Stampa
Categoria: Cinema
Creato Giovedì, 23 Luglio 2020

Thierry FrÇmaux La diaspora di Cannes, di Luca Baroncini

Il festival di Cannes è l’appuntamento cinematografico più importante e prestigioso del mondo. Una vetrina in grado di celebrare il noto attraverso la proposta degli autori più affermati, ma anche di scoprire nuovi talenti e tendenze. Era previsto dal 12 al 23 maggio, poi sappiamo com’è andata: il coronavirus ha impedito alla manifestazione di svolgersi regolarmente. Era stato prima posticipato a fine giugno/inizio luglio, poi la Francia ha chiuso ai grandi eventi fino almeno a metà luglio e rimandare ulteriormente sarebbe stato impossibile a causa della sovrapposizione con altri festival importanti (Venezia, Toronto, New York). 

Che fare allora? 

L’infaticabile Thierry Frémaux, delegato generale del festival dal 2001, ha deciso di non mollare e non ha seguito la strada intrapresa da altre manifestazioni affini che hanno optato per l’annullamento dell’edizione 2020 o lo svolgimento online. Per lui è prioritaria la sala cinematografica e non ha voluto vanificare l’attento e complesso lavoro di selezione svolto tra i 2.067 film che sono stati presentati all’attenzione dell’organizzazione del festival. Dopo varie dichiarazioni, silenzi, accordi e disaccordi, a inizio giugno ha svelato i 56 film che avrebbero partecipato al festival e a cui ha attribuito il “bollino Cannes”, una sorta di timbro di qualità in vista del transito in altri festival. Con alcuni, come San Sebastian e Toronto, sono già stati stipulati accordi per cui tali film potranno comunque essere ammessi in concorso. 

Pare invece che al di là delle dichiarazioni di reciproca stima e delle pacche virtuali sulle spalle, nessuno di questi arriverà a Venezia. La rivalità tra i due colossi è notoria e un chiaro segnale è l’esclusione dal programma di Cannes di film italiani. L’unico che pareva una certezza, “Tre piani” di Nanni Moretti, ultimamente habitué della Croisette, non rientra tra i 56 selezionati e potrebbe approdare a Venezia o optare direttamente per la sala cinematografica.

La decisione di questa selezione marchiata Cannes e voluta a tutti i costi ha raccolto più dissensi che consensi. A chi giova tutto ciò, si legge un po’ ovunque?

Per molti commentatori inclini a un giudizio, a mio avviso affrettato, si tratta di una forma di sommo egocentrismo in cui al più saggio rinunciare si è sostituito un volerci essere per forza spacciando la glorificazione del proprio nome, diventato per l’occasione “bollino” di qualità, per interesse verso i film.

A ben vedere, però, la determinazione di Frémaux, e la sua scelta controcorrente, offrono anche spunti di interesse. È vero, Cannes è da sempre una manifestazione elitaria in cui la tutela del proprio nome e della propria geografia è prioritaria (non a caso ben un terzo delle opere selezionate è francese). Vero anche che per ora questi film restano in un limbo in cui nessuno li vede, ma le cose non sarebbero andate diversamente se il festival si fosse svolto perché Cannes non è aperto al pubblico, ma solo ad accreditati e invitati, quindi la situazione visibilità  sarebbe  più o meno la stessa: solo una piccola schiera di “eletti” li avrebbe visti. Occorre però dare merito a Thierry Frémaux di avere tentato una strada alternativa per provare a fronteggiare una situazione inaspettata e in apparenza senza soluzione. 

Potrebbe essere, soprattutto per le 15 opere prime selezionate, di autori quindi sconosciuti, che il “bollino” Cannes apra porte inaspettate? Potrebbe essere che le 16 registe donne (da sempre il festival è accusato di maschilismo) riescano a ottenere un’attenzione mediatica che il silenzio avrebbe negato?

Quali saranno le conseguenze lo scopriremo più avanti, ma bocciare l’iniziativa a priori perché “con la puzza sotto al naso” (che c’è, non si discute!) sarebbe un po’ superficiale. 

Tra i nomi noti, e i titoli di cui sentiremo sicuramente riparlare, spiccano quelli di Wes Anderson (“The French Dispatch”), François Ozon (“Été 85”), Steve McQueen (“Lovers Rock” e “Mangrove”), Thomas Vintenberg (“Druk”), Jonathan Nossiter (“Last Words”), Francis Lee (“Ammonite), Viggo Mortensen (“Falling”) e Pete Docter (Soul”). Ma di questi film avremmo comunque avuto notizia, la vera curiosità è nel nuovo, in cui Cannes è da sempre maestra (pensiamo alla meravigliosa e terribile opera prima “Il figlio di Saul”, dalla Croisette agli Oscar). 

Occhio al “bollino”, quindi!

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

La diaspora di Cannes, di Luca Baroncini (n°235) - Cenerentola Info
Joomla theme by hostgator coupons

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso all’utilizzo, consulta questa pagina. Cliccando su "CHIUDI" ovvero proseguendo la navigazione sul sito si presta il consenso all’uso di tutti i cookie.