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Categoria: Scuola e università
Creato Sabato, 18 Maggio 2019

Honore DaumierScuola e teatro, Rino Ermini (n°223)

A scuola si può andare a teatro, cioè si possono dedicare a questa forma d’arte una o più uscite didattiche; il teatro lo si può inoltre studiare, e lo si può fare concretamente in prima persona mettendo in scena testi d’autore o testi scritti addirittura insieme da studenti e insegnanti. La migliore situazione sarebbe quella in cui queste possibilità vengano tutte intimamente legate fra loro e tutte utilizzate per fare della buona scuola, divertendosi, apprendendo, crescendo. Non c’è bisogno di dire che, provarsi a recitare, è mettere in atto un’ottima metodologia didattica che vede coinvolti il parlare, lo scrivere, la gestualità, la socialità, l’ascolto, l’utilizzo della musica e infine la manualità se decidessimo di creare in proprio scene e costumi. Di conseguenza, avremmmo anche una concreta interdisciplinarità poiché sarebbero coinvolte varie materie, dall’italiano all’educazione musicale, dall’educazione motoria a quella tecnica, dall’educazione artistica alla storia e così via.

Fare teatro può essere inteso anche come l’usare la metodologia teatrale per insegnare. Per intenderci: in una lezione frontale di una qualsiasi disciplina, si può rimanere in cattedra rigidi e compassati, e un docente di tal genere, che si presenti in giacca e cravatta, parli pacatamente, non gesticoli, ecc. ma riesca con la sola parola e il contenuto della lezione ad attrarre l’attenzione dei propri studenti senza essere autoritario, va benissimo. Perché no? Anche questa modalità, se si vuole, può essere una forma di “recitazione”, spontanea o costruita ad arte poco importa. Si può d’altro canto usare anche una metodologia comunicativa fatta di molta gestualità, quasi al limite del plateale, con qualche spiritosaggine ogni tanto, coinvolgendo gli studenti e interagendo con loro in modo più vistoso. Insomma stare in cattedra con “teatralità” intesa come serie di accorgimenti,  anche qui spontanei o costruiti ad hoc, che attraggano l’interesse di chi sta di fronte. Si tratta di un’altra modalità. Sia questa che la precedente, niente vieta che siano proprie di uno stesso docente, che a seconda dell’umore o della situazione scelga l’una o l’altra, quella che ritenga al momento più adatta.

Apro una parentesi. A qualcuno potrà apparire superfluo o banale o improprio quello che sto per dire,  ma ci sono in rete delle “lezioni” che possono rendere l’idea circa le due suddette modalità di far teatro di una lezione in un’aula scolastica. Ne citerò cinque esempi. Potrete anche non essere interessati all’economia, alla matematica, all’agricoltura o all’aeronautica civile, ma andate a vedere quel che vi propongo.  La prima è una conferenza di Guido Grossi, dal titolo “Il debito pubblico spiegato bene”; la seconda è una lezione di Piergiorgio Odifreddi su “La solitudine dei numeri primi”, lezione che prende spunto dall’omonimo romanzo; la terza è una dimostrazione pratica di potatura di un olivo tenuta nelle campagne sarde da un esperto con intorno un ventitrenta attenti osservatori-allievi di varie età; quarto caso: si tratta di una serie di brevi lezioni sul campo riguardo sempre la potatura degli olivi, tenute da un ex ricercatore ora in pensione che si occupa di formazione e divulgazione (Giorgio Pannelli);  ultimo caso: altra numerosa serie di lezioni tenute da un giovane pilota civile pugliese (Pasquale Abbattista) riguardanti unicamente appunto l’aviazione civile (e non quella militare, ci tengo a precisarlo). Provate a guardarle queste lezioni. Può essere che io sia influenzato dalle mie passioni, ma se fossi un insegnante che sta imparando il mestiere me le studierei attentamente. La proposta che vi faccio (guardare e ascoltare altri che fanno “lezioni” non a scuola) ha origine anche da certe mie convinzioni secondo le quali un insegnante può acquisire nuove metodologie e affinare quelle possedute osservando e ascoltando lavoratori-esperti di altri settori. Meglio ancora sarebbe provare a svolgere, con altri, lavori diversi da quello dell’insegnante, ma questo lo dico e subito mi fermo perché so quanto potrebbe essere  complessa la questione e quali complicate discussioni potrebbe suscitare. Chiusa la parentesi.

