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Categoria: Cinema
Creato Domenica, 01 Marzo 2020

Shia LabeoufHoney Boy, recensione di Luca Baroncini

di Alma Har’el 

con Shia LaBeouf, Lucas Hedges, Noah Jupe,  Byron Bowers, Laura San Giacomo

Sapete chi è Shia LaBeouf?

In tal caso passate direttamente al punto A) altrimenti continuate a leggere.

Shia LaBeouf è una star hollywoodiana. È un talento fin dall’infanzia, a dieci anni è già un attore professionista e a quattordici anni è protagonista della sit-com Disney “Even Stevens”, da noi arrivata solo successivamente ma di grande successo negli Stati Uniti. Dopo non si è più fermato, ottenendo il successo presso il grande pubblico con il franchise “Transformers” prima, e con “Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo” dopo.

Poi qualcosa si inceppa, il successo gli dà alla testa, o semplicemente non lo sa gestire, e comincia un copione già visto di eccessi ed eccentricità: arresti, risse, droga, condotte moleste, alcool. Nel corso degli anni, probabilmente anche in seguito alle intemperanze caratteriali, la sua carriera ha preso una piega meno mainstream e più indipendente e arriva il momento in cui il Tribunale lo obbliga a un periodo di riabilitazione.

A) Il film racconta il rapporto problematico tra un padre alcolista, sempre in preda a sbalzi di umore, e un figlio preadolescente star della televisione. Un rapporto complicato dal fatto che il padre dipende economicamente dal figlio che di fatto lo assume al suo servizio per portarlo agli appuntamenti di lavoro. Un bambino che si trova quindi obbligato a rivestire il ruolo di capofamiglia e un uomo fiero del figlio ma anche pieno di risentimento nei suoi confronti. L’ambivalenza abbraccia il film che per fortuna non si accontenta di ritagliare una vittima e un carnefice ma cerca nelle mezzetinte la verità di un rapporto affettivo conflittuale dove amore incondizionato e insane pulsioni si trovano a convivere.

Per poter apprezzare il film della documentarista Alma Har’el bisogna superare alcuni, più che leciti, preconcetti. L’ostacolo maggiore è quello di sentirsi l’obiettivo dell’ennesimo sfogo a senso unico attraverso un utilizzo del cinema come terapia. La storia, infatti, è vera. LaBeouf ha scritto la sceneggiatura come compito impartitogli dal proprio terapista e per completare il trasfert ha deciso di interpretare il ruolo di suo padre. È un vero e proprio psicodramma quello a cui assistiamo, in cui un attore mette in scena la sua vita per placare i propri fantasmi interiori. Una volta superato l’empasse di sentirsi ricettacolo di angosce esistenziali altrui, cosa peraltro che al cinema, in modo meno smaccato, accade di frequente, si apprezza la misura con cui la regista scandaglia ragioni e torti di dinamiche affettive disfunzionali rendendo la storia universale. Di fatto si tratta dell’ennesimo caso in cui occorre uccidere i propri genitori per poter trovare una propria dimensione; i traumi dell’infanzia feriscono e plasmano, ma occorre riuscire a prenderne le distanze. Tutto già visto e sentito, ma messo in scena con equilibrio, senza giustificare o condannare, dando spazio ai sentimenti evitando lo stucchevole. Presentato al Sundance Film Festival ha vinto il Premio Speciale della Giuria.

 

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