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Categoria: Scuola e università
Creato Mercoledì, 01 Novembre 2017

uomoScuola: alternanza scuola lavoro, di Rino Ermini

Mi è successo spesso in passato di lamentare la mancanza di laboratori nelle scuole o la loro vetustà o il loro cattivo utilizzo. Direi ancora oggi le stesse cose, precisando però che gli studenti e le studentesse frequentanti le scuole di ogni ordine e grado non sarebbe strettamente necessario che potessero avvalersi di laboratori moderni e all’avanguardia.

Se ci fossero, tanto meglio, ma se non ci fossero andrebbero bene anche quelli vecchi perché scopo della scuola non dovrebbe essere preparare la gente, o peggio addestrare, per entrare nel mondo del lavoro, ma creare invece negli individui una buona cultura, in generale una buona preparazione di base e infine una buona preparazione come cittadini: sono queste le cose di grande valore per l’inserimento a pieno titolo nel mondo del lavoro e nella società in veste di adulti critici, ragionanti e responsabili, responsabili non di fronte al “mercato” e al “capitale”, ma di fronte a se stessi e agli altri, all’insieme della società, a ben altri valori che non il profitto e il mercato. E per avere una tale preparazione sarebbero sufficienti anche i laboratori vecchi. Se in un Istituto per Geometri si avesse un’aula tecnigrafi dove imparare a disegnare, credo sarebbe più proficuo e interessante che avere un’aula informatica dove disegnare unicamente con i computer. Imparare ad usare i computer si può fare in un secondo tempo, magari con un adeguato periodo di “apprendistato” in un posto di lavoro dove fossimo stati assunti con regolare contratto a tempo indeterminato. Quando dico “più proficuo e interessante” intendo in sostanza una buona occasione per adoperare utilmente e creativamente le mani e il cervello in piena sintonia fra loro.

Questa premessa l’ho fatta per introdurre il discorso dell’alternanza scuola lavoro, cosa di cui non ci sarebbe bisogno. Il mestiere si impara appunto facendolo. E non con un passaggio aleatorio nel mondo del lavoro mentre si è ancora studenti e nemmeno, una volta usciti dalla scuola, con un contratto di tre mesi o di tre anni per essere spremuti  e poi buttati su una strada, anzi, per usare il linguaggio di moda, essere rimessi nel mercato del lavoro, immersi in un’eterna situazione di precariato, di incertezza, di ansia e di disagio.

L’alternanza scuola lavoro è stata partorita alcuni anni fa e difesa da tutti i governi, così come da buona parte del corpo insegnante che, dopo averla guardata di sbieco, alla fine se l’è fatta imporre, del resto e purtroppo come tante altre cose. Non parliamo degli studenti, delle studentesse e delle famiglie che nemmeno se ne sono accorti, considerandola o una cosa simpatica (“così non si va a scuola”) o un modo per trovare lavoro perché qualcuno ha fatto loro credere (ed essi ci hanno creduto) che là dove fai l’alternanza poi ti assumeranno (cosa che, se avviene, penso avvenga in percentuali quasi pari a zero).

L’alternanza scuola lavoro è stata inizialmente facoltativa, e la sua attuazione dipendeva dalle singole scuole e dai docenti. Insomma ha avuto una fase preparatoria durante la quale il potere, cioè governi, ministeri, esperti, ispettori e dirigenti, guardavano come si concretizzava nei singoli istituti e nel mondo del lavoro, e intanto aggiustavano il tiro. Trascorsi alcuni anni, un governo di “centro sinistra” (ma quale differenza c’è con gli altri?) e un ministro donna ed ex sindacalista hanno tagliato la testa al toro e hanno reso l’alternanza obbligatoria. Anzi, lo studente che non la facesse non verrebbe ammesso agli esami di Stato. Obbligatoria per tutti, non solo per gli istituti professionali e i tecnici, ma anche per i licei. Qualcuno ironicamente dirà che aver tirato in ballo anche i licei è “giustizia di classe”. Io aggiungerei, non del tutto ironicamente, che con qualche mese di alternanza si poteva certo far vedere ai figli e alle figlie dei ricchi - perché oggi sempre più i licei tornano ad essere scuole solo per i benestanti - che cosa significhi andare a lavorare; al contrario, nei professionali si potevano incrementare le ore di studio, insomma far stare quegli studenti un po’ di più sui libri, visto che ci stanno sempre meno e sempre peggio.

