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Categoria: Libri
Creato Giovedì, 01 Gennaio 2015

lettera a una professoressa Inizia, da questo numero di Cenerentola, una rubrica curata da Rino Ermini e dedicata ai libri che parlano della scuola.

Lettera a una professoressa recensione di Rino Ermini (n°175)

Autore: Scuola di Barbiana Editore: LEF (Libreria editrice fiorentina) Luogo di edizione: Firenze Anno: 1967

Don Lorenzo Milani Comparetti nacque a Firenze nel 1923. Madre di origine ebraica, famiglia borghese, facoltosa, laica, coltissima. Insieme con fratello e sorella fu battezzato intorno ai dieci anni probabilmente quando in Europa si cominciò a sentire fetore di leggi razziali e persecuzioni. Fino ai venti anni estraneo a ogni tipo di religiosità, di punto in bianco, nel 1943, diventa cattolico credente ed entra in seminario. Ordinato sacerdote nel 1947, viene inviato nella parrocchia di San Donato a Calenzano, fra Prato e Firenze, un paese di contadini ed operai, molti dei quali comunisti.

Sosteneva che per portare la “parola del Signore” ai poveri bisognava prima insegnar loro a parlare, leggere e scrivere, se no non l’avrebbero potuta intendere. E diceva anche che il povero più parole conosceva più poteva difendersi dai padroni. Così aprì una scuola serale popolare in parrocchia, accessibile a tutti, comunisti compresi, ma non ai “signori”, solo alcuni dei quali, quelli di cui si fidava, potevano venire per tenere conferenze, gratis, in tutta umiltà e su tema assegnato. Per non dar fastidio agli eventuali non credenti, dalla stanza dove faceva lezione aveva tolto il crocifisso.

Dopo anni di scuola e scontri con le gerarchie ecclesiastiche e i potenti del posto, alla fine del 1954 fu trasferito a Barbiana, una sperduta parrocchia di montagna ormai quasi priva di anime e già chiusa, dove, appena arrivato, dice lui, dopo tre minuti d’orologio aveva già riaperto la scuola: uno stanzone in canonica, un grande tavolo e sedie intorno. E lì insegnò a quei pochi ragazzi figli di mezzadri ultimo residuo dell’emigrazione in città, ragazzi spesso ripetenti, semianalfabeti, respinti dalla scuola di Stato. Scrisse un libro intitolato “Esperienze pastorali”, uscito nel 1958, che seppur con prefazione di un vescovo, fu ritirato dal commercio poco dopo la sua uscita. Fu denunciato nel 1965 e processato per apologia di reato, per aver difeso gli obiettori di coscienza. Da una sua lettera ai giudici e dalla sua autodifesa nacque un libro straordinario: “L’obbedienza non è più una virtù” (ne riparleremo). Morì di tumore il 26 giugno 1967. È sepolto a Barbiana. Su di lui e la sua opera sono stati scritti centinaia di libri. A mio parere il migliore e più completo è: Fallaci Neera, Dalla parte dell’ultimo. Vita del prete Lorenzo Milani, Milano Libri Editore, Milano, 1974.

Lettera a una professoressa fu scritto fra il 1966 e il 1967. L’autore è “Scuola di Barbiana”. Fu fatto col metodo della scrittura collettiva da don Milani, che forse ne è in realtà il solo vero autore, e dai suoi allievi.

È rivolto a una professoressa (ci sono noti nome e cognome) che aveva contribuito alla bocciatura di alcuni ragazzi di Barbiana presentatisi da privatisti a un esame nella scuola di Stato. Il libro comincia così: «Lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato spesso a lei.... ai ragazzi che “respingete”. Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate». Riguarda la scuola dell’obbligo di allora. Linguaggio chiaro, essenziale, diretto, secco, incalzante, dati inoppugnabili alla mano, il libro è un’accusa potente contro la scuola dei padroni. La scuola boccia, e anche ripetutamente fino all’abbandono, i figli dei poveri, cioè degli operai e dei contadini. La scuola insegna soltanto cose inutili per i poveri, cose che servono solo per la sottomissione al padrone. La scuola e i professori sono dalla parte dei ricchi. La scuola deve cambiare, deve dare spazio alla cultura dei poveri e deve insegnare ciò che è utile alla loro elevazione. La scuola non deve bocciare. E i poveri si devono organizzare per far valere in essa i loro diritti.

 

Solo luci e niente ombre? Se lo colloco e lo leggo pensando al periodo storico e all’ambiente in cui nacque, di ombre faccio fatica a trovarne. Fu un libro che la destra avrebbe bruciato. La sinistra in generale lo osannò. Qualcuno ci vide, sindacalmente parlando, un attacco duro e immeritato a una categoria di lavoratori. È una lettura secondo me improponibile. Tanto più che la categoria dei docenti allora, almeno nel suo complesso, non se lo sognava nemmeno di sentirsi parte del proletariato o solidale con esso, anzi vedeva se stessa come una componente organica delle classi medie. Altro punto. I metodi pedagogici che emergono dalla Lettera potrebbero facilmente prestarsi, soprattutto oggi ma anche allora, a una critica. Ad esempio a Barbiana la scuola durava dodici ore al giorno per 365 giorni all’anno. E questo i pedagogisti, e suppongo anche qualche professore, lo mettevano in discussione. Secca e pungente era la risposta del prete (non dopo l’uscita del libro, ché lui non c’era più, ma negli anni precedenti). Fino a che questi ragazzi andavano dietro a un branco di pecore dalla mattina alla sera, per tutto l’anno, per produrre lana e cacio per chi vive in città non avevate nulla da dire. Ora che li faccio stare a scuola per il loro bene dite che li sacrifico. Si dice poi che ogni tanto alla scuola del prete volassero qualche scappellotto o una pedata nel culo o una frustata. Di sfuggita posso testimoniare che purtroppo volavano anche nella scuola normale, ma questo non significa molto. D’altra parte, dicevano a Barbiana, fanno molto più male i voti sul registro e le bocciature di uno scapaccione: questo dopo un po’ passa, quelli ti segnano per tutta la vita. Infine: era scuola privata. Vero. E di un prete. Ma anche qui era facile obiettare che nessuno pagava una retta; e il prete diceva che quando la scuola di Stato fosse diventata come la sua, o meglio l’avesse superata, che cioè avesse accolto i poveri come fossero i “primi” e non avesse più bocciato, allora lui avrebbe chiuso perché a quel punto la sua sarebbe stata inutile.

 

Il libro uscì pochi giorni prima della morte di don Milani il quale fece in tempo a vederne una copia stampata. Fu il “libretto rosso” dei giovani contestatori nel 1968. È stato tradotto in decine di lingue. Ha una grande validità ancora oggi. In Italia, nemmeno a dirlo, la stragrande maggioranza delle persone, moltissimi anche fra gli insegnanti, molti anche “di sinistra”, non lo hanno mai letto. È, secondo me, un libro rivoluzionario, che avrebbe dovuto scrivere un insegnante anarchico o, più in generale, un insegnante di sinistra. Invece abbiamo lasciato che lo scrivesse un prete.

 

 

 

 

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