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Categoria: Scuola e università
Creato Giovedì, 01 Maggio 2014

donalibriLa scuola libertaria, di Rino Ermini (n°168)

Come difendere la scuola pubblica (Cenerentola, n.1 del 7 ottobre 2002)

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, questo contributo di Rino Ermini sulla scuola libertaria.

Nel leggerlo, abbiamo notato una singolare consonanza con un articolo (che di seguito riportiamo) scritto dodici anni fa da Luciano Nicolini e pubblicato sul primo numero di Cenerentola. 

 Io non sono un esperto di pedagogia libertaria. Ho letto un po’ di cose e qualche volta sono andato e vado in giro, anche con altri, a parlare di questo tema. Molti anni fa ho scritto pure un paio di opuscoli che avevano la pretesa di trattarne: in realtà vi parlavo soprattutto del mio lavoro di insegnante. Certo, cercavo allora, e ho cercato fino all’ultimo, facendo leva sul mio sentire, la mia esperienza e anche la mia relativa preparazione libresca, di utilizzare nell’insegnamento i principi delle migliori pedagogie sviluppatesi dall’Illuminismo in poi, soprattutto di quella libertaria. Di essa, e degli esperimenti fatti fra Otto e Novecento, sottoscrivo tutto e volto pagina, essendo più propenso a parlare di pedagogia e scuole libertarie oggi; non di quelle che ci sono in giro per il mondo, ché anche queste le conosco poco e indirettamente, ma restringendo il campo al nostro Paese.

Se ho scelto di lavorare nella scuola pubblica e ci sono rimasto per quasi trent’anni, è evidente come la penso. Certo, ci sono rimasto perché avevo bisogno di uno stipendio e anche perché sono convinto, nonostante i non pochi problemi esistenti, che quello dell’insegnante sia comunque un gran bel lavoro e che nella scuola pubblica qualcosa di buono sia possibile farlo. Ho voluto lavorare là dove stanno milioni di studentesse e di studenti e centinaia di migliaia di lavoratori, in un mondo quindi vasto e complesso che mi pareva un ottimo campo anche per l’attività politica e sindacale, due cose che per me devono essere assolutamente presenti in un docente che voglia occuparsi di una didattica e di una pedagogia diverse. Non si può volere la pedagogia libertaria e non muovere un dito sul piano politico e sindacale, sebbene a questa mia affermazione sia facile rispondere, ma non è esaustivo, che si fa politica già nel momento in cui si inizia ad occuparsi di pedagogia libertaria.

Non sono interessato ad una scuola fuori da quella pubblica, quindi in definitiva privata, che potrebbe riguardare oggi come oggi poche decine di famiglie, di studenti e di docenti e dove sarebbe possibile applicare, anche se non totalmente almeno in buona parte, i principi della pedagogia libertaria. Non mi interessa non nel senso che sparerei addosso a chi la facesse, ma vedo più giusto, altrimenti non avrei seguito la strada che ho seguito, essere altrove, essere là dove ci sono la gente normale e i figli dei lavoratori, nella consapevolezza che nella scuola pubblica le possibilità di applicare la pedagogia libertaria, o comunque una pedagogia diversa da quella tradizionale, non sono molto ampie e gli spazi per farlo vanno conquistati e aperti quasi a forza giorno per giorno.

