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Categoria: Scuola e università
Creato Giovedì, 01 Ottobre 2009

Pedagogia ed educazione, di Annalisa Righi (n°117)

C’è una distinzione tra socializzazione ed educazione.  La prima è un fatto istintivo, la seconda  è intenzionale.

Ciò premesso, una cosa è parlare di sistema educativo  in generale, altro è parlare di quella sua  parte che da sempre è destinata alla formazione dei futuri insegnanti /educatori del nido, della scuola dell’infanzia, della primaria e oggi anche di quella professionale.  Poiché se è vero che la pedagogia è la teoria dell’educazione allora la teoria e l’offerta formativa di cui sopra sono tra loro in un  rapporto particolare e delicato.

C’erano una volta  l’Istituto Magistrale e la facoltà di Magistero.

Oggi ci sono il Liceo delle Scienze sociali e la facoltà di Scienze della formazione.

Ovvero,  per  la scuola superiore attualmente tre opzioni:  Liceo Linguistico, Pedagogico, Scienze sociali; e via con: curricula, programmi, orientamenti,  progetti, sperimentazioni, compresenze, tutor, laboratori, stage, tirocini… Poi l’Università con sei corsi di laurea triennale, tra cui:  Animatore Socio Educativo, Formatore, Educatore di Nido…  e allora: tre più due,  crediti, specialistiche,  master, scuola di specializzazione, corsi di abilitazione, dottorato di ricerca e via con tirocini, seminari, laboratori…

Come dire,  l’offerta formativa  si è allargata secondo una logica di riproduzione di quantità, piegata alle esigenze di una società le cui connotazioni più significative sono nel carattere globale della comunicazione e del mercato.  Riproduzione allargata di quantità  spesso nominalistica, oltre che organizzativa ed economica.  Altro non si tratta che di aver spostato materie da un’opzione all’altra, aver diviso corsi in più corsi, sottocorsi, seminari, aver  creato trienni, bienni, e di aver così, non ultimo, anche  aumentato le tasse. Oggi  uno studente che desideri fare il  biennio di corso specialistico dopo la laurea triennale deve sopportare un costo annuale per le tasse doppio rispetto al costo annuale del primo triennio.

Risultato: la  frammentazione organizzativa porta ad una frammentazione didattica con una perdita del pensiero olistico a favore di una sua digitalizzazione, più funzionale alle strategie dell’economia globale di mercato. Così  lo studente -  un po’ frastornato e molto impegnato nei calcoli di crediti, incastri di esami, seminari e tirocini – passa più o meno indenne attraverso il percorso e ne fuoriesce, felice di averlo terminato,  con una forma mentis molta diversa da quella dei suoi docenti più anziani, spesso  con l’impossibilità di andare oltre la laurea triennale a causa dei costi troppo alti e senza possibilità di sbocchi lavorativi.

C’è comunque  qualcosa che sfugge a questo macchinario a moltiplica e che viene apprezzato dai giovani: l’interazione docente-allievo. E’ lì, in quello spazio relazionale, che si trova  la possibilità di trasmettere e sviluppare un sapere capace di contagiare. Un sapere  basato sull’ascolto  e il rispetto dell’altro da sè, sulla costruzione di una coscienza critica. In una parola, un sapere ancora autonomo,  per l’uomo e dell’uomo - sdoganato dalle strategie  utilitaristiche del sistema – e che trova realizzazione ed espressione nell’elaborato della tesi finale, purché sia di ricerca e non compilativa. 

Una riflessione però sorge spontanea: quei docenti sono  gli studenti di un tempo, quelli di una scuola non diretta  da  logiche quantitative. Una scuola in cui  l’educazione alla formazione degli altri avveniva in modi e tempi diversi, forse anche con metodi maieutici, secondo  le dialettiche di un pensiero non frammentato in compartimenti stagni.  E allora, quando la generazione di questi docenti finirà ed avremo quindi insegnanti formati dalla scuola sopra descritta, il contagio relazionale  sarà bastato a trasmettere quel Sapere, e con esso una certa forma mentis, o quest’ultima avrà subito l’influenza delle logiche digitalizzanti col risultato che anche il sistema dell’istruzione sarà diventato autoreferenziale?

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