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Categoria: Libri
Creato Lunedì, 01 Marzo 2010

Luigi Fabbri, La controrivoluzione preventiva, recensione di Eugen Galasso (n°122)

Milano,  Zero in condotta  

Fabbri non è un grande teorico dell’anarchismo;  non dei più grandi, almeno. Sicuramente non viene considerato al livello di un Berneri, di un Malatesta o di un Merlino.

Tuttavia la ripubblicazione della controversia con Bucharin su “comunismo” bolscevico e anarchismo, ma anche di questo “La Controrivoluzione preventiva”, pone in discussione tali convinzioni.

Lo scritto è del 1921, successivamente rivisto dopo la marcia su Roma e la presa di potere del fascismo. A differenza di altri antifascisti, che per esempio avrebbero paragonato il fascismo alla “irruzione degli Hyksos” (Benedetto Croce), Fabbri cerca di spiegarlo, parlando appunto di “controrivoluzione preventiva”, un concetto che in qualche modo poi avrebbero usato, pur se con accezioni diverse tra loro e distinte da quelle del pensatore marchigiano, studiosi come H. Marcuse, H. Arendt, M. Foucault. 

Il fascismo è visto come “il prodotto più naturale e legittimo della guerra; dirò anzi ch’è la prosecuzione in ogni paese della guerra mondiale, cominciata nel luglio 1914 e non ancora finita, malgrado tutti i trattati di pace parziali o generali”. In effetti,  se consideriamo la situazione mondiale, se eccettuiamo gli USA, tutte le potenze coinvolte nel primo conflitto mondiale, o meglio le loro classi dirigenti, erano in una fase di calma e pace apparente, pronte ad avventarsi su una preda che sarebbe stata data o da un ulteriore conflitto mondiale o da quelle “prove generali” della stessa che, limitandosi all’Italia, sarebbero state  la conquista dell’Etiopia (1935-1936), il sostegno al falangismo spagnolo sempre negli anni Trenta, l’occupazione dell’Albania nel 1939.

Si dirà: ma Fabbri non parla di “imperialismo”. Vero,  ma  il concetto è quello, oltre a tutto in un tempo in cui la retorica dell’impero era ancora relativamente sfumata; dove non è inutile sottolineare che il libro è una sorta di instant book commissionato dall’editore Licinio Cappelli di Bologna, facente parte di una collana iniziatasi con un saggio di Mario Missiroli (cattolico liberale), proseguita con un libro di Adolfo Zerboglio (socialista), poi ancora con un saggio di Dino Grandi, fascista, introdotto però da Rodolfo Mondolfo (filosofo socialista), con un volumetto di Guido Bergamo,  Giuseppe De Falco, Giovanni Zibordi, per arrivare al testo fabbriano. Un’impresa editoriale che oggi non sarebbe possibile, se mai dedicabile a temi un po’ fatui come “bullismo al femminile”, “machismo di ritorno” e simili.

Scrivendo all’inizio degli anni Venti, Fabbri capisce che “Tutti gli ideali democratici, liberali, egualitari sventolati durante la guerra sono stati messi da banda”, e ciò non solo in Italia. Esaminando il carattere anti-operaio del fascismo (esiste una pluralità di fascismi; si può però dargli ragione, parlando di un elemento dominante), rileva anche le inadeguatezze della protesta dell’epoca: “Quel che irritava di più, però, e suscitava malumori nell’ambiente operaio stesso, eran certi scioperi generali dettati dal solo  intento di far sentire la forza di un partito unico su tutti, per pretesti vari e poco seri... per un’assemblea, una commemorazione, o... perché s’era pestato un callo a un organizzatore più in vista!”.   Il fascismo è probabilmente da spiegare con un “parallelogramma di forze”, una pluralità di cause,  tra cui il carattere anti-operaio, anti-contadino e in genere anti-rivoluzionario è uno degli elementi, ma non il solo. Fabbri intuisce ciò senza riuscire a formularlo in maniera chiara e definita. Ma la lettura e lo studio di un testo come questo (assieme agli altri citati, ove reperibili), per esempio in un seminario universitario sul fascismo, è sicuramente da proporre, sempre che si tenga presente che quella di Fabbri è una delle molte analisi significative; sintomatica e importante, però, anche perché analizza il protofascismo.  

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