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Categoria: Cinema
Creato Domenica, 07 Giugno 2020

Unorthodox locandina del filmUnorthodox, recensione di Luca Baroncini (n°234)

Ci possono essere due modi per affrontare una serie tv ambientata in una realtà che non si conosce: documentarsi prima della visione oppure lasciarsi guidare dal filo del racconto e magari cercare conferme o smentite a posteriori. Opto per la seconda.

Difficile, però, anche a posteriori, farsi un’idea precisa e non per forza giudicante su una materia tanto complessa e ricca di sfumature come la comunità ebrea chassidica e ultraortodossa in cui cresce la protagonista Esty. Un gruppo religioso che basa la propria fede ed esistenza su regole ferree e inappellabili, i cui punti cardine sono privazione e isolamento dalle lusinghe del mondo occidentale.

Curioso che tutto ciò accada a Williamsburg, un quartiere di Brooklyn a pochi passi da una delle zone più alla moda di New York. 

La storia di Esty è liberamente tratta dal libro autobiografico di Deborah Feldman “Ex Ortodossa. Il Rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche”. Sono gli occhi bisognosi di vita della protagonista - la bravissima attrice israeliana Shira Haas, ormai veterana di piccolo e grande schermo nonostante la giovane età (è anche in “La signora dello zoo di Varsavia” e nella serie tv “Shtisel”) – a guidarci nel suo mondo attraverso una struttura che alterna il presente, in cui la ragazza riesce a fuggire a Berlino, alle varie fasi del passato che l’hanno portata a quel punto di esasperazione. Sono proprio i flashback i momenti più riusciti della serie, perché ci introducono con grande attenzione formale in un mondo impenetrabile dove i matrimoni sono combinati, la socializzazione tra uomini e donne non appartenenti alla stessa famiglia è impensabile, l’accesso all’informazione e alla cultura attraverso libri, film, giornali, internet, è vietata, e tutto passa attraverso leggi e consuetudini che hanno lo scopo di proteggere la comunità e perpetuare le tradizioni. 

Il futuro di Esty è già scritto e sarebbe quello di diventare moglie sottomessa e madre di più bambini possibili, ma lei, pur provandoci, non riesce a conformarsi. La fuga diventa quindi l’unica opzione possibile. La meta scelta è Berlino perché, oltre che lontanissima, è anche il luogo dove è andata a vivere sua madre, come lei in fuga anni prima e rinnegata dalla comunità. Anche la parte berlinese si segue con piacere, perché siamo conquistati da Esty e dalla sua interprete, quegli occhi che vorremmo vedere sorridere, ma è un pochino più debole perché rende il cammino della protagonista accidentato ma prevedibile e ricco di slanci positivi. Forse troppo positivi per una ragazza con quel passato sulle spalle e quell’inesperienza di vita. La scrittura, però,  ci cattura nonostante i cliché, grazie a caratterizzazioni sfumate e a una regia che gioca molto sui contrasti e valorizza la presenza scenica della protagonista. A proposito di cliché, ancora una volta un taglio di capelli si fa portatore di nuove consapevolezze ed esplicita la definitiva rottura con il passato. 

Disponibile sulla piattaforma streaming Netflix, il progetto è tutto al femminile. La miniserie è stata infatti creata da Anna Winger e Alexa Karolinski e diretta da Maria Schrader. Si consiglia la versione in lingua originale, anche solo per cogliere il groviglio linguistico e captare le sonorità ipnotiche del misto di yiddish, inglese e tedesco parlato nella comunità.

 

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