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Categoria: Scuola e università
Creato Martedì, 01 Dicembre 2015

PedoniAssurdità reazionarie, di  Luciano Nicolini (n°185)

(Non diamo alla scuola italiana colpe che non ha)

Non è la prima volta che contesto le opinioni di Ernesto Galli Della Loggia. Lo ho già fatto, recentemente, sul numero 181 di Cenerentola. Ma una cosa è mettere in dubbio opinioni discutibili, altra dover constatare come questo ex “uomo di sinistra” sia diventato apertamente reazionario.

«E a noi che importa?», diranno i lettori. Importa, perchè, insieme a Panebianco e ad altri personaggi del genere, Galli Della Loggia scrive sul “Corriere della sera” e i suoi articoli, rimbalzando sulle radio, le televisioni e la rete, finiscono col plasmare il modo di pensare degli Italiani.

Scriveva il 6 novembre, in un editoriale intitolato “Che errore ignorare la scuola”:

«Diciamolo brutalmente: l’Italia appare sempre più spesso un Paese di ladri e di truffatori (…). Specie se si tratta della sfera pubblica, tutto appare in vendita e tutti comprabili, ogni appalto appare manipolato, ogni spesa nascondere una tangente, ogni privilegio è pronto a trasformarsi in un abuso mentre l’assenteismo truffaldino è la regola.

Ma perché le cose stanno così? (...) Un principio di risposta va cercato nella crisi profondissima che in Italia ha colpito da decenni (...) la scuola, la quale - stante il forte indebolimento dell’istituto familiare, dell’influenza religiosa e la fine del servizio di leva - è divenuta da molto tempo l’agenzia primaria se non unica del disciplinamento sociale degli italiani: con esiti che sono sotto gli occhi di tutti».

Capito? L’ex “uomo di sinistra” sembra lamentarsi dell’indebolimento dell’istituto familiare, dell’indebolimento dell’influenza religiosa e della “fine” del servizio di leva (fenomeni che ogni progressista dovrebbe ritenere positivi). E accusa la scuola di non reprimere abbastanza gli studenti (alla faccia della pedagogia libertaria!)

«La scuola – prosegue - adempie a questa funzione di disciplinamento essenzialmente in due modi. Innanzi tutto, per l’appunto, con la disciplina: cioè inserendo il giovane in un ordine dato e non contrattabile fatto di orari, ruoli, obblighi di un certo comportamento, ed esigendone il rispetto. In secondo luogo impartendo un insieme di nozioni, le quali rappresentano però assai più che sparse conoscenze disciplinari. Nel loro insieme infatti esse costituiscono un patrimonio che affonda le sue radici nel passato e costituisce un’identità culturale messa a disposizione dello studente, implicando dunque un’idea della continuità nonché un’immagine della trasmissione da una generazione all’altra. (...).

Ma importa a qualcuno di come la scuola riesca ad adempiere il ruolo ora descritto? Non direi: oggi la scuola sembra interessare l’opinione pubblica, infatti, solo per le agitazioni di tipo sindacale degli insegnanti o per le cosiddette “lotte degli studenti”».

Non è ben chiaro di quali lotte degli studenti stia parlando, dato che non se ne vedono da anni; e a quelle poche che ci sono, mi sembra che l’opinione pubblica non sia affatto interessata!

Ma, procediamo: «Dubito – scrive più oltre Galli Della Loggia - che si sappia che ormai non sono affatto rari i casi, già nelle scuole medie, non solo di aperta irrisione e insofferenza da parte degli studenti verso gli insegnanti, ma addirittura di minacce e insulti nei loro confronti: e quasi sempre senza che ciò produca sanzioni degne di questo nome (...). Da tempo infatti nella scuola italiana - complici l’aria dei tempi, la voglia di non avere fastidi, l’arroganza di molti genitori inclini a proteggere sempre il “cocco di casa” anche se è un teppista in erba - da tempo, dicevo, domina un permissivismo distruttivo e frustrante. Un permissivismo che prende, tra le molte altre, la forma della promozione d’ufficio. (...) L’effetto di tutto ciò è che in generale il meccanismo didattico risulta privo di quello che da che mondo e mondo è il solo, vero (...), strumento di sanzione. Ma ancora più importante, però, è che dominata da un tale meccanismo perverso, la scuola finisce inesorabilmente per perdere ogni reale capacità di insegnare qualcosa. (...) Da almeno due o tre decenni i giovani italiani crescono e si socializzano in questo ambiente scolastico. Qui apprendono che cos’è la cultura, cosa sono le regole, che cosa l’autorità, e che conto tenerne. In piccolo imparano insomma come funziona il loro Paese: ci si può meravigliare se poi, quando crescono, si regolano di conseguenza? »

