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Categoria: Libri
Creato Domenica, 10 Marzo 2013

Gianpietro Berti, Libertà senza Rivoluzione, recensione di Luciano Nicolini (n°153)

Lacaita, Manduria-Bari-Roma, 2012

E’ finalmente uscito il libro di Giampietro (Nico) Berti “Libertà senza Rivoluzione”. Dico “finalmente” perché da tempo ormai ce ne parlava e, man mano che ce ne parlava, aumentava la curiosità...

 

L’autore

Prima di entrare nel merito, alcune parole sull’autore. Berti non è uno scrittore qualsiasi; è stato, in gioventù, militante anarchico e, soprattutto, è lo studioso cui si devono due testi la cui lettura è fondamentale per chiunque voglia approfondire seriamente la storia dell’anarchismo: “Il pensiero anarchico dal Settecento al Novecento” (edito da Lacaita) ed “Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale” (edito da Franco Angeli). Si tratta, lo ribadisco, di due autentici capolavori, e ciò ha contribuito a far crescere le aspettative nei confronti del nuovo libro...

La prima impressione

Ad una prima lettura il volume (quattrocento pagine dense di considerazioni) mi ha un po’ deluso. L’autore sembra da un lato troppo risoluto nella sua critica alle posizioni sostenute dal movimento anarchico, dall’altro troppo cauto nell’indicare un’alternativa credibile. 

Avrei voluto commentare, puntualmente, passo dopo passo, le sue affermazioni, e per questo ho letto il libro una seconda volta, ma ben presto mi sono reso conto che un commento puntuale avrebbe annoiato il lettore e, ciò che è peggio, gli avrebbe fatto perdere il filo dei ragionamenti (miei e dell’autore) con il risultato di contribuire soltanto alla confusione delle idee.

Mi limiterò quindi a discutere quelle che ritengo essere le quattro affermazioni principali che emergono dal lavoro di Berti:

1) il comunismo è stato sconfitto, per sempre;

2) il capitalismo ha trionfato;

3) l’idea di rivoluzione è definitivamente morta;

4) la sola cosa che attualmente può fare il movimento anarchico è agire all’interno del sistema capitalistico, dimenticando la rivoluzione, per ampliare gli spazi di libertà e diminuire le diseguaglianze sociali.

Sul comunismo

Quando si parla di sconfitta del comunismo è bene chiarire, prima di tutto, che cosa si intende con questa parola. Berti intende una società nella quale non esistono né la proprietà privata né il mercato. Sostiene che tali condizioni sono state realizzate (almeno in prima approssimazione) nell’Unione Sovietica, in Cina e negli altri stati sedicenti socialisti. Ritiene infine che l’abbattimento del muro di Berlino e il crollo dei regimi sedicenti socialisti dei paesi dell’Europa Orientale abbiano rappresentato la sua definitiva sconfitta.

Mettendo (per ora) da parte il fatto che alla definizione di comunismo proposta da Berti preferisco quella, a mio parere più precisa, di “società all’interno della quale ciascuno dà secondo le sue possibilità e riceve secondo i suoi bisogni”, faccio rilevare che esistono ancora diversi paesi sedicenti socialisti, che uno di essi (la Cina) è abitato da un quinto dell’intera popolazione umana  e che, nel corso dell’ultimo decennio, quest’ultimo ha accresciuto notevolmente la propria potenza.

Se a ciò si aggiunge che in quasi tutte le nazioni vivono persone che lottano per costruire una società nella quale non esistano (almeno in prima approssimazione) né la proprietà privata né il mercato, che in quasi tutte le nazioni ci sono partiti sedicenti socialisti e, soprattutto, persone pronte ad affidarsi ai loro dirigenti in cambio di un (indispensabile) piatto di minestra, la definitiva sconfitta del comunismo mi sembra tutt’altro che dimostrata. 

Sul capitalismo

Anche per quanto riguarda il capitalismo, è bene chiarire che cosa si intende con questa parola. Berti sembra intendere un sistema sociale basato sulla ricerca del profitto economico individuale.

Mettendo (per ora) da parte il fatto che a tale definizione preferisco quella, a mio parere più precisa, di “sistema economico e sociale fondato sulla divisione tra classi detentrici di capitali e classi lavoratrici poste alle loro dipendenze”, ritengo comunque opportuno rilevare che, soprattutto se si accetta la definizione cui Berti sembra aderire, il trionfo del capitalismo non risulta essere stato né completo, né definitivo.