Al di là di queste considerazioni, e al di là della demagogia che sempre accompagna certi provvedimenti, l’alternanza scuola lavoro è ora una realtà che si caratterizza, in primo luogo, come un ulteriore provvedimento per creare individui sottomessi e preparati quanto più si può, non solo ideologicamente ma anche con esperienze pratiche, alle esigenze della produzione capitalistica. Insomma, se fino ad ora in generale una fetta consistente di giovani ritardava l’ingresso nel mondo del lavoro rimanendo a scuola fin oltre i diciotto anni, si è pensato bene di non aspettare il dopo per far loro assaggiare che cosa significhi oggi lavorare e star “sotto padrone”. In secondo luogo, ed è questo un altro aspetto non da poco della questione, fornire mano d’opera gratis, vale a dire mettere legalmente a disposizione delle imprese centinaia di migliaia di giovani a prezzo zero; vero che ciascuno di essi dovrà ottemperare all’obbligo staccandosi dal tempo scuola per poche decine di ore ma, la si rigiri come si vuole, anche solo dieci ore moltiplicate per centomila studenti farebbe un milione di ore.

Una proposta di tutt’altra natura, chiara e semplice, sarebbe invece che studenti e studentesse stessero a scuola a studiare e a fare pratica di manualità e lavoro nei loro laboratori, vecchi o all’avanguardia che siano, con i loro professori. Che stessero a scuola a studiare per diventare in primo luogo (perché questo è il compito della scuola pubblica, anche dei professionali) uomini e donne con una buona cultura di base, una cultura generale, non solo professionale e specifica; uomini e donne coscienti, con dei valori utili non al capitale e al potere, ma alla società, cioè a se stessi e a tutti gli altri uomini e donne che  la società compongono. E se proprio volessimo creare un contatto col mondo del lavoro ci sarebbe lo stage, da farsi in più rispetto al tempo passato a scuola, non in meno. E lo stage dovrebbe essere pagato. Se vogliamo facciamo pure una cifra simbolica, ma pagato. E poi ci sarebbero nelle scuole i laboratori, perché spesso ci sono, magari a volte vecchi, a volte mal funzionanti, a volte inutilizzati. Facciamola a scuola la sintesi fra lavoro teorico e pratico, lontano dai luoghi dello sfruttamento. Ai laboratori eventualmente mal funzionanti si potrebbe facilmente ovviare riparandoli, all’essere inutilizzati provvedendo all’assunzione di personale docente o tecnico preparato, e se il personale c’è già provvedendo al suo aggiornamento. Preparare i giovani sul piano umano, come cittadini e infine anche con una base professionale, stando a scuola sarebbe possibile. Certo, ci vuole il personale, ma in un Paese che ha intorno al 47 per cento di disoccupazione giovanile e decine di migliaia di laureati che se ne vanno altrove in cerca di lavoro, non dovrebbero esserci problemi. E poi costa? Anche le guerre, gli F-35, le armi e la finanza speculativa costano. Anche fare l’alternanza scuola lavoro gratis per padroni, a qualcuno costerà.

E quando, infine, studentesse e studenti usciranno dalla scuola diplomati e andranno nel mondo del lavoro,  chi li assumerà deve mettersi in testa che il lavoratore non è uno schiavo da spremere e poi buttare, ma una persona, con valori e diritti indiscutibili, che arriva sul posto di lavoro con una preparazione di base sulla quale a quel punto, con un adeguato periodo di apprendistato, tutelato, con tanto di  diritti e pagato, si possa costruire, o se ci sono già i presupposti  si possa completare, la preparazione di  quella donna o di quell’uomo, di quei cittadini, nella loro veste di lavoratori.

 

 

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