Nella scuola libertaria privata sarebbe più facile. Chi ne usufruisse sarebbe consapevole di quello che cerca e di quello che lo aspetta, quindi già pronto a certe metodologie e certi contenuti. Sarebbe uno che sa già tutto. Si tratterebbe alla fine di una scuola di élite. Senza considerare poi che gli utenti non potrebbero essere altro che persone in grado di spendere un bel po’ di denaro: i locali dove si facesse questa scuola, i docenti e la gestione avrebbero un costo assai elevato. Come farebbero a starci i figli di un operaio, di un disoccupato, di un povero? Non vorrei ricordare Neill il quale mi pare dicesse che l’unico difetto della sua scuola di Summerhill era quello di essere troppo costosa per i proletari. Una o più scuole libertarie poi non le vedrei altro che come possibilità, per chi potesse permettersele, di sottrarre i propri figli non tanto e non solo all’educazione autoritaria dello Stato, quanto a uno o più insegnanti poco preparati e negativi che pure nel corso degli studi i nostri figli possono incontrare nella scuola pubblica. E gli altri? Quelli che non possono permettersele? Non tratto di altre questioni come i diplomi, ecc. Do per scontato che chi andasse in questa scuola o non sarebbe interessato, per esempio ai diplomi, o comunque alla fine sarebbe disposto a passare sotto le forche caudine dello Stato per farsi esaminare ed avere la certificazione ufficiale del corso di studi. E chiedere i soldi allo Stato? Beh, non mi parrebbe un buon inizio. Ma dicono: paghiamo le tasse e quindi ci riprendiamo un po’ dei nostri soldi. Non è questo il discorso che fanno anche gli integralisti cattolici e i fanatici della scuola privata quando rivendicano i finanziamenti statali per chi le frequenta?

Probabilmente lo Stato guarderebbe a un simile esperimento dall’alto in basso e non se ne curerebbe più di tanto, salvo accertarsi che norme e burocrazia previste dalle leggi vigenti fossero rispettate. Qualcuno potrebbe obiettarmi: né più né meno di quando nella scuola pubblica si aprono spazi dove si fa qualche cosa di alternativo. Precisamente. È proprio così. Avrei però da controbattere che i miei tentativi attuati nella scuola pubblica, ancorché povera cosa, avvengono in una struttura dove più o meno direttamente e più o meno intensamente possono coinvolgere migliaia di studenti, di famiglie e di lavoratori.

Io credo che la pedagogia libertaria potrebbe avere un grande senso se guidasse il lavoro di un certo numero di docenti come fosse la stella polare per un navigante, indispensabile per la tenuta della barra del timone, qui e ora, nella scuola pubblica. Un lavoro cui dovrebbe affiancarsi una serrata attività politica e sindacale fuori dagli organismi concertativi e collusi col potere per allargare gli spazi di azione e rafforzare le possibilità di riuscita di un insegnamento diverso, improntato quanto più possibile alla libertà di docenti e allievi, a contenuti alternativi e metodologie antiautoritarie. La pedagogia e le scuole libertarie potrebbero avere un grande senso anche se fossimo in una società in cui potenti organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori avessero la capacità e la forza di impadronirsi della gestione della scuola pubblica o, d’altra parte, la capacità e la forza, anche finanziaria, di creare proprie scuole fuori dal controllo statale e farle funzionare secondo criteri del tutto opposti a quelli voluti oggi dal potere, che interessassero centinaia di migliaia di famiglie e fossero una cosa di massa, non di élite.

Non mi pare che stiamo attraversando ora un momento storico adatto all’ipotesi appena fatta, perciò potrei concludere che a mio parere, se da una parte non c’è ragione di ostacolare chi volesse tentare l’esperimento di una scuola privata libertaria, dall’altra c’è da augurarsi due cose: la prima, che le difficoltà nel realizzarla non ne facciano smarrire subito il senso ricorrendo all’aiuto statale o facendola diventare insignificante in una società che potrebbe tranquillamente ignorarla; la seconda, che chi è interessato ad una pedagogia diversa, si tratti di studenti, docenti o famiglie, ricomponga le fila nella scuola pubblica per rimettere insieme tutti quei segmenti e quelle situazioni che pure ci sono e che fra loro collegate potrebbero divenire una realtà interessante, magari sfruttando quell’autonomia che nelle intenzioni dello Stato non è altro che chiusura dei finanziamenti e abbandono al mercato dei singoli istituti e che invece, nelle mani di utenti e docenti, potrebbe divenire ben altro da quel che il potere si propone.

 

 


 

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