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Categoria: Cinema
Creato Domenica, 03 Gennaio 2021

chiami-il-mio-agenteChiami il mio agente! recensione di Luca Baroncini

“Chiami il mio agente!” è una serie televisiva francese che in patria ha ottenuto ottimi riscontri critici e di pubblico ed è presente, per ora con tre stagioni (ma una quarta è già stata realizzata), su Netflix. Non si tratta, però, di una produzione originale Netflix che infatti si occupa solo della distribuzione. Nel nostro paese non se ne è parlato molto, ma è un prodotto seriale davvero ben fatto e appassionante.

Si racconta il quotidiano di un’agenzia artistica parigina. Dopo la morte del titolare, i quattro agenti che la compongono decidono di prenderne le redini, tra mille difficoltà personali e lavorative. Cosa fa un agente dello spettacolo? Assiste artisti, quindi attori, registi e maestranze, nella promozione della loro immagine e del loro lavoro, svolgendo un’attività di rappresentanza, ma anche di consulenza, tutela e assistenza per problemi di ogni tipo, anche personali.

Vediamo quindi l’infaticabile Isabelle Huppert che deve destreggiarsi tra un film da girare di giorno e uno di notte, Isabelle Adjani alle prese con un regista giovane fresco di palma d’Oro a Cannes con cui ha un conto in sospeso, Monica Bellucci in cerca di un uomo che sia in grado di andare oltre all’icona di femminilità che rappresenta, Nathalie Baye e la figlia Laura Smet che devono lavorare insieme a un progetto ma forse sono spaventate dall’idea di doversi sopportare per un tempo così lungo, e tanti altri personaggi più o meno celebri. 

Un primo elemento che emerge è quello di mescolare, con grande creatività, realtà (gli attori famosi interpretano loro stessi) e finzione (le situazioni in cui sono coinvolti sono inventate e giocano con ironia sulla loro immagine). Veniamo poi inseriti in un contesto che, pur nella sua specificità, ha dinamiche in cui tutti si possono riconoscere: le rivalità, la competitività, le invidie, i rancori, le simpatie, gli scontri, gli amori. Pane quotidiano, soprattutto per chi vive una realtà lavorativa di ufficio, ma in grado di offrire spunti di riflessione e di confronto per tutti. Un ulteriore elemento a favore è la forza delle caratterizzazioni che non inseguono la simpatia a tutti i costi, ma accarezzano gli spigoli e l’umanità di ognuno. Straordinari, poi, gli interpreti.

A collante del tutto c’è l’atmosfera francese che emerge in ogni inquadratura, con i caffè in cui trovarsi per farsi confidenze, la sede della società in un palazzo antico del centro non lontano dal Louvre, le strade trafficate, le stradine in cui passeggiare; c’è anche una puntata ambientata a Cannes durante il festival, in cui Juliette Binoche è alle prese con il ruolo di madrina, un investitore marpione e un vestito che non la rappresenta. La soap opera si mescola abilmente con una descrizione pungente e vivace del fermento artistico parigino, ma la serie riesce anche a raccontare qualcosa di noi. Senza fretta, approfondendo i personaggi, scavando nelle loro ombre con una leggerezza che non scade mai in superficialità. Può essere considerata il corrispettivo francese, più raffinato e meno ruspante, di “Boris”, serie nostrana altrettanto riuscita ambientata sul set della disastrosa fiction “Gli occhi del cuore”. Il titolo originale, “Dix pour cent”, fa riferimento alla percentuale che gli agenti trattengono sull’ingaggio dell’artista. Un consiglio: se ne avete voglia gustatela in lingua originale con i sottotitoli, riuscirete di sicuro a entrare meglio in sintonia con le atmosfere evocate. 

 

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