Sul fatto che non sia da considerare definitivo concorda lo stesso Berti che, ci tiene a precisarlo, non crede nella “fine della storia”; ma il trionfo non può dirsi neppure completo: sono infatti ancora molte (ed è facilmente dimostrabile) le azioni umane (comprese quelle degli appartenenti alle classi dominanti) che non sono motivate dalla ricerca del profitto economico individuale.

Sulla rivoluzione

E veniamo al nocciolo del discorso: le considerazioni sulla rivoluzione. Secondo Berti, l’idea di rivoluzione è definitivamente morta.

Quantomeno: è morta l’idea di rivoluzione con la R maiuscola (così la scrive, non a caso, nel titolo del libro). E’ morta l’idea che, attraverso un rapido processo di distruzione del vecchio mondo e costruzione del nuovo si possa arrivare velocemente a una società di liberi ed eguali.

Se questo si intende per rivoluzione ritengo, e non da ieri1, che Berti abbia sostanzialmente ragione. Ma, mi domando, c’è forse ancora qualcuno, all’interno del movimento anarchico, che crede alla rivoluzione con la R maiuscola?

Qualcuno sì, probabilmente, ma non molti: è almeno a partire dalla sconfitta della rivoluzione spagnola che la grande maggioranza degli anarchici ha smesso di crederci e, forse, aveva smesso di crederci anche prima2. E’ almeno a partire dalla sconfitta della rivoluzione spagnola che gli anarchici sedicenti rivoluzionari (includendo in questa categoria sia coloro che ritengono necessaria una rivoluzione violenta sia coloro che credono in una rivoluzione nonviolenta) vedono nella rivoluzione, appunto, soltanto una necessità, dovuta alla irriformabilità del sistema capitalista. Ben pochi pensano che rappresenti la soluzione di ogni problema!

La questione della rivoluzione, in altre parole, non è tanto quella di capire se sia possibile cambiare le principali caratteristiche della società nella quale si vive attraverso un processo rapido e, se necessario, violento, quanto quella di capire se sia possibile cambiarle attraverso una serie di riforme progressive senza che le classi dominanti  costringano i progressisti a una resa dei conti.

In conclusione, l’affermazione di  Berti, in base alla quale l’idea di rivoluzione (con  la R maiuscola) è definitivamente morta, mi sembra sia sostanzialmente valida, ma anche sostanzialmente superata e, purtroppo, non metta la parola fine all’annoso dibattito intorno alla rivoluzione.

Sull’anarchismo del XXI secolo

Dato che la rivoluzione (con la R maiuscola) si è rivelata essere un pericoloso miraggio, la sola cosa che attualmente può fare il movimento anarchico è operare all’interno del sistema capitalistico, per ampliare gli spazi di libertà e diminuire le diseguaglianze sociali. Questo sostiene, sostanzialmente,  Berti; e su questo, in prima approssimazione, concordo. Ma, anche su tale affermazione, mi pare che, al di là di alcune rituali esortazioni alla rivoluzione, concordi oggi gran parte del movimento anarchico. C’è forse, all’interno del movimento, qualcuno che sta preparando un’insurrezione armata contro lo stato? Non mi risulta. I giornali e la televisione, ogni tanto, attribuiscono agli anarchici la responsabilità di piccoli attentati ma, mettendo (per ora) da parte il fatto che spesso tali attribuzioni sono assai dubbie, preparare un piccolo attentato e preparare un’insurrezione armata sono cose piuttosto diverse.

Neppure i compagni impegnati, insieme alle popolazioni cui appartengono, in lotte nonviolente preparano insurrezioni contro lo stato. Al contrario, in genere, richiedono ad esso di sancire, attraverso una norma, i loro eventuali successi.

Se così stanno le cose - si dirà - perché insistere nelle rituali esortazioni alla rivoluzione? Non sarebbe meglio che gli anarchici archiviassero questo termine? Forse sì, sarebbe meglio. Ma non mi pare che stia lì il problema: anche il Movimento 5 Stelle parla di rivoluzione, e nessuno pensa che stia preparando un’insurrezione armata contro lo stato...

Il problema, a mio parere, è quello di proporsi degli obiettivi realizzabili (che non possono essere, evidentemente “a ciascuno secondo i suoi bisogni e da ciascuno secondo le sue possibilità” o “abolizione immediata di ogni forma di potere”) e dotarsi di una strategia adeguata a raggiungerli. A tale proposito il libro di Berti risulta, purtroppo, scarsamente utile. Molto più utili mi sembrano, mi si scusi la presunzione, le mie poche paginette di “Appunti per una costituzione libertaria”.3

Si dirà che Berti, nello scrivere il libro, non aveva alcuna intenzione di proporre un disegno di società concretamente realizzabile e che anzi, nel libro, si scaglia violentemente, sulle orme di Marx, contro i disegnatori di utopie.

