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Categoria: Storia e personaggi
Creato Martedì, 01 Febbraio 2011

La composizione sociale della sinistra italiana (1922-1929), di Luciano Nicolini (n°132)

Nel corso della seconda metà del ‘900, quando l’egemonia della cultura marxista all’interno della sinistra italiana era pressoché incontrastata, è spesso capitato che i pochi libertari politicamente attivi venissero accusati (perché, nell’ottica marxista, si trattava di un’accusa) di rappresentare il residuo di un movimento costituito essenzialmente da piccolo borghesi.

Quest’ultimi, incapaci, per via della loro estrazione sociale, di comprendere le reali esigenze delle masse popolari, avrebbero portato al declino nel corso degli anni ’20 il movimento anarchico, mentre il Partito comunista, in virtù del fatto d’essere costituito in larga parte da proletari, sarebbe stato in grado di sintetizzare le loro esigenze nel proprio programma politico.  

La messa a disposizione del pubblico da parte del governo italiano dei dati contenuti nell’anagrafe degli oppositori politici, parzialmente consultabili per mezzo di una banca dati accessibile on line(1), consente oggi di verificare tali affermazioni, e di avviare inoltre un’interessante analisi sulla composizione sociale della sinistra italiana negli anni che vanno dal periodo crispino alla caduta del regime fascista. E’ infatti con la circolare n. 5.116 del 25 maggio 1894  che, nell’ambito della Direzione generale di pubblica sicurezza, era stato istituito un ufficio con il compito di curare l’impianto e il sistematico aggiornamento dello schedario, attività che alimentò un consistente archivio di fascicoli personali, il cui numero totale ammonta a 152.589.

L’organizzazione dell’ufficio e dell’archivio fu poi modificata con successive circolari (1896, 1903, 1909, 1910 e 1911) fino a fargli assumere il nome di Casellario politico centrale con la legislazione eccezionale del 1925 e del 1926.

I fascicoli personali del Casellario politico centrale contengono note informative, relazioni, verbali di interrogatori, provvedimenti di polizia, indicazioni e spesso una scheda biografica relativa all’attività dell’intestatario. La loro schedatura analitica fu iniziata nel 1978 con il coordinamento della professoressa Paola Carucci, che elaborò la struttura della scheda, e completata nel 1986. I dati rilevati corrispondono fedelmente alle informazioni riportate in origine dall’ufficio sulla copertina di ciascun fascicolo.

Il presente lavoro, realizzato utilizzando la banca dati, si occupa soltanto del periodo 1922-1929, cruciale al fine di ragionare intorno alle cause del declino del movimento libertario, ma prende in considerazione la composizione sociale di tutte le principali componenti della sinistra dell’epoca: “repubblicana”, “socialista”, “comunista” e “anarchica”. Naturalmente non sono queste le sole a figurare alla voce “colore politico”, le rimanenti tuttavia o sono scarsamente rappresentate (come quella massonica) o raggruppate all’interno di definizioni estremamente generiche (in diversi casi è riportata  solamente l’annotazione “antifascista”).

Scelta dei materiali e metodi utilizzati

L’analisi è stata portata avanti sulla base delle informazioni riportate relativamente ai fascicoli compresi negli estremi cronologici 1922-1929. La scelta del periodo è motivata, per quanto riguarda la data iniziale, dal fatto che il Partito comunista venne fondato soltanto nel 1921; per quanto riguarda la data finale, dalla constatazione che, a partire dal 1930, in coincidenza con il definitivo affermarsi del regime fascista, esso assunse caratteristiche diverse (è di quell’anno l’espulsione di Amadeo Bordiga). A partire dal 1930, inoltre, vi furono profondi mutamenti anche negli altri movimenti analizzati: quello socialista, in seguito alla fondazione di “Giustizia e libertà”, e quello repubblicano, che vide molti suoi militanti aderire alla nuova formazione (Galli 1958; Spriano 1967; Spadolini 1972; Giovana 2005).

