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Categoria: Cinema
Creato Sabato, 06 Febbraio 2021

Ted lassoTed Lasso, recensione di Luca Baroncini

Chi è Ted Lasso e perché ce ne siamo innamorati?

Nasce nel 2013 come protagonista di spot con cui il network statunitense NBC promuove la copertura della Premier League inglese, e lo stesso brillante Jason Sudeikis che lo interpreta diventa il perno intorno a cui ruota la omonima serie televisiva, disponibile sulla piattaforma streaming Apple+.

Sgombriamo subito il campo da eventuali equivoci: non è una serie sportiva, di quelle in cui sudore, sacrificio, talento e dedizione alla causa sono il fulcro del racconto e portano alla tanto agognata vittoria, dopo però avere sviscerato meccanismi e retroscena di un mondo (solitamente marcio) finalmente visto dietro le quinte. No, non è quel genere di serie. 

Qui l’ambiente sportivo è solo contorno agli uomini che lo abitano. Sono loro i veri protagonisti. Come rendere avvincente tutto ciò? Applicando la solita, ma sempre efficace, teoria del pesce fuor d’acqua.

Ted Lasso è infatti un coach di football americano che viene assunto per allenare una squadra del più importante campionato di calcio inglese. Il problema di fondo è che lui del calcio e delle sue regole ne sa pochissimo. A volerlo in un ruolo così determinante, e sulla carta inappropriato, è la nuova proprietaria che per motivi personali, legati all’ex marito, vuole che la squadra retroceda e la nuova direzione si riveli un fallimento. Ne conseguono una serie di contrasti che partono dalle divergenze culturali per poi evolversi in differenze caratteriali e di approccio, dove il campo da calcio diventa riflesso di ciò che si è e dei valori in cui si crede. 

Determinante al brio del risultato la caratterizzazione dei personaggi, legati a cliché, certo, ma mai risolti semplificando le premesse con superficialità. Diventa quindi davvero difficile non affezionarsi prima di tutto al protagonista, alla sua umanità, ai suoi entusiasmi come alle sue zone d’ombra, ma anche al taciturno vice coach Beard, al tuttofare Nathan solitamente bullizzato e per la prima volta chiamato per nome, alla ruvidità del capitano Roy, alla dolcezza di Keeley, ma anche all’antipatia del suo iniziale fidanzato, il capocannoniere Jamie, e pure alla corazza che la dura e inflessibile presidente Rebecca si è costruita. 

La vera novità, però, è nel trovare uno sportivo che finalmente accantona tutta la retorica della mascolinità tossica a cui siamo ormai assuefatti, ma senza proclami o tesi da avallare, solo attraverso le sue azioni. Non è un vincente, e non lo diventa, solo una persona sgualcita dalla vita, come chiunque quando si avvicina ai cinquant’anni, senza però traumi da rimuovere (quelli che, solo nei film, quando li risolvi riparti di slancio), armato di un inguaribile ottimismo che gli fa credere nel prossimo nonostante tutto. 

Già qualcuno storcerà il naso e l’etichetta “buonista” verrà facilmente appioppata. In realtà la serie è complessa e ben strutturata, sonda il grigio con positività certo, ma non ne fa una bandiera, si limita ad approfondire le relazioni umane con una freschezza e una grazia contagiose. Mostra gli aspetti rivoluzionari della gentilezza senza pretendere di insegnarla. Non è poco. In questi tempi, di bianchi e neri urlati, più che mai.  

 

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