E’ vero. E su questo non concordo con lui: se intendiamo procedere con metodo scientifico, lasciando alle nostre spalle le stravaganti teorie hegeliane, occorre disegnare dei progetti (cioè delle utopie) e lavorare su quelli. Si tratterà, ovviamente, di progetti provvisori, modificabili in corso d’opera sulla base dell’esperienza, ma senza progetti, a mio parere, non si va da nessuna parte. A tale conclusione, evidentemente, era arrivato anche Camillo Berneri il quale (lo si è scoperto recentemente) aveva anch’egli scritto un progetto di costituzione (assai meno libertario del mio).

Oltre a un progetto, ovviamente, occorre anche disporre di un piano dei lavori che preveda le fasi necessarie per arrivare il più rapidamente possibile alla sua realizzazione concreta. E qui si torna,che lo si voglia o no, all’irrisolta questione della rivoluzione che, lo ripeto, a mio parere, non è tanto quella di capire se sia possibile cambiare le principali caratteristiche della società nella quale si vive attraverso un processo rapido e, se necessario, violento, quanto quella di capire se sia possibile cambiarle attraverso una serie di riforme progressive senza che le classi dominanti  costringano i progressisti a   una resa dei conti. Data la mia ormai consolidata sfiducia nei mutamenti repentini, l’importanza che attribuisco alla coerenza tra mezzi e fini e il mio orrore per la violenza, propendo per la via gradualista e nonviolenta ma, stando bene in guardia...

Luciano Nicolini

 

Note

1 Già nel 1995, nelle mie “Considerazioni sul programma dell’U.A.I.”, scrivevo: «Le parti più discutibili del programma sono comunque, a mio parere, la quarta, dedicata alla lotta politica, e la conclusione, laddove Malatesta ne riprende brevemente le tesi.

La quarta parte è a sua volta divisa in tre brani: nel primo, a mio avviso tutt’ora sostanzialmente valido, si afferma la necessità della lotta contro il governo; nel secondo si afferma che tale lotta “si risolve, in ultima analisi, in lotta fisica, materiale”,  in altre parole nell’insurrezione violenta; nel terzo che tale insurrezione è auspicabile in quanto “l’insurrezione vittoriosa è il fatto più efficace per l’emancipazione popolare”.

Malatesta basa queste ultime due affermazioni sull’esperienza di cinquant’anni di storia del movimento anarchico (che nacque, ed egli era presente, nel 1872 a Saint-Imier). Mi sembra che l’esperienza dei successivi settant’anni metta fortemente in dubbio la loro fondatezza.

Ma torniamo al programma. Scrive Malatesta: “Il governo fa la legge. Esso dunque deve avere una forza materiale (esercito e polizia) per imporre la legge, poiché altrimenti non vi ubbidirebbe che chi vuole ed essa non sarebbe più legge, ma una semplice proposta che ciascuno è libero di accettare e di respingere. Ed i governi questa forza l’hanno, e se ne servono per potere con leggi fortificare il loro dominio e fare gl’interessi delle classi privilegiate, opprimendo e sfruttando i lavoratori.

Limite all’oppressione del governo è la forza che il popolo si mostra capace di opporgli.

Vi può essere conflitto aperto o latente, ma conflitto v’è sempre; poiché il governo non si arresta innanzi al malcontento ed alla resistenza popolare se non quando sente il pericolo dell’insurrezione.

Quando il popolo sottostà docilmente alla legge, o la protesta è debole e platonica, il governo fa i comodi suoi senza curarsi dei bisogni popolari; quando la protesta diventa viva, insistente, minacciosa, il governo, secondo che è più o meno illuminato, cede o reprime.”

Fino a qui il discorso è ineccepibile. Di seguito però Malatesta aggiunge: “Ma sempre si arriva all’insurrezione, perchè se il governo non cede, il popolo finisce col ribellarsi; e se il governo cede, il popolo acquista fiducia in sé e pretende sempre di più, fino a che l’incompatibilità tra la libertà e l’autorità diventa evidente e scoppia il conflitto violento.

E’ necessario dunque prepararsi moralmente e materialmente perché allo scoppio della lotta violenta la vittoria resti al popolo.”

Queste ultime affermazioni mi sembrano tutt’altro che dimostrate: se il governo non cede, il popolo non sempre “finisce col ribellarsi”. Ciò dipende da fattori materiali (la sua impossibilità a sopportare una sconfitta) e culturali (la tensione dei singoli individui e delle organizzazioni verso una completa trasformazione politica). In linea di massima ho l’impressione che, se non entrano in gioco entrambi i fattori, il popolo preferisca non insorgere in quanto, in fondo, è conscio che le fucilate fanno male e che, comunque, da esse non nasce in genere niente di buono.

