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Categoria: Cinema
Creato Domenica, 07 Giugno 2020

netflix-HollywoodHollywood, recensione di Luca Baroncini

E se le cose fossero andate diversamente? Si basa su questo semplice interrogativo la miniserie “Hollywood”, disponibile in sette puntate su Netflix. Il titolo e la confezione possono risultare un po’ fuorvianti, ma è un depistaggio a cui è interessante, e piacevole, soggiacere.

Non si tratta, infatti, di una ricostruzione del passato che ripercorre il mito cercando di essere il più possibile fedele ai fatti, ma di una personale rivisitazione in cui, quei fatti, vengono mostrati per come le cose sarebbero potute andare. Un discorso analogo a quello fatto da Quentin Tarantino in “Bastardi senza gloria” e “C’era una volta a… Hollywood”, dove il cinema ha il potere di cambiare il corso della Storia, ma meno sottilmente cinefilo e molto più militante. 

La Hollywood del dopoguerra, infatti, viene rappresentata in base agli stereotipi che ci sono stati tramandati (la terra delle opportunità, la fabbrica dei sogni, le feste lussuosissime, il sogno americano, la redenzione del cattivo, il lieto fine) declinati, però, per dare risalto alle minoranze sociali che allora non avevano alcuna voce in capitolo. La rivoluzione prospettata da Ryan Murphy e Ian Brennan (gli stessi creatori di “Glee”) comincia quindi con lo scegliere quasi esclusivamente protagonisti che partono da situazioni personali di marginalizzazione: un regista per metà filippino, un’attrice nera emergente, una donna che finisce a capo di uno studio cinematografico, un’attrice sino-americana dimenticata, un aspirante sceneggiatore nero fidanzato con Rock Hudson.

Eh sì, proprio Rock Hudson, il divo, perché nella serie si fanno anche nomi e cognomi di personaggi veri, ma li si coinvolge nella finzione non cercando nessuna verità che non sia quella del mondo idealizzato a cui si vuole dar vita. Il progetto diventa quindi la messa in scena di una grandissima utopia in cui il sistema viene smontato dall’interno, dimostrando come cambiando le premesse si finisca per ottenere risultati differenti, per una volta inclusivi e non discriminatori.

Per poter apprezzare la serie bisogna ovviamente decidere di stare al gioco, per cui i puristi del realismo, anche chi si prende troppo sul serio e chi non riesce a superare i limiti della cultura patriarcale in cui siamo cresciuti, avranno sicuramente da ridire. Gli altri riusciranno invece a divertirsi e apprezzeranno l’intelligenza del progetto e il suo essere consapevolmente ottimista e sopra le righe. Perché la conclusione super zuccherosa è naturale approdo del gioco (non a caso l’ultima puntata si intitola “Finale in stile Hollywood”), e applicare gli stessi cliché di sempre a un mondo capovolto rende l’operazione ancora più incisiva. 

Menzione speciale per due delle protagoniste, davvero strepitose: la veterana dei musical Patti LuPone, qui donna coraggiosa e determinata nel fare scelte controcorrente quando diventa capo dello studio cinematografico del marito, e la deliziosa Holland Taylor, dirigente dello studio e mentore degli aspiranti attori. Ma tutti i personaggi sono costruiti per creare empatia e entrare nel cuore degli spettatori. 

Il cinema, quindi, ancora una volta come dispensatore di giustizia, con la finzione che si conferma come l’unico luogo in cui tutto va come dovrebbe andare, senza abusi e discriminazioni. Se la felicità è a un passo, non potrebbe essere l’occasione per trarne spunto?

 

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