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Categoria: Cinema
Creato Domenica, 11 Ottobre 2020

Vanessa KirbyVenezia 77: un segnale di speranza per il futuro, di Luca Baroncini

Terminato il primo grande evento internazionale in presenza, si può tirare un sospiro di sollievo: è andato tutto bene. 

Fortemente voluto dal direttore Alberto Barbera e dal nuovo presidente della Biennale Roberto Cicutto, il Festival di Venezia ha rappresentato un segnale importante e vitale per il cinema, uno dei settori che si sta più faticosamente riprendendo dal blocco causato dal maledetto virus che sta cambiando le coordinate del mondo.

Un evento in presenza, mentre la stampa continua a terrorizzare con i suoi titoli a effetto pieni di ansia e privi di contestualizzazione, rappresenta un segnale importante. Ci dice, infatti, che il cinema c’è ancora, resiste, l’industria si può rimettere in moto e le sale possono essere luoghi da frequentare in sicurezza.

La manifestazione si è svolta con l’obbligo della mascherina in tutta l’area del festival, sale incluse, senza assembramenti e con controlli rigidi e accurati per garantire il rispetto delle regole. Ovviamente l’atmosfera è stata per forza diversa dal solito, quasi surreale, per alcuni aspetti più mesta (il brutto muro di due metri e mezzo per coprire il red carpet ed evitare assembramenti), per altri, però, più organizzata e vivibile (l’obbligo di prenotazione del posto in sala ha evitato le lunghe file delle edizioni precedenti).

Per fortuna non sono mancati gli scambi e i confronti vis a vis sulle opere in programma, cuore di tutte le manifestazioni in presenza e fonte del fermento, spesso contagioso, determinante per poi proporre i film a un pubblico si spera il più vasto possibile.

La Giuria, presieduta da Cate Blanchett, ha fatto scelte mediamente condivisibili, anche se valutare l’operato di una giuria non popolare, ma composta da pochi artisti con gusti ovviamente personali e soggettivi, lascia sempre il tempo che trova.

A trionfare è stato Nomadland di Chloé Zhao, con quell’attrice meravigliosa e in grado di condurci dove vuole che è Frances McDormand.

Racconta di una donna che sceglie una vita randagia, in giro con un furgone che diventa la sua casa, dopo che la città aziendale di Empire in cui viveva si è svuotata con la dismissione della fabbrica di cartongesso che alimentava. Un viaggio in un’America rurale, in piena crisi economica, nel sentire di un singolo che diventa ritratto di una collettività, sulle note malinconiche di Ludovico Einaudi. È un piccolo film, gode di una dimensione intima e profonda, parlarne a volume troppo alto, come si sta facendo, rischia di creare aspettative che inevitabilmente andranno deluse.

Molto centrato il premio a Nuevo orden, del regista messicano Michel Franco. Un’opera dura e shoccante che ipotizza un colpo di stato in Messico che scardina le certezze di una famiglia borghese durante i preparativi per un matrimonio. Ferocia e brutalità avranno il sopravvento, come quasi sempre accade quando le disuguaglianze sociali non vengono affrontate ma zittite.

Il premio come migliore attore a Pierfrancesco Favino ha invece spiazzato un po’  tutti,  ma non  perché l’attore romano non sia stato bravo in Padrenostro di Claudio Noce, ma perché il suo non è un ruolo da protagonista e di solito la Coppa Volpi premia interpretazioni più centrali. Il vero nodo della questione è però che ruoli maschili davvero significativi ce ne sono stati pochi, al contrario di altre annate, e a dominare sono state invece magnifiche interpreti di splendidi personaggi femminili. A spuntarla, tra le molte papabili, è stata l’inglese Vanessa Kirby per Pieces of a Woman, scavo nel dolore di una donna dopo un evento traumatico, uno dei film più intensi presentati in laguna. La Kirby ha dominato il concorso anche con The World to Come, storia d’amore tra due donne nelle terre di frontiera americane nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Un’opera forse più convenzionale di come sembra, ma comunque interessante per come racconta la nascita di un sentimento in un ambiente e in una mentalità decisamente ostili. Per la regia a essere premiato è stato invece, un po’ inaspettatamente, il giapponese Kiyoshi Kurosawa per Wife of a Spy, che abbina il melodramma e l’intrigo politico a una storia di spionaggio ambientata nel Giappone del 1940. Un film nato per la tv, onesto nel dipanare l’intrigo che lo anima ma anche un po’ piatto. 

Spenti i riflettori sul festival, la domanda che sorge spontanea è: e adesso? Sono infatti tante le incognite sul futuro del cinema. Sarà in sala, come si spera, o qualcosa è irrimediabilmente cambiato per sempre? È ancora presto per dirlo. Intanto, nel dubbio, riprendiamo l’abitudine di frequentare la sala cinematografica, distanziati e in sicurezza. Con la scelta di ritornare al cinema potremmo incidere più di quanto pensiamo sul nostro futuro di spettatori. Ricordiamo infatti che in questo periodo esercenti e distributori hanno più che mai bisogno di conferme. Se amiamo il cinema, e ce la sentiamo, sosteniamolo quindi con la nostra presenza in sala.

 

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