato, poi, il ricorso al mito di Orfeo ed Euridice, anche se sempre efficace quando si parla di amori spezzati. 

Presentato in Concorso al Festival di Cannes ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura.

 

 

 

 

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