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Categoria: Cinema
Creato Sabato, 18 Gennaio 2020

UFFICIALE E LA SPIA-conferenza stampaAllen, Polanski, Scorsese: i loro ultimi film sono davvero capolavori? di Luca Baroncini (n°229)

Pare che per uscire di casa e andare al cinema sia sempre più necessario il superlativo. Per un film carino, magari solido, pure interessante, nessuno si muove più. Va così il mondo, si dirà. Per vendere devi gonfiare, rendere l’esperienza unica e insostituibile. È l’approccio social media in cui per cliccare sul link devi essere sicuro che ne valga la pena.

Peccato che dopo il clic arrivi quasi sempre la delusione e non ci sia mai corrispondenza tra il superlativo che ti induce a scoprire quella cosa di cui proprio non potevi fare a meno in quell’instante e ciò che invece ti si palesa davanti. Ma che importa, intanto hai cliccato, il tuo clic è stato registrato e la somma di quelle delusioni non arriverà mai a nessuno. Soprattutto, non importa a nessuno. 

La critica cinematografica, di solito più attenta, scrupolosa e meno incline a lasciarsi andare alle mode, abbraccia invece in pieno questo approccio sensazionalistico. Il film interessante diventa quindi il capolavoro. Che barba viene da dire. Di capolavori, parola inflazionatissima e diventata di conseguenza insopportabile, ce ne sono pochi, spesso è la capacità di sopravvivere nel tempo a renderli tali, eppure è uno degli aggettivi più ricorrenti quando si chiede a caldo di commentare un film che è piaciuto. E sembra che molte opere cinematografiche uscite di recente lo siano. 

Vediamo di fare un po’ di chiarezza considerando, imprescindibilmente, che nel cinema, come in tutti i campi, vige la soggettività e sono le motivazioni a dare sostanza al proprio lecito sentire. Sono almeno tre i titoli recenti che soffrono di quest’ansia da capolavoro: “The Irishman” di Martin Scorsese, “Un giorno di pioggia a New York” di Woody Allen e “L’ufficiale e la spia” di Roman Polanski. Tutte e tre sono opere interessanti di autori tra i più importanti al mondo e universalmente riconosciuti, che non hanno più da dimostrare niente a nessuno; ma non sono capolavori. “The Irishman” dura tre ore e mezza e si sentono tutte, l’ultima parte è molto intensa, ma nelle prime due ore e mezza rimarca il noto e si può considerare come un sunto del cinema di Scorsese e del mondo della mafia di cui ci ha resi da sempre testimoni; poco convincente, poi, il ricorso alla computer grafica per ringiovanire i protagonisti, con effetti più grotteschi che riusciti. “Un giorno di pioggia a New York” è una piacevole commedia in stile Woody Allen: New York, il jazz, ambienti altolocati, baruffe affettive, cast di stelle e una leggerezza che vola via come una piuma senza lasciare particolare traccia. “L’ufficiale e la spia” è invece un’opera solida che sviscera la complessità di un fatto storico divisivo e importante come “l’affare Dreyfuss” con senso dello spettacolo e dando alla scansione degli eventi adeguata profondità, ma in alcune parti tira aria da sceneggiato, anche nel celeberrimo “J’accuse”, messo in scena con toni un po’ enfatici ai limiti della caricatura. 

Per tutti e tre i film viene poi il sospetto che la sopravvalutazione possa derivare sia da una venerazione acritica nei confronti degli autori, càpita, ma anche da motivi extra cinematografici, una sorta di difesa a oltranza. Per Allen e Polanski ad accentuare gli entusiasmi cinematografici potrebbero essere state  le polemiche  relative alle rinnovate accuse di molestie sessuali; per Scorsese, invece, il surplus di benevolenza potrebbe derivare dalle dichiarazioni fatte dal regista contro la Marvel e il cinema Luna Park dei supereroi. Nel primo caso si difende l’artista provando a non giudicare l’uomo, nel secondo ci si schiera a favore di un cinema inteso non solo come divertimentificio. Per Allen e Polanski la questione è sicuramente complessa e anche non liquidabile con superficialità, tra l’altro vengono spesso accomunati ma la loro situazione è molto diversa (Allen è già stato scagionato venticinque anni fa per le stesse accuse); per Scorsese, invece, si è fatto diventare un caso la risposta a una domanda specifica in una intervista trasformando, di fatto, un punto di vista in una crociata. In tutti e tre i casi, però, si è strumentalizzata l’opera cinematografica per parlare di altro finendo per mettere a tacere qualsiasi spirito critico.

 

 

 

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