Per gli stessi motivi si è scelto di non considerare, in prima approssimazione, i fascicoli aperti prima e quelli chiusi dopo il periodo 1922-1929: è chiaro che, procedendo in questo modo, sono stati esclusi dall’analisi moltissimi militanti che furono invece attivi; è sembrato tuttavia troppo elevato il rischio di prendere in considerazione classificazioni e informazioni riferite a periodi diversi da quello esaminato.

La banca dati include sia militanti residenti in Italia sia militanti residenti all’estero: sono stati conteggiati gli uni e gli altri. Sarebbe infatti stato inopportuno non conteggiare i secondi, trattandosi, in buona parte, di coloro che, proprio per motivi politici, furono costretti, in quegli anni, ad espatriare. Sono stati invece considerati soltanto i nati in Italia, per evitare di includere persone che maturarono le proprie posizioni politiche all’interno di contesti differenti da quello nazionale.

Assai problematico è stato attuare una classificazione dei militanti sulla base dei mestieri praticati. Dato il gran numero di definizioni utilizzate, procedere ad accorpamenti è risultato inevitabile, ma la cosa, già complicata in sé, è stata resa ancora più complicata dal fatto che le definizioni sono talora imprecise, che sono spesso assenti, e che, in diversi casi, ne è presente più d’una. La scelta effettuata è stata quella di classificare i militanti in due grandi categorie: da un lato i benestanti e i lavoratori intellettuali (includendo nella categoria anche gli studenti e i gestori di attività imprenditoriali genericamente riferibili alla piccola borghesia), dall’altro i lavoratori manuali (includendo nella categoria anche gli artigiani e i piccoli bottegai). Coloro per i quali non era riportato alcun mestiere sono stati, in prima approssimazione, accorpati ai lavoratori manuali, nella convinzione che più facilmente per essi fosse stata omessa l’annotazione relativa. Tuttavia, per completezza, le percentuali sono state ricalcolate anche escludendoli dai conteggi.  

Indicazioni sulla composizione sociale dei movimenti della sinistra

I fascicoli compresi negli estremi cronologici 1922-1929, e intestati a militanti dei quattro movimenti (nati in Italia) sono risultati 1.616: di cui 123 intestati a “repubblicani”, 614 a “socialisti”, 677 a “comunisti”, 202 ad “anarchici”. Di questi, i fascicoli intestati a donne sono pochissimi: nessuno tra i “repubblicani”; 6 tra i “socialisti”, 14 tra i “comunisti” e uno tra gli “anarchici”. E pochissimi resteranno anche nei periodi successivi, fino alla seconda guerra mondiale, quando si assisterà a un lieve aumento della presenza femminile tra gli oppositori schedati.

Per quanto riguarda invece la presenza  di benestanti,  lavoratori intellettuali, studenti e imprenditori all’interno dei singoli movimenti, la situazione, riportata nella tabella 1, è piuttosto differenziata: questi risultano infatti il 26,0% tra i “repubblicani” (33,0% se si escludono dal conteggio coloro per i quali il mestiere non è specificato), il 18,9% tra i “socialisti” (24,0%), il 12,3% tra i “comunisti” (15,5%) e solo il 5,9% tra gli “anarchici” (9,9%). In altre parole, la loro presenza decresce al crescere della radicalità del programma politico. Cosa, del resto, facilmente spiegabile: avendo a che fare, come in questo caso, con movimenti di massa, sembra logico che a quelli che proponevano un egualitarismo più radicale aderissero in minor percentuale coloro che avevano qualcosa da perdere.

Si può obiettare, con valide ragioni, che la suddivisione effettuata nelle due grandi categorie sopra riportate è in larga parte arbitraria, soprattutto per quanto riguarda la ripartizione degli addetti alla distribuzione: sono infatti stati classificati tra i lavoratori intellettuali e gli imprenditori i “commercianti”, i “negozianti”, gli “esercenti”, nonché i “rappresentanti”, mentre sono stati classificati tra i lavoratori manuali “droghieri”, “pizzicagnoli”, “pescivendoli”, “salumai”, “tabaccai”, “fruttivendoli”, “macellai”, “venditori ambulanti” e simili.

