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Categoria: Scuola e università
Creato Mercoledì, 01 Aprile 2020

comparsePISA e dintorni, Rino Ermini (n°232) 

Non si tratta purtroppo della nota città toscana. Il PISA (Programme for International Student Assessment) è un programma per la valutazione internazionale dello studente promosso dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), un organismo che per funzioni e danni, finalizzato com’è all’organizzazione del liberismo e dello sfruttamento, potrebbe essere paragonato al Fondo Monetario Internazionale o alla Banca Mondiale.

A seguito della pubblicazione alla fine dello scorso anno dei dati PISA, come da copione sono fioccati sulla stampa nostrana numerosi articoli riguardo alla scadente preparazione degli studenti italiani.  Salvo qualche raro passaggio in cui pare di capire che la preoccupazione dei giornalisti di turno sia anche per una educazione in cui andrebbero curati maggiormente determinati valori positivi, in genere le lamentele concernono il fatto che nella nostra scuola vi sia carenza di professionalità dei docenti, poca voglia di studiare degli studenti, una selezione inadeguata e il mancato riconoscimento del merito. Rispetto poi alle abilità specifiche si rileva che gli studenti sono cattivi lettori, cioè non sanno leggere o leggono poco, non padroneggiano la scrittura, non sanno la matematica e la loro conoscenza delle lingue straniere è vicina allo zero. Alla fin fine, si ricade lì: c’è un’insufficiente applicazione al settore scolastico dei criteri liberisti propri dell’economia di mercato; e nella sostanza, se si andasse avanti a scavare, si arriverebbe diritti alle oscene “tre i” di trista memoria (inglese, informatica, impresa). 

Guai ai vinti!

Si percepisce anche, e non sempre fra le righe, una critica piuttosto rancorosa a un modo di vedere l’insegnamento, l’educazione, la scuola e la vita che si fa risalire al ’68 e che sarebbe una delle cause, se non “la” causa, di tutti i mali. Un modo, sia detto per inciso, che ha influenzato almeno in parte e positivamente le metodologie didattiche e i contenuti negli ultimi decenni, ma non è mai diventato prevalente, e che a mezzo secolo di distanza i padroni, e i giornalisti al seguito, ce l’hanno ancora incastrato nel gozzo. Eh beh, può succedere.

Su tali questioni noi ci siamo  espressi più volte, quindi ai nostri lettori sarà chiaro come non siamo preoccupati del fatto che i giovani siano poco preparati al proprio inserimento nel meccanismo della produzione e del consumo capitalistici, ma del contrario, cioè che siano ad essi fin troppo aderenti, per mentalità, abitudini, falsi bisogni, carenza di spirito critico e così via. Certo, siamo preoccupati che siano a volte (quindi non sempre, è bene precisarlo) cattivi lettori, che non padroneggino adeguatamente la scrittura, che non conoscano a sufficienza la matematica o le lingue straniere. Ma siamo anche molto preoccupati che conoscano poco la storia, la storia  dell’arte, la geografia, il funzionamento della società in cui viviamo, la questione ambientale e tante altre cose forse scarsamente utili al capitale ma irrinunciabili per una vita e una società civile degne di questo nome. E siamo preoccupati infine che vi siano in loro (anche in tal caso a volte, ma non sempre) arroganza, maleducazione e atteggiamenti violenti nei confronti dei coetanei, delle donne, dei diversi, ecc.

E di chi sarebbe la responsabilità della cattiva preparazione dei nostri studenti e delle nostre studentesse? Secondo l’ottica e la stampa padronali, la risposta a una tale domanda l’abbiamo vista sopra. Per noi, che siamo interessati a ben altro, le responsabilità sono senza ombra di dubbio di una società che è organizzata secondo le esigenze della produzione capitalistica, del profitto, del privilegio e della gestione del potere. E tanto per fare qualche nome e cognome, chiameremmo in causa in primo luogo la classe politica e i mezzi di informazione di massa che in quanto a becerume e pochezza non sono secondi a nessuno, e veicolano massicciamente modi di essere, atteggiamenti, bisogni e non valori a dir poco devastanti.

Investire sulla scuola

E quali le soluzioni? Quella parte, esigua, della stampa che si lamenta della poca preparazione avendo in mente anche valori di convivenza civile, conoscenza, cultura e abilità che non siano quelli funzionali al sistema liberista, non ha da far altro che usare la propria voce per reclamare maggiori investimenti per le infrastrutture scolastiche, maggiori riconoscimenti normativi e stipendiali per gli insegnanti, classi meno affollate, assunzione in ruolo di tutto il personale necessario. E tanto per cominciare, alzare la voce contro l’alternanza scuola lavoro e la presenza dei militari nelle scuole, due mali la cui eliminazione dovrebbe essere immediata: si favorirebbe così la diminuzione del bullismo e del maschilismo, dell’ignoranza e della sottomissione della scuola al padrone e al profitto; e al contempo libereremmo spazio ed energie per discipline formative quali ad esempio la matematica o le lingue straniere, la storia o la scrittura. Verso chi dovrebbero levare la voce queste presunte frange di giornalisti forse progressisti? Verso i loro lettori spesso poco attenti, e verso quelle donne e quegli uomini politici, se ve ne sono, che fossero sensibili alla questione e disposti a impegnarsi perché nella scuola si cambi direzione. Pensare che da settori della stampa ufficiale possa partire un contributo a cambiare rotta è pura utopia? È molto probabile, ma non possiamo non parlare.

A parte questo surreale richiamo a certa stampa, non ci stancheremo di guardare a coloro che invece dovrebbero essere i più interessati: docenti, studenti e studentesse, famiglie e i cittadini tutti che non possono permettersi il lusso di pensare che la vita della scuola non li riguardi. Categorie che dovrebbero mobilitarsi per obiettivi che nulla hanno a che fare con le esigenze del mercato e dell’OCSE, ma sarebbero strategici per il miglioramento della nostra vita presente e futura. L’obiezione che ci possiamo aspettare è che moltissimi di coloro che dovrebbero muoversi stanno, attivamente o passivamente, dall’altra parte, coi padroni, coi politici beceri e con la stampa asservita. Orbene, nessuno ha mai detto che le rivoluzioni, o più modestamente i cambiamenti in meglio della società, si debbano necessariamente fare all’unanimità; o che per iniziare a muoversi si debba aspettare che tutti siano presenti, pronti e concordi.

 

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