Tornando al teatro a scuola in senso stretto, mi è capitato di fare a lungo esperienza diretta sulla questione, con mia soddisfazione e quasi sempre, credo, con buoni risultati e soddisfazione anche per studenti e studentesse. Inutile dire che spesso, nell’occuparmi di teatro nella didattica, sia stato inevitabile collaborare con altri colleghi. Certo, si può fare anche da soli, ma è indubbio che, in linea generale, la collaborazione con altri docenti (e magari anche con i genitori) porta a risultati decisamente migliori. Fare teatro, come abbiamo accennato sopra, vuol dire in primo luogo la cosa più semplice di tutte: portare gli studenti a teatro fuori della scuola. Va benissimo. Fatelo il più possibile e, secondo me, con una sola classe, la vostra, e con una seria preparazione prima di andare. Preparazione che può significare tante cose, dalla lettura del testo che si vedrà in scena al suo inquadramento storico all’ignorare totalmente ogni cosa riservandosi il piacere della sorpresa e della scoperta davanti al palcoscenico. È una modalità che mi è capitato spesso di utilizzare, e se vi si lavora bene è una delle migliori per fare scuola alternativa, uscire dall’edificio scolastico e andare a respirare per una mattinata aria diversa, divertirsi, ecc. E naturalmente, almeno io lo facevo, unire sistematicamente alla visione dello spettacolo (sia esso di mattina appositamente per le scuole o di pomeriggio o di sera), la passeggiata in città dopo lo spettacolo, così, un po’ a caso, magari anche solo a guardare vetrine, sedersi a un bar, o sulle panchine in una piazza.

Non c’è soltanto il leggere opere teatrali e andare a teatro. Per sintetizzare e non dilungarmi oltre, mi rifarò ancora alla mia esperienza. Ad esempio, alle medie inferiori, in una scuola sperimentale a tempo prolungato, mi è capitato con una classe che ho tenuto per tre anni di metter in scena con studentesse e studenti, il primo anno un piccolo ma dignitoso spettacolo da loro scritto e realizzato in proprio; nel secondo anno una commedia scritta da un mio collega di educazione musicale (“Due Arlecchini servitori di un padrone”, parodiando Goldoni), lavoro esilarante e di solido valore letterario; nel terzo anno il primo atto de “La Locandiera”, sempre Goldoni. Nel complesso questa esperienza fatta per tre anni con la stessa classe, è stata forse la più esaltante e meglio riuscita, ma non l’unica.

Se qualcuno osservasse che sono tutti bei discorsi, ma visto quanto pagano e come trattano i docenti, altro che teatro! quel che si fa ordinariamente è fin troppo, risponderei che sì, l’obiezione può avere un senso, ma risolverei la contraddizione nelle lotte sindacali e nell’attività politica volte a migliorare le condizioni di lavoro della categoria e la situazione generale della società. Insomma: se mi piacessero metodologie di lavoro e contenuti alternativi che richiedessero un maggiore impegno, non esiterei a farli miei perché comunque, dall’altra parte, non disdegnerei mai di muovermi sindacalmente e politicamente nel modo più radicale possibile. Così come al lavorare meno, ma magari annoiarmi di più, preferirei la strada del maggiore impegno (che non riguarderebbe la compilazione dei registri e la burocrazia, mi pare scontato) ma annoiar di meno me stesso, le mie studentesse e i miei studenti.

 

 

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