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Categoria: Cinema
Creato Sabato, 18 Gennaio 2020

House of cardsHouse of Cards, recensione di Luca Baroncini (n°229)

“House of Cards” è una delle serie che hanno cambiato la televisione. Prima di tutto perché è stata quella che ha imposto Netflix nel mondo (anche se in Italia è visibile solo su Sky a causa di accordi precedenti all’avvento di Netflix nel nostro paese), cambiando così il modo di fruire una serie, non necessariamente una puntata a settimana ma tutte le puntate che si vuole quando si vuole e sul supporto che si vuole (il termine binge-watching, tanto in voga, sta a significare proprio “guardare senza sosta”), ma anche perché ha trasportato registi e stelle del cinema dal grande al piccolo schermo. A partire dal regista David Fincher (“Seven” e “Fight Club” tra i suoi film di culto), fino ai due protagonisti, Kevin Spacey e Robin Wright. 

Nella serie, messa in onda a partire da febbraio 2013, si raccontano gli intrighi del potere nella scena politica americana. Lo spunto è l’omonima miniserie televisiva britannica trasmessa dalla BBC in quattro puntate nel 1990, a sua volta basata sull’omonimo romanzo di Michael Dobbs pubblicato nel 1989. Il protagonista è il deputato democratico Frank Underwood, arrivista e senza scrupoli. Una promessa non mantenuta, la nomina a Segretario di Stato da parte del neopresidente degli Stati Uniti, genera in lui una voglia di rivalsa e di vendetta. L’obiettivo è chiaro: raggiungere i vertici del potere costi quel che costi. Ad aiutarlo nel cammino la moglie Claire e il fido tuttofare Doug. Nel corso di sei stagioni succede di tutto e i due coniugi diventano sempre più emblema di un sistema marcio e corrotto dove l’interesse dei cittadini è l’ultimo dei pensieri e ogni mossa cova esclusivamente il raggiungimento di obiettivi personali. Una coppia diabolica quella formata da Frank e Claire che a ogni rinnovo di stagione si spingono un po’ più in là, sempre oltre il lecito, per uscirne rinvigoriti, più potenti e ancora una volta impuniti. Determinante il carisma del protagonista Kevin Spacey, icona fin dai tempi de “I soliti sospetti” e “Seven” del male assoluto e perfetto nell’incarnare arrivismo, crudeltà, intelligenza, strafottenza e fascino. Uno dei cattivi televisivi che lascerà il segno, tra l’altro destabilizzando le certezze dello spettatore, costantemente incerto tra seduzione e condanna. 

Poi la storia è nota, nel 2017 Kevin Spacey viene accusato di molestie sessuali e licenziato lasciando un vuoto difficilmente colmabile, tanto che Netflix annuncia che la sesta stagione sarà l’ultima. Una conclusione che raccoglie un’eredità difficile ma riesce a dribblare l’assenza del suo protagonista con una sceneggiatura ancora una volta spiazzante e che, nonostante qualche sbilanciamento di scrittura, tiene inchiodati fino alla fine. Certo, è come vedere “Il silenzio degli innocenti” senza Hannibal Lecter, ma Robin Wright si conferma sufficientemente mefistofelica per non farci rimpiangere del tutto Kevin Spacey, la cui presenza/ assenza è comunque perno del racconto. Con l’ultima puntata, un po’ effettistica va detto, si conclude una serie che ha segnato per sempre il nostro immaginario. Ci mancheranno Claire e Frank, fautori di un sistema politico orrendo ed estremizzazione di una realtà per fortuna soltanto immaginata. Un dubbio, però, sorge spontaneo: e se la realtà fosse peggio?

 

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