Per essere più certi di non incorrere in valutazioni troppo soggettive, si è pertanto provato a ripetere i conteggi escludendo dalla categoria degli imprenditori gli addetti alla distribuzione. Il risultato, come mostra la tabella 2, non cambia in maniera significativa: benestanti, lavoratori intellettuali, studenti e imprenditori diventano infatti il 21,1% tra i “repubblicani” (26,8% se si escludono dal conteggio coloro per i quali il mestiere non è specificato), il 14,7% tra i “socialisti” (18,6%), il 9,3% tra i “comunisti” (11,8%) e il 5,0% tra gli “anarchici” (8,3%). 

Un altro dubbio che può sorgere, come accennato nell’introduzione, è che i risultati ottenuti siano resi poco attendibili dal fatto di aver escluso dall’analisi i fascicoli aperti prima e, soprattutto, quelli chiusi dopo le date scelte come estremi cronologici. Per ragionare intorno a questa possibilità è stato effettuato un controllo su ottocento fascicoli (i primi duecento aperti, a partire dal 1922, per ciascun movimento politico, prescindendo dalla loro data di chiusura). Adottando lo stesso sistema di classificazione utilizzato nel costruire la tabella 1 si sono ottenuti, per quanto riguarda  la presenza di benestanti, lavoratori intellettuali, studenti e imprenditori all’interno dei singoli movimenti, i seguenti risultati: 47,5% tra i “repubblicani” (48,7% se si escludono dal conteggio coloro per i quali il mestiere non è specificato), 24,0% tra i “socialisti” (25,9%), 16,0% tra i “comunisti” (16,9%), 10,0% tra gli “anarchici” (10,8%).

Anche in questo caso si è provato a ripetere i conteggi escludendo dalla categoria degli imprenditori gli addetti alla distribuzione; operando in tal modo si sono ottenuti, per quanto riguarda la presenza di benestanti, lavoratori intellettuali, studenti e imprenditori all’interno dei singoli movimenti, i seguenti risultati: 42,0% tra i “repubblicani” (43,1% se si escludono dal conteggio coloro per i quali il mestiere non è specificato), 20,5% tra i “socialisti” (22,2%), 14,5% tra i “comunisti” (15,3%) e  9,0% tra gli “anarchici” (9,7%). 

Può essere interessante vedere, con riferimento ai dati contenuti nella tabella 2, quali fossero i mestieri rappresentati all’interno dei singoli movimenti: troviamo, tra i “repubblicani”, 4 maestri elementari, 3 avvocati, 2 professori, 1 benestante, 1 possidente, 1 industriale, 1 ingegnere navale, 1 dottore (non meglio specificato), 1 medico, 1 giornalista, 1 pubblicista, 1 direttore di casa di spedizione, 1 rappresentante del Banco di Napoli, 1 ragioniere, 1 ispettore, 1 impiegato postale, 1 studente di ingegneria, 1 studente di farmacia, 1 studente (non meglio specificato), 1 direttore della sezione telefonica di Varese.

Tra i “socialisti”: 11 maestri elementari, 8 avvocati, 1 laureato in legge, 1 professore, 1 professore di lettere e filosofia, 1 insegnante (non meglio specificato), 2 benestanti, 4 possidenti, 2 proprietari, 1 industriale, 1 notaio, 2 scultori, 1 musicante, 1 pittore, 2 ingegneri, 1 dottore (non meglio specificato), 1 medico, 1 medico condotto, 2 farmacisti, 1 imprenditore di lavori pubblici, 1 impresario edile, 1 capitano marittimo, 1 segretario capo del municipio, 1 messo comunale, 1 impiegato statale, 2 impiegati privati, 3 impiegati ferroviari, 1 impiegato tramviario, 7 impiegati (non meglio specificati), 1 ufficiale postale, 3 geometri, 1 agrimensore, 2 ragionieri, 1 contabile, 1 ispettore del dazio, 1 ispettore di società d’assicurazione, 1 agente di assicurazione, 2 appaltatori, 1 mediatore, 1 gestore di ristorante, 1 fabbricante di calze, 1 noleggiatore di automobili, 1 segretario della Federazione del libro, 5 studenti (non meglio specificati), 1 studente di ingegneria, 1 civile (termine con il quale, in diverse zone della Sicilia, si indicavano gli appartenenti alla borghesia), 2 suonatori ambulanti (che sono stati classificati, con qualche dubbio connesso al teatro della loro attività, come lavoratori intellettuali).

