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Categoria: Scuola e università
Creato Giovedì, 01 Dicembre 2016

bacchettataScuola: verifiche e valutazioni, di Rino Ermini (n°196)

L’anno scolastico in corso, dopo la “riforma” della “buona scuola”, quella di Renzi e del ministro della pubblica istruzione signora Giannini, cioè della Confindustria e delle Banche, è iniziato a meraviglia; come iniziavano a meraviglia quelli di personaggi indimenticabili, quali la preistorica Falcucci e le più recenti Moratti e Gelmini. Certi nomi, sia detto per inciso e senza dimenticare quelli meno noti e più evanescenti che non so nemmeno se li abbiano annotati negli annali del Ministero, al solo pensarli fanno venire i brividi.

Una loro precisa caratteristica era che all’inizio dell’anno scolastico si facevano in quattro per annunciare urbi et orbi come le cose andassero alla grande e fossero ormai superati i problemi che avevano caratterizzato l’inizio dell’anno precedente, salvo poi ritrovarsi a Natale e dover constatare, non loro ma chi nella scuola ci lavorava o vi era in veste di utente, che gli organici non erano ancora al completo, che la maggior parte delle scuole non era a norma con le leggi sulla sicurezza, che le classi erano affollate e gli spazi e i laboratori inadeguati, che mancavano i soldi per le fotocopie, che gli studenti non studiavano, che i precari erano in numero fuori misura, e molto altro ancora.

La signora Giannini, che se non andiamo errati nel 2015 aveva annunciato la messa a regime della riforma entro il 2016, in occasione della riapertura a settembre scorso si è espressa in questi termini: “Per il tagliando attendiamo il prossimo anno, ma possiamo dire di essere soddisfatti e naturalmente consapevoli di una macchina complessa che nell’arco delle prossime settimane, come ogni anno, andrà a pieno regime con tutti quei dettagli che come ogni anno chiedono organizzazione” (Il Fatto Quotidiano). Complimenti per la trovata del tagliando. E dove siamo, dal meccanico? Per l’italiano, invece, chiediamo scusa, e non vogliamo saperne d’essere mischiati.

Per contrappasso, a fronte di fandonie e demagogia, ci sono stati dei dirigenti scolastici che hanno lamentato l’impossibilità di coprire tutti i posti in organico, dicendo sostanzialmente che nemmeno la chiamata diretta funziona. Noi lo sapevamo già da prima che la chiamata diretta serviva soltanto a dare più potere ai dirigenti e ad imboccare la via dei licenziamenti, non ad alzare il livello qualitativo della scuola. Ma la voce di chi lavora da decenni in un settore non conta. È come nelle situazioni di crisi bellica sparse per il mondo: non conta l’opinione di chi muore sotto le bombe o di chi vive (in attesa di morire) fra le rovine della propria città rasa al suolo, conta quella delle multinazionali delle armi e dei petrolieri. Ci sono stati anche casi, del resto come l’anno precedente e quello prima ancora, di docenti inviati a centinaia di chilometri di distanza da dove abitano e da dove hanno lavorato finora, col risultato, da annoverarsi fra quelli indice di grande civiltà, che hanno dovuto rinunciare al posto e sono rimasti disoccupati. In un certo senso Renzi, Giannini e la loro “buona scuola” sono stati subito bocciati, agli esordi. E visto come stanno le cose non era possibile che accadesse il contrario.

Ora siamo a dicembre e com’era facilmente prevedibile i problemi di inizio anno sono ancora tutti lì ad attendere una soluzione. Intanto i docenti, fra un problema e l’altro, fra un atto burocratico e quello immediatamente seguente, hanno a malapena avviato l’attività didattica che già sono chiamati a stringere i tempi per verifiche e valutazioni poiché il quadrimestre si chiude fra un mese e il trimestre, per quelle scuole che l’hanno scelto, prima di Natale. Si ha insomma l’impressione che l’anno scolastico, almeno fino alla sua metà, si concretizzi in un dimenarsi fra lacci e laccioli della burocrazia e dei problemi aperti per poi andare ad impantanarsi per alcune settimane in quello che veramente sembra contare: le verifiche, le valutazioni, la compilazione e la distribuzione delle pagelle.