Mi sembra che siamo al delirio...

Innanzitutto non mi risulta che nelle scuole italiane sia normale quel clima di “minacce e insulti” nei confronti degli insegnanti del quale parla Galli Della Loggia; in secondo luogo, se è vero che al loro interno si impara poco, è altrettanto vero che la “buona scuola” la fanno i “buoni insegnanti”, e se si impara poco, la colpa principale è dell’università che prepara male i futuri docenti. Ciò che spesso manca, nelle scuole, è la competenza, non la disciplina.

Ma, soprattutto, mi sembra assurdo accusare la scuola di diseducare i giovani dal punto di vista del senso civico. I giovani vivono immersi in un mondo mediatico che li induce a pensare (forse giustamente) che l’apparenza conta assai più della competenza, e la furberia conta assai più dell’onestà; un mondo mediatico che li istiga all’egoismo, al razzismo, alla gelosia, quando non addirittura al crimine. Nel contesto di tale mondo mediatico, che insegna loro, quello sì, come funziona il Paese, la scuola rappresenta un’oasi all’interno della quale ancora si finge che valori come la competenza, l’onestà e il rispetto degli altri siano più importanti del successo. E sarebbe quest’ultima a corrompere la gioventù?

È senz’altro un errore «ignorare la scuola», ed è per questo che su Cenerentola ne parliamo spesso, e in termini piuttosto critici. Ma è ancor più grave ignorare tutto ciò che le sta intorno, e che rende la proposta culturale rivolta ai giovani (e non soltanto a loro) talmente scadente da far rivalutare i vecchi, rincoglioniti, docenti. Donne e uomini che, come si diceva ai tempi della contestazione giovanile, “hanno fatto danni incalcolabili”, ma certamente assai minori di quelli fatti dai talk-show, dai telefilm polizieschi, da “Uomini e donne” e dal “Grande fratello”.

Affermare che la scuola sia oggi «l’agenzia primaria se non unica del disciplinamento sociale degli italiani», inoltre, è chiaramente errato. E non solo perché (purtroppo) la famiglia, le religioni e (in misura minore) il militarismo continuano a diffondere le loro influenze negative sulla società (è soprattutto in nome della famiglia che si diventa «ladri e truffatori»), ma anche perchè sono ormai la radio, la televisione e la rete a fare la parte dei leoni nel «disciplinamento sociale degli italiani».

Il messaggio che somministrano, continuamente, è che non esiste ideologia alternativa al capitalismo, che tutto deve essere finalizzato al profitto, che per fare profitto occorre soprattutto apparire (“la pubblicià è l’anima del commercio”) e mettere da parte ogni scrupolo (i famosi “lacci e lacciuoli”), gli altri interessano solo nella misura in cui possono essere utili ai propri fini, compresi i partner che rappresentano, ovviamente, una proprietà privata. I soli “freni” a tale egoismo sono costituiti, casomai, dalla famiglia, in nome della quale, come si diceva, qualsiasi truffa è lecita; dalla religione, che in cambio di un po’ di fede e “buone opere” mette a posto la coscienza, o la “difesa della patria”(che è sempre preferibile, comunque, appaltare a terzi). Ci si può meravigliare se poi, l’intera popolazione italiana si comporta di conseguenza?

La scuola italiana in parte asseconda questo tipo di messaggi, in parte se ne discosta facendo conoscere vita e pensiero di qualche grande del passato che seppe guardare più lontano. È questo che dà fastidio?

 

 

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