Tra i “comunisti” troviamo: 5 maestri elementari, 2 avvocati, 1 professore di filosofia, 1 insegnante, 3 proprietari, 3 possidenti, 1 imprenditore, 1 pittore, 1 ingegnere, 2 medici, 1 ufficiale sanitario, 1 veterinario, 3 geometri, 2 giornalisti, 2 redattori di giornali, 1 pubblicista, 2 segretari comunali, 1 direttore ferroviario, 2 impiegati privati, 1 impiegato di banca, 1 impiegato daziario, 1 impiegato ferroviario, 7 impiegati (non meglio specificati), 1 ragioniere, 1 agente di assicurazione, 1 contabile, 1 ufficiale postale, 2 capistazione, 1 sottocapo nella regia marina, 1 disegnatore, 1 studente di lettere, 2 studenti di medicina, 1 studente universitario, 4 studenti (non meglio specificati), 1 sensale, 1 albergatore.

Tra gli “anarchici”, infine: 1 avvocato, 2 ingegneri, 1 pubblicista, 1 impiegato della Cassa di risparmio, 1 impresario e impiegato privato, 1 proprietario e direttore d’officina, e 3 studenti (non meglio specificati).

Concludendo…

L’analisi delle informazioni contenute nella banca dati costruita a partire dalle annotazioni riportate sulle copertine dei fascicoli del Casellario politico centrale contribuisce a mettere in dubbio quanto a lungo sostenuto da movimenti d’ispirazione marxista circa la composizione prevalentemente piccolo borghese del movimento anarchico nel periodo tra le due guerre. Quest’ultimo, sulla base di quanto evidenziato, sembrerebbe, al contrario, all’interno della sinistra italiana degli anni ‘20, la componente meno interessata dalla presenza di benestanti, lavoratori intellettuali, studenti e gestori di attività imprenditoriali genericamente riferibili alla piccola borghesia.

Uno studio più accurato potrebbe essere realizzato esaminando il contenuto dei singoli fascicoli, e porterebbe sicuramente ad una più precisa classificazione degli intestatari all’interno delle singole categorie (Franzinelli 2002). Si tratterebbe tuttavia di un lavoro assai gravoso, che lascerebbe comunque spazio ad interpretazioni soggettive.

Le elaborazioni presentate sono però sufficienti a dimostrare come, negli anni ’20, il movimento anarchico fosse in larga parte costituito da lavoratori manuali. Non è da escludere che, contrariamente a quanto sostenuto da movimenti d’ispirazione marxista, sia stata proprio la carenza di lavoratori intellettuali tra i militanti una delle cause del suo declino, verificatosi nel corso dei decenni successivi. Ciò sarebbe coerente con le affermazioni di colui che, durante quegli anni, fu forse il militante libertario di maggior spicco: quel Camillo Berneri che, in più d’una occasione, ebbe a lamentarsi per la scarsa capacità di analisi mostrata dai suoi compagni(2), sempre generosi, ma troppo spesso sprovvisti della preparazione culturale adeguata per portare avanti efficacemente gli ambiziosi obiettivi che si proponevano al fine di risolvere la questione sociale (Berti 1998; Adamo 2001; D’Errico 2007).

