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Categoria: Cinema
Creato Giovedì, 23 Luglio 2020

The Italian warriorThe Italian Warrior, recensione di Luca Baroncini

Luca Bergers è il primo e unico italiano che è riuscito ad affermarsi nel Bare Knuckle Boxing, un circuito sportivo molto specifico e noto solamente agli intenditori, quello della boxe a mani nude. Il regista Joseph Nenci ha deciso di approfondire questa peculiarità e ha girato un documentario su di lui, inserendosi in una quotidianità fatta di allenamenti, dedizione, sacrificio, ma anche contrasti e molta fatica.

Perché si tratta di uno sport pericoloso, quindi non semplice da inserire in una vita fatta anche di routine e affetti da condividere. 

Il documentario è girato nel momento in cui Bergers sta per diventare padre e deve allenarsi per un incontro importante in trasferta londinese, in grado di dargli conferme e ulteriore visibilità. Il regista fa di tutto per rendersi invisibile e lascia che siano le immagini a parlare. La sua messa in scena dai toni bluastri prevede una sorta di rispettoso pedinamento, delle interviste (a lui e ai coach), qualche frase ad effetto, ma anche molta musica (dal rapper D-Art).

A emergere, però, è il silenzio di chi si concentra unicamente verso il proprio obiettivo per affermarsi e combattere (anche) i propri fantasmi interiori. Bergers viene ripreso spesso di spalle mentre vediamo in primo piano chi lo allena e sprona, scelta di regia che evidenzia l’annullamento dell’uomo nello sportivo. Ciò che le immagini non dicono, ma lasciano trasparire, sono il dolore e la rabbia che si celano dietro a una scelta di vita inevitabilmente autodistruttiva, in cui a ogni incontro il rischio di farsi davvero male è molto alto. Per fortuna il documentario non fa la morale e non giudica, ma lascia che sia lo spettatore a collocare le immagini nell’ambito della propria sensibilità.

Ci racconta qualche dettaglio in più il regista Joseph Nenci.

È stato complicato rendersi presenza invisibile ma incisiva?

Per realizzare questo film, ho dovuto stravolgere il modus di “fare il regista”; mutuando un concetto molto caro a Lars Von Trier potrei dire: “ciò che si muove dentro di te, muove anche la tua camera”. Ho scelto di riprendere Luca e le sue giornate, così come farebbe uno spettatore casuale, “spiando” ciò che accade senza mai diventare invadente. 

Raccontare storie, vite altrui, adottare un punto di vista, cercare il bello in ogni inquadratura (nel tuo documentario nulla è casuale), qual è il momento più stimolante del processo creativo?

In assoluto, il momento più stimolante, e non solo per questo progetto, è sempre quello in cui effettuo le riprese. Un momento intimo in cui entro in connessione con la storia da raccontare.

Pensi di continuare su questa strada di ritratti originali e atipici?

Tutto il mio percorso è stato atipico e originale. Ho esordito con l’horror per poi approdare ad un film sportivo passando per la regia teatrale e la videoarte per cui direi sì, continuerò su questa strada.

Nella mia testa ho un solo comandamento: “il fallimento, non dovrebbe mai spaventare più del rimpianto”.  

 

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