Se poi il governo cede, è ben vero che “il popolo acquista fiducia in sé” ma non è affatto dimostrato che pretenda “sempre di più, fino a che l’incompatibilità tra la libertà e l’autorità diventa evidente e scoppia il conflitto violento.” Potrebbe anche accontentarsi del progresso raggiunto e non avere troppa voglia di metterlo a repentaglio con quelle fucilate cui accennavo precedentemente.

Questo mi pare abbia dimostrato la storia degli ultimi settant’anni: l’insurrezione non è un fatto che si verifichi necessariamente.

Alla frase “quando la protesta diventa viva, insistente, minacciosa, il governo, secondo che è più o meno illuminato cede o reprime” farei quindi seguire semplicemente: “Occorre pertanto che i libertari si preparino moralmente e materialmente poichè nel primo caso la lotta non si fermi ai risultati ottenuti, nel secondo il loro radicamento sia tale da rendere vano e dannoso per le autorità ogni tentativo di repressione”.

E veniamo al terzo brano.

“L’insurrezione vittoriosa” – prosegue Malatesta – “è il fatto più efficace per l’emancipazione popolare, poichè il popolo, scosso il giogo, diventa libero di darsi quelle istituzioni che egli crede migliori, e la distanza che passa tra la legge, sempre in ritardo, ed il grado di civiltà a cui è arrivata la massa della popolazione, è varcata d’un salto. L’insurrezione determina la rivoluzione, cioè il rapido attuarsi delle forze latenti accumulate durante la precedente evoluzione.

Tutto sta in ciò che il popolo è capace di volere.

Nelle insurrezioni passate il popolo, inconscio delle ragioni vere dei suoi mali, ha voluto sempre molto poco, e molto poco ha conseguito.

Che cosa vorrà nella prossima insurrezione?

Ciò dipende in parte dalla nostra propaganda e dall’energia che noi sapremo spiegare.”

Mi pare che, nel corso degli ultimi settant’anni, le insurrezioni vittoriose si siano dimostrate assai poco “efficaci per l’emancipazione popolare”. Il popolo, divenuto “libero di darsi quelle istituzioni che egli crede migliori”, trascorsi i primi mesi, ha chiesto dei capi. E poi, siamo sicuri che esista quella “distanza che passa tra la legge, sempre in ritardo, ed il grado di civiltà a cui è arrivata la massa della popolazione”? A volte, per la verità, sembra che sia il grado di civiltà della popolazione ad essere in ritardo. E quasi tutte le insurrezioni degli ultimi settant’anni, lungi dal “determinare la rivoluzione”, hanno portato al trionfo della reazione o, nel migliore dei casi, a forme di governo delle quali è per molti versi dubbia la superiorità rispetto a quelle che le avevano precedute.

E’ colpa degli anarchici che non hanno saputo effettuare una sufficiente propaganda?

In parte ciò è senz’altro vero. Mi pare però che, proprio in base a  quel principio, chiaramente espresso da Malatesta nel programma, secondo cui “chi si mette in cammino e sbaglia strada, non va dove vuole, ma dove lo porta la strada percorsa”, sia ragionevole dubitare che “l’insurrezione vittoriosa” sia “il fatto più efficace per l’emancipazione popolare”. L’insurrezione violenta, a mio parere, è al massimo un tentativo di estremo rimedio con il quale opporsi a mali estremi.

Malatesta si avvia poi verso le conclusioni descrivendo i compiti degli anarchici nel caso di insurrezione vittoriosa e dicendo, come suo costume, cose ragionevoli. Ma tutto il brano, a mio parere, dovrebbe essere riscritto esponendo piuttosto una strategia che attraverso un percorso di riforme (che lo stesso Malatesta non disdegna, come afferma chiaramente nella seconda parte del programma) ma soprattutto di autorganizzazione e pratica degli obiettivi, porti ad avvicinarsi ai fini che ci si prefigge. Una strategia che non passi necessariamente attraverso un’insurrezione violenta, la quale potrebbe anche non verificarsi e, come ho già detto, a mio avviso è meglio non si verifichi».

 2 Alcuni brani del programma dell’Unione Anarchica Italiana, approvato all’unanimità dal congresso del 1920, sembrano alludere ad una situazione post-rivoluzionaria tutt’altro che “pacificata”.

3 Nicolini L. “Appunti per una costituzione libertaria”, Bologna, Baiesi, 1995.

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