Stampa
Categoria: Libri
Creato Lunedì, 05 Dicembre 2005

Maurizio Maggiani, Il viaggiatore notturno, recensione di Roberto Zani (n°69)

Ci interessa relativamente che l’ultimo romanzo di Maurizio Maggiani, Il viaggiatore notturno, abbia vinto l’edizione 2005 del Premio Strega. Ci importa piuttosto che il nostro, riproponendo tematiche e contenuti di matrice libertaria, continui ad ampliare le schiere dei suoi lettori fino a ricoprire un ruolo di primo piano  nelle letteratura italiana contemporanea.

Lo fa con un eccellente romanzo, stilisticamente più equilibrato ed efficace dei precedenti: è questo un merito fondamentale perché Maggiani coltiva l’ambizione di sviluppare una narrazione su diversi piani, alla difficile ricerca di una struttura mutuata dal racconto orale. “Ascoltate” è la parola con cui inizia il romanzo. La dimensione prediletta dell’autore è infatti quella del rapsode, del cantore che narra poemi epici; non a caso lo scrittore ligure si esalta felicemente negli incontri col pubblico, dimostrando grandi doti di affabulazione.

Il romanzo parte dal deserto dell’Hoggar (Sahara algerino) per poi girovagare nei Balcani, nel Caucaso e nei ricordi d’infanzia del protagonista. La narrazione si popola di personaggi storici realmente esistiti (il principe polacco Jan Potocky, orientalista ed esploratore del ‘700; Charles de Foucauld, il monaco dei Tuareg recentemente beatificato, di cui Maggiani s’inventa le citazioni), ma anche di personaggi contemporanei dalle caratteristiche leggendarie. Il protagonista è un etologo, espediente che permette di far entrare nel racconto anche gli animali: rondini che migrano nel deserto insieme alla pioggia, orsi che fuggono dalla guerra di Bosnia verso le Alpi carniche. Le leggende si scontrano però con la realtà inaccettabile della guerra: la narrazione ci conduce nell’ultimo giorno dell’assedio di Tuzla (episodio più volte narrato oralmente dallo scrittore in questi anni), quando 73 ragazzi e bambini vennero sterminati da una granata.

Il viaggiatore notturno riprende un tema già “ascoltato” in altre opere dello scrittore ligure  (pensiamo al fortunato Il coraggio del pettirosso): le vicende reali o immaginarie di popoli, vissuti ai margini della Storia, che hanno praticato varie forme di egualitarismo. La scena spetta questa volta ai bogomili (antichi eretici cristiani del mondo slavo) ed ai i Tuareg del deserto: “eresie libertarie”, emarginate o spazzate via dai vari autoritarismi, che possono ancora raccontarsi se siamo in grado di porci in ascolto.

Il “segreto” risiede nella forza della storia orale, pratica ormai dispersa dalla modernità che possiamo ancora recuperare, con il suo scrigno di utilità e di bellezza. Dobbiamo però imparare a rimetterci intorno al fuoco della narrazione, e con questo suggerimento Maggiani termina il libro, narrandoci la sua personalissima versione di un  racconto di Jack London, Farsi un fuoco. Un uomo, scampato ad una spaventosa tormenta di neve, riesce ad accendersi un fuoco. Non si salverebbe però dall’assideramento, dal sicuro cedimento verso un sonno che sarebbe mortale, se non arrivasse un altro uomo: i due sopravvissuti, per restare svegli fino al mattino attizzando il fuoco, passano la notte a raccontarsi con passione storie vere e storie inventate.

 

 

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Il viaggiatore notturno, di Maurizio Maggiani – recensione di Roberto Zani (n°69) - Cenerentola Info
Joomla theme by hostgator coupons

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso all’utilizzo, consulta questa pagina. Cliccando su "CHIUDI" ovvero proseguendo la navigazione sul sito si presta il consenso all’uso di tutti i cookie.