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Categoria: Storia e personaggi
Creato Venerdì, 01 Gennaio 2016

Auschwitz II (Bundesarchiv, B 285 B.-04413/Mucha/CC-BY-SA 3.0)Il 27 gennaio e la Memoria, di Rino Ermini (n°186)

Il 27 gennaio del 1945 reparti dell’Armata Rossa sovietica giungevano ad Auschwitz. Se chiedete oggi a persone che abbiano meno di quarant’anni chi ha liberato Auschwitz, molte vi risponderanno che sono stati gli americani. In primo luogo perché per certa gente le cose “buone” per definizione le fanno loro. Merito poi di Roberto Benigni.

Ve lo ricordate, nel suo film “La vita è bella”, il giovane carrista, capelli al vento, che nel finale arriva liberatore al campo di concentramento? È quello che conta, non la realtà storica. E poi volete mettere quel ragazzo di vent’anni sul suo carro armato, in maniche di camicia, sorridente, trionfante, in confronto a quella decina di uomini a cavallo infagottati nei loro cappotti di improbabile colore, coi berrettoni calati sulle orecchie, nel freddo e nella nebbia del gennaio di Auschwitz, incerti, vinti dallo stupore, increduli, annichiliti di fronte allo spettacolo che loro si offre ai cancelli del campo?

In occasione del 27 gennaio mi è capitato spesso di essere chiamato a parlare della deportazione nei campi nazisti. Ho sempre impostato i miei interventi in modo netto: non sono interessato alle cerimonie, alle celebrazioni, alle commemorazioni; per me contano la memoria e l’agire quotidiani, cioè avere coscienza di quel che è accaduto, di quel che accade e di quel che potrebbe ancora accadere. Di ciò che è accaduto bisogna sapere bene il perché; rispetto al presente urge darsi da fare per un mondo diverso, così che il futuro non veda il ripetersi degli orrori già visti. Senza un certo tipo di memoria non si va da nessuna parte. La memoria poi non può funzionare una volta all’anno. Tanto meno può avere senso una memoria organizzata proprio dal potere il quale, per essere tale e sopravvivere, di memoria non ha bisogno. La memoria del potere non è memoria, è soltanto qualche cosa che va bene a tutti, è un calderone, una scatola vuota, pura formalità.

Avere memoria vuol dire studiare, conoscere, avere coscienza. Vuol dire aver chiaro che ciò che è accaduto e accade non è per caso. La deportazione nei campi nazisti non fu il frutto della cattiveria di un popolo o, peggio, di un solo individuo. È stata la conseguenza di un sistema ben preciso che si chiama “capitalismo”, qualunque sia il nome e le caratteristiche che di volta in volta assume a seconda del momento storico e delle contingenze. Un sistema che esiste, che è concreto, dentro cui siamo giorno dopo giorno e che si nutre anche del nostro consenso o della nostra passività o della nostra sottomissione. È questo il discorso che ho sempre fatto anche alle mie studentesse e ai miei studenti, non una volta all’anno, ma ogni volta che è stato necessario: un discorso continuo, un discorso di attualità intimamente legata alla storia, inserito in una serie di altri discorsi e in un contesto ampio e complesso dentro cui stanno molte cose di ieri, di oggi e di domani.

Io, come credo molti di noi, ho anche una mia memoria personale ed intima. Di essa fanno parte persone, idee, pensieri, libri, gesti, oggetti, canzoni e tante altre cose. Sul tