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Categoria: Libri
Creato Venerdì, 01 Maggio 2015

Copertina del libro "hey-prof"Ehi, prof! recensione di Rino Ermini (n°179)

Autore: Frank McCourt

Editore: Adelphi

Luogo di edizione: Milano

Anno: 2006

Frank McCourt nacque nel 1930 a New York da genitori irlandesi, padre presbiteriano e madre cattolica. Se credete che questa precisazione sia un inutile dettaglio, provate a leggere “Le ceneri di Angela”, il suo primo libro, autobiografico.

Aveva quattro anni quando la sua famiglia emigrò (fece ritorno) in Irlanda. Dice a questo proposito: “Gente che si vanta o si lamenta delle tribolazioni patite nei primi anni di vita se ne trova dappertutto, ma niente regge il confronto con la versione irlandese: la povertà; il padre alcolizzato chiacchierone e buono a nulla; la madre pia e derelitta che geme accanto al fuoco; i preti boriosi; i maestri arroganti; gli inglesi e le cose tremende che ci hanno fatto per ottocento lunghi anni... Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Naturalmente è stata un’infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora” (Le ceneri di Angela, pagina 11).

“Le ceneri di Angela”, come ho detto, è il suo primo libro, scritto a sessantasei anni, quando era già in pensione. Mai visto un libro più angosciante, e allo stesso tempo così pieno di ironia, di sarcasmo e di dolcezza. Mai visto un libro dove preti e chiesa cattolica, maestri e credenti facessero una figura peggiore. Non è un libro che parla di scuola, ma questa nobile istituzione vi si prende la parte che le compete. E direi che del pensiero espressovi in materia sono la sintesi estrema le parole del bambino irlandese Paddy Clohessy: “Con tutte le note che i maestri mandano sempre a casa nostra, noi ci puliamo il culo”. Ed è sempre Paddy ad esprimere un parere sulla religione quando a Fintan Slattery, che si premura di ricordare ai compagni di classe che per le opere di carità si ottiene l’indulgenza plenaria, risponde dolcemente: “Fintan, ma perché non te ne vai a cacare?” (citato, pagina 213).

A diciannove anni McCourt ripassò l’Atlantico e per molto tempo lavorò al porto di New York come scaricatore e in altri ameni luoghi e attività riservate esclusivamente agli emigrati. Nel frattempo studiò e riuscì a laurearsi, approdando alla fine all’insegnamento, mestiere che iniziò nel 1958. Questa parte della sua vita è descritta nel secondo libro, “Che paese, l’America”, del 1999. Anche qui la scuola, sia quella vissuta come studente sia quella dei suoi primi anni da insegnante, è ampiamente presente e documentata. Scrisse infine “Ehi, prof”, nel 2005. Terzo e ultimo. Interamente dedicato all’insegnamento. Morì nel 2006.

McCourt insegnò ad Harlem, in istituti che dovevano essere ben duri (insomma niente a che vedere con i licei di Milano) e svolse il proprio lavoro come potrebbe svolgerlo uno che non ha missioni da compiere ma, mentre deve portare a casa uno stipendio, crede nella validità e nell’importanza di quello che fa, gli piace e si sente portato per quel mestiere. È appunto nel suo terzo libro, quello di cui mi sto occupando, o di cui mi dovrei occupare perché sto per finire lo spazio assegnatomi, che ce ne parla.

Inizia col suo primo giorno di scuola in una classe di oltre trenta individui, età media diciassette anni, che nemmeno il più malefico dei sadici dispettosi, lavorando a tavolino e col massimo impegno, avrebbe potuto mettere insieme. Entrando in un’aula che è una bolgia e dove nessuno lo prende in considerazione, vede volare un panino intorno al quale nasce una gazzarra che rischia di sfociare in rissa. Chiamato in causa dal proprietario della merenda, ma solo allo scopo di creargli difficoltà, non fa altro che raccogliere con calma l’oggetto della disputa e con calma e soddisfazione mangiarlo fino all’ultimo boccone. Un panino succulento con mortadella, pomodori, cipolle, peperoni e olio di oliva per il quale fa i complimenti alla madre del proprietario che l’aveva preparato, ovviamente emigrata di origine italiana, siciliana per la precisione.

Mangiato il panino e fatto centro nel cestino dei rifiuti col foglio appallottolato dell’incarto, dice che la classe era in suo potere, ma non aveva idea “di come passare dal panino all’ortografia”. Comincerà raccontando la propria vita, stimolato dalle domande che gli studenti gli pongono proprio nel tentativo di scansare le lezioni. “Anziché insegnare raccontavo storie. Loro [gli studenti] erano convinti che stessi insegnando. Ne ero convinto anch’io. In realtà stavo imparando”. Definirsi un professore? “Io non mi definivo niente. Ero più che un professore, e meno. Nell’aula di una scuola superiore uno diventa un sergente istruttore, un rabbino, una spalla su cui piangere, un cerbero, un cantante, uno studioso di second’ordine, un impiegato, un arbitro, un pagliaccio, un consulente, un censore dell’abbigliamento, una guida, un apologeta, un filosofo, un collaboratore, un ballerino di tip tap, un politico, un medico, un fesso, un vigile urbano, un prete, un padre -madre – fratello – sorella –zio - zia, un ragioniere, un critico, uno psicologo, l’ultima goccia che fa traboccare il vaso... non avevo nessuna particolare teoria della didattica, ma sapevo che con i burocrati, con i dirigenti fuggiti dalla cattedra all’unico scopo di rompere le scatole a professori e alunni insieme, mi trovavo a disagio”.

Questa dovrebbe essere una scheda. Non devo fare una recensione. Dovrei soltanto dirvi: qui c’è un libro dove un insegnante parla di scuola vissuta, dove un insegnante alle primissime armi si costruisce un metodo di lavoro interagendo costantemente con i suoi studenti e le sue studentesse, in una situazione che trovarne di più difficili è impossibile. Che cosa volete che vi dica? Se siete studenti, docenti, genitori di studenti, semplici curiosi che passano per caso, leggetelo. Anzi, leggeteli tutti e tre, a partire dal primo. Vi piaceranno e mi ringrazierete. O li avete già letti, e io sono arrivato ultimo? Pazienza, sono cose che capitano.

 

 

 

 

 

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