Stampa
Categoria: Scuola e università
Creato Giovedì, 01 Ottobre 2009

Ho sempre voluto fare la giornalista, di Ilaria Leccardi (n°117)

Ho sempre voluto fare la giornalista. Ho iniziato a scrivere ai tempi del liceo, su un giornale di Alessandria, la mia città. Una volta diplomata, è venuto il momento di scegliere l’università. Puntavo in alto e ho pensato: dove meglio di Bologna posso vivere la vita universitaria, la cultura, nel senso più profondo? E quale facoltà se non Scienze della Comunicazione, per la strada che voglio percorrere? E così, nell’estate del 2000, ho superato il test d’ingresso e si sono aperte le porte. Dopo un primo anno luminoso, la riforma universitaria, giunta come un macigno, mi ha posto davanti alla scelta: continuare nel vecchio ordinamento o scegliere il nuovo (3 anni di laurea breve più 2 di specializzazione)? E io, che speravo nella nascita di un indirizzo giornalistico nel biennio specialistico, ho scelto di passare al nuovo.

Quasi subito il primo brutto scherzo. Amante della storia, non vedevo l’ora di iniziare l’unico corso previsto in questa materia, “Storia contemporanea” che, noto ora, tra i miei colleghi giornalisti spesso è un’emerita sconosciuta. Ma l’esame dato il primo anno in “Storia del teatro e dello spettacolo” era stato convertito in due esami da 5 crediti: “Semiologia dello spettacolo” e “Storia contemporanea”. Oltre a non poter più frequentare il corso, per me era soprattutto un segnale dello svilimento del sapere. La seconda beffa è arrivata col tirocinio. Speravo di trovare tra le offerte dell’università una redazione locale per fare cronaca, o un ufficio stampa dove lavorare su articoli e agenzie. Invece nulla. E così mi sono arrangiata, entrando nella redazione di un giornale di archeologia e storia in cui ho svolto le ore richieste e a cui si sono aggiunte altre collaborazioni, tra cui quella con Cenerentola.

Una volta conseguita la prima laurea ho constatato che nessuna specializzazione in media e giornalismo era stata attivata. La scelta era tra Scienze della comunicazione pubblica e sociale oppure Semiotica. Non so, di preciso, perché ho scelto quest’ultima, oltre al gusto di studiarla e “praticarla”. Forse puntavo alla specializzazione che i primi tre anni non mi avevano dato. E così è stato. Due anni di immersione in un approccio che mi hanno permesso di analizzare diversi ambiti espressivi e volare in Argentina per studiare il fenomeno delle fabbriche autogestite, argomento della mia tesi in Analisi del discorso politico.

Marzo 2006, laurea. Poi, il vuoto. È stato allora che mi è tornata in mente la frase pronunciata il primo giorno di università da un professore in una delle grandi aule di via Zamboni 38: “Buongiorno a tutti, non per spaventarvi, ma sappiate che quando uscirete di qui dovrete inventarvi un lavoro”. Aveva ragione.

Una volta fuori dall’università, ho proseguito con le collaborazioni, senza riuscire a crearmi una vera figura professionale. E così ho provato con la scuola di giornalismo, a Torino. Le cose sono cambiate, da una parte in meglio, perché ho fatto esperienze in grandi testate, collezionando collaborazioni con giornali più e meno importanti. Dall’altra in peggio perché, da professionista, sono entrata consapevolmente nel precariato giornalistico, senza i diritti di chi gode di un contratto, toccando la difficoltà di arrivare alla fine del mese.

E l’Università? Le “mie” Scienze della Comunicazione? È un’esperienza che mi porto dietro come un compagno di viaggio, felice di averla frequentata anche se me l’ero immaginata diversa, più capace di avvicinarmi alla professione che sognavo. Credo sia questa la sua pecca principale, come quella di gran parte delle facoltà italiane: la trasmissione dei saperi, e neanche tutti, ma quasi nessuna forma di avvicinamento al lavoro. Mi stupivo quando qualche studente Erasmus mi raccontava che nel suo paese andava all’università con la telecamera per fare riprese e servizi. C’è chi tra i miei colleghi ha preferito rimanere in università come ricercatore, chi ha aperto un’agenzia di comunicazione, chi lavora nell’editoria o nella pubblicità. E nella gran parte dei casi, la strada è stata quella dello sfruttamento, degli stage, del lavoro non pagato, che comunque si spera possa condurre a un futuro più radioso. Eppure di questi tempi si fatica anche solo a sperare in meglio. E, se mi guardo indietro, non penso di aver sbagliato facoltà, sarebbe stato uguale anche con un’altra, ma mi rimane il rammarico per quell’esame di storia mai dato.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Ho sempre voluto fare la giornalista, di Ilaria Leccardi (n°117) - Cenerentola Info
Joomla theme by hostgator coupons

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso all’utilizzo, consulta questa pagina. Cliccando su "CHIUDI" ovvero proseguendo la navigazione sul sito si presta il consenso all’uso di tutti i cookie.