Contro questo stato di cose non vedrei altro che un paio di vie d’uscita le quali dovrebbero inevitabilmente avere per protagonisti i docenti, le studentesse e gli studenti, il personale ATA e le famiglie, cioè le categorie direttamente interessate alla scuola, sebbene la stessa sia un settore che, come altri tipo la sanità o la previdenza, riveste troppa importanza per non meritare l’attenzione anche di tutte le altre. La prima proposta è non accettare passivamente le cose come stanno, ma lavorare, cioè agire con altri in prima persona sindacalmente e politicamente, perché la scuola pubblica abbia le seguenti caratteristiche: sia ben funzionante, abbia tutti i docenti necessari e di ruolo, motivati perché sicuri del posto e ben pagati, garantisca la copertura di tutte le assenze dei docenti con personale della stessa qualifica e disciplina degli assenti, garantisca tutte le ore di lezione previste fin dal primo giorno e non come è adesso che si va avanti per settimane se non mesi con orari ridotti per carenza di personale, garantisca a chi ne facesse richiesta, ancora una volta con personale qualificato, un surplus di ore che studentesse e studenti, liberamente, volessero utilizzare per fare i compiti, approfondire, confrontarsi, studiare insieme. E ancora: aule meno affollate, una didattica all’avanguardia (non da avanguardisti), meno autoritarismo, scuole salubri e in perfetta concordanza con le norme sulla sicurezza umana ed ambientale, laboratori attrezzati e funzionanti, materiale didattico adeguato, magari costi meno esosi se non azzerati.

In secondo luogo, fermo restando che le verifiche e le valutazioni devono essere finalizzate a vedere i progressi fatti e non a selezionare, catalogare e marchiare (come ora spesso avviene) e fermo restando che i progressi si considerano a partire dalle condizioni di partenza di ognuno e non in base ad obiettivi standard prestabiliti, aprire una vertenza scuola per scuola, e globalmente con lo Stato, perché si possa procedere alla valutazione solo a patto che vengano rispettate le condizioni di efficienza della scuola così come riportato sopra. In altre parole, lo studente sia pure “valutato”, ma alle spalle deve avere un regolare corso di studi nel quale tutto abbia funzionato al meglio. Ad esempio: se ha diritto a sei ore di lezione giornaliera fin dal primo giorno non si può andare avanti per settimane e mesi ad orario ridotto e poi procedere alla valutazione come se questo non fosse mai accaduto. Se nel corso del quadrimestre lo studente ha diritto, poniamo, a 450 ore di lezione e poi gliene diamo soltanto 390 perché le altre sono di supplenza non coperta o entrate in ritardo o uscite in anticipo per assenza del personale, non si può in sede di valutazione procedere come se egli avesse avuto tutte le 450 ore di lezione previste.

In sintesi: avrei soltanto suggerito di sforzarsi per non accettare passivamente lo stato di cose esistente nella scuola, e lavorare per organizzare un’azione comune per risolvere i problemi, e non aspettare che altri a tutto interessati fuorché al buon funzionamento della scuola pubblica, ci mettano le mani. Infine legare il momento della valutazione alle difficoltà e ai problemi non risolti, non per rivendicare degli sconti (agli studenti non chiederei mai di non lavorare seriamente), ma per evidenziare (e lottare di conseguenza) come molti dei problemi suddetti che poi lo studente paga con voti negativi, bocciature e selezione, siano dovuti alle scelte di coloro che vogliono una scuola pubblica depotenziata, privatizzata e asservita, gente che andrebbe sconfitta e messa nella condizione di non nuocere.

 

 

 

 

 

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