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Categoria: Libri
Creato Martedì, 01 Novembre 2011

Anna Kuliscioff, Il monopolio dell'uomo, recensione di Eugen Galasso (n°140)

Ortica società editrice, Aprilia, 2011

In questi mini-volumi a meno di 3 Euro, oltre alla Costituzione, a testi di Malatesta, Parini, Emerson, Cafiero (che traduce e compendia il “Capitale”), Calamandrei, Thoreau, Alacevich, si trova questo discorso di Anna Kuliscioff, socialista di lungo corso, che riproduce una conferenza tenuta a fine aprile 1890 presso il Circolo filologico milanese.

Dapprima anarchica, Ana Kulisciova (1855-1925), che venne in Italia con Andrea Costa, fu poi per anni la compagna del leader socialista Turati, talora decisamente più acuta di lui, come nella querelle sul voto femminile, meglio, sul suffragio universale alle donne.

Dati alla mano, certo dati dell’epoca, la Kuliscioff rileva come la condizione sociale della donna, di netta inferiorità, sia da riferire alla società, che da un lato esalta, per esempio, l’amore romanticamente inteso, poi però usa l’amore e il matrimonio come mezzi per opprimerla, rendendola schiava di pregiudizi: “Come ho già detto, il matrimonio, nella gran maggioranza dei casi, è una speculazione; gli uomini, in alto, sposano la dote, in basso, prendono moglie per avere una serva. Ben pochi pensano che verranno dei figli o ci pensano come pensano come ad una sventura, e non si preparano affatto ai doveri e ai carichi che impone la vera educazione dei figli”.

Altrove, la grande rivoluzionaria (ai suoi funerali, i fascisti gettarono di tutto contro il corteo funebre), rileva come la donna fosse considerata fisicamente inferiore all’uomo, poi però massicciamente impegnata nell’industria pesante, beninteso con una retribuzione decisamente più bassa.

Un testo di grandissimo respiro, che è appunto documentatissimo, che è testimonianza di un femminismo non cieco, che critica anche le donne come prigioniere di stereotipi e pregiudizi, paradossalmente antifemminili, come quando le donne stesse si lamentavano per la nascita di una bambina: pregiudizi radicati nella cultura mediterranea, ma anche in Bretagna, quando, per la donna novella madre di una bambina, si diceva: “ha partorito male”; o  in Russia, dove addirittura si diceva che si trattasse di un vero e proprio aborto. Più in genere, la Kuliscioff rilevava che la “donna fa l’eco dell’uomo, la sua personalità è quasi abolita”.

Oggi, potremmo dire, o si costituisce una diversità reale della donna, un suo specifico (Luce Irigaray, anche riprendendo tesi di Simone de Beauvoir) oppure invece si scimmmiotta l’uomo rincorrendo una sorta di machismo al femminile, ma una vera parità non si realizza, per pregiudizi certamente diversi e minori di quelli ottocenteschi, in qualche modo consolidati, da parte dell’uomo e della stessa donna.

Come poi il machismo sia profondo, ma diversamente dislocato, è vero, ma altrettanto vera è la disparità di trattamento della donna nel lavoro. In tempi di crisi, come quelli attuali, la donna, sia alle prime armi sia incinta, è oltremodo penalizzata, in modi diversi, ma non meno di allora.

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