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Categoria: Cinema
Creato Sabato, 02 Maggio 2020

El-Hoyo-2019Il bucorecensione di  Luca Baroncini (n°233)

di Galder Gaztelu-Urrutia 

con Iván Massagué, Antonia San Juan,  Zorion Eguileor

Immaginiamo una realtà in cui potrebbe esserci cibo per tutti se solo fosse equamente distribuito. Vi ricorda qualcosa? Per caso il nostro quotidiano? 

Non va per il sottile il regista spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia, alla sua opera prima. Ci immerge infatti in un mondo fatto a scale, anzi, a piani, uno sopra l’altro. Una sorta di grande prigione in cui su ogni piano si alloggia in due e al centro di ogni cella c’è un grande buco (“El hoyo” titolo originale) su cui scorre una piattaforma (“The Platform” titolo internazionale). La piattaforma parte dal piano zero, quello più alto, in cui è piena stracolma di cibo; si ferma per due minuti esatti a ogni piano, fino a raggiungere il livello più basso della misteriosa struttura. Le regole sono poche ma chiare: si può scegliere un oggetto da portare con sé e si può mangiare solo nei due minuti concessi, senza fare scorta di cibo, pena un aumento o un abbassamento estremi delle temperature nella cella. Ogni prigioniero alloggia ogni mese su un piano diverso e l’attribuzione del piano è completamente casuale. Se si è fortunati si capita in quelli alti, in cui la piattaforma arriva piena zeppa di ogni leccornia, mentre se si ha la sfortuna di essere destinati a quelli più bassi la piattaforma arriva sempre vuota. E un mese è lungo, molto lungo, se non si ha da mangiare. 

Il film, presentato con successo a vari festival internazionali e disponibile su Netflix, ha il chiaro intento di mostrarci opportunità e limiti del sistema capitalistico. L’allegoria è evidente e tutt’altro che sfumata: ci sarebbe cibo per consentire a ognuno di nutrirsi a sufficienza, ma le risorse disponibili finiscono nelle mani di pochi privilegiati che fanno razzia di tutto fregandosene completamente degli altri. Tra l’altro, e forse è questo l’aspetto più interessante, senza alcuna empatia. Il sistema prevede infatti una rotazione, quindi si ha modo di sperimentare sulla propria pelle le devastanti conseguenze dell’assenza di cibo, eppure quando si raggiunge il benessere, se si riesce a sopravvivere, la memoria ha un black-out e si pensa unicamente a se stessi. 

Il film, nonostante il pessimismo dilagante, prova a instillare il dubbio: l’uomo sarà in grado di autoregolarsi per il bene comune oppure vinceranno sempre i più forti, prepotenti e fortunati?

La via crucis del protagonista, che si è proposto come volontario, si segue con interesse e consente l’immedesimazione. La presenza di una tesi da dimostrare, però, si sente e rende la struttura dell’opera un po’ schematica e meno problematica delle intenzioni. Non è certo un cinema raffinato o sofisticato quello di Gaztelu-Urrutia, ma un impianto scenografico opprimente, una scansione ritmata, pur nella sua ripetitività, e qualche trovata trucida gli permettono di arrivare esattamente dove vuole, cioè alla pancia dello spettatore. Che ha un sussulto.

 

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