 Luciano Nicolini

Tabella 1 – Iscritti nel casellario, nati in Italia, per colore politico e occupazione (1922-1929). Il conteggio non comprende i fascicoli aperti in anni precedenti e quelli chiusi in anni successivi.

 

Benestanti, lavoratori intellettuali, studenti e imprenditori

% (sul totale degli iscritti dello stesso colore politico)

Lavoratori manuali, artigiani, bottegai, disoccupati e altri

Non specificati

Totale iscritti

 

 

 

 

 

 

“repubblicani”

 

32

26,0

65

26

123

“socialisti”

 

116

18,9

 

368

130

614

“comunisti”

 

83

12,3

453

141

677

“anarchici”

 

12

5,9

109

81

202

Tabella 2 – Benestanti, lavoratori intellettuali, studenti e imprenditori iscritti nel casellario, nati in Italia, per colore politico, esclusi gli addetti alla distribuzione (1922-1929). 

Il conteggio non comprende i fascicoli aperti in anni precedenti e quelli chiusi in anni successivi.

 

 

Benestanti, lavoratori

intellettuali, studenti

e imprenditori

% (sul totale

degli iscritti

dello stesso

colore politico)

% (sul totale

degli specificati

dello stesso

colore politico)

 

 

 

 

“repubblicani”

 

26

21,1

26,8

“socialisti”

 

90

14,7

18,6

“comunisti”

 

63

9,3

11,8

“anarchici”

 

10

5,0

8,3

Note

 
(1)Accesso del 2009 a http://www.archivi.beniculturali.it/ACS/cpcbancadati.html

(2)Scriveva infatti Berneri: «Tra noi c’è tanta scarsità di persone colte che anche io sono un po’ un “dirigente”» (C. Berneri, Lettera a L. Battistelli, Versailles 7.12.1929. Copia dattiloscritta da una spia fascista, in Archivio Centrale dello Stato. Citata da Carlo De Maria in “Camillo Berneri tra anarchismo e liberalismo”, Franco Angeli, Milano, 2004); e ancora: «Sto preparando la rivista e appunto perché vorrei farne una cosa seria attendo da anni. Il problema delle collaborazioni è gravissimo. Bisogna riconoscere che la nostra miseria culturale è grande». (C. Berneri, Lettera a C. Frigerio, Parigi 3.9.1934, in Paola Feri e Luigi Di Lembo (a cura di) “Camillo Berneri. Epistolario inedito”, Vol. II, AFB, Pistoia, 1984).

Un particolare ringraziamento a Tomaso Marabini dell’Archivio Storico della Federazione Anarchica Italiana, ad Andrea Panaccione dell’Università di Modena e a Roberto Zani della Biblioteca Borghi di Castel Bolognese per i preziosi consigli forniti. 

Riferimenti bibliografici

Adamo Pietro (a cura di),  “Camillo Berneri, Anarchia e società aperta. Scritti editi e inediti”, M&B Publishing, Milano, 2001.

Berti Giampietro, “Il pensiero anarchico dal Settecento al Novecento”, Lacaita, Manduria, 1998.

D’Errico Stefano, “Anarchismo e politica”. Mimesis, Milano, 2007.

Franzinelli Mimmo, “Sull’uso (critico) delle fonti di polizia”, in Bermani C., Berti G.N., Brunello P., Franzinelli M., Giannuli A., Pezzica L. e Venza C., “Voci di compagni, schede di questura. Considerazioni sull’uso delle fonti orali e delle fonti di polizia per la storia dell’anarchismo”. Centro Studi Libertari – Elèuthera, Milano, 2002.

Galli Giorgio, “Storia del Partito Comunista Italiano”, Schwarz, Milano, 1958.

Giovana Mario, “Giustizia e Libertà in Italia. Storia di una cospirazione antifascista. 1929-1937”, Bollati Boringhieri, Torino, 2005.

Spadolini Giovanni, “I Repubblicani dopo l’Unità”, Le Monnier, Firenze, 1972.

Spriano Paolo, “Storia del Partito Comunista Italiano”, Einaudi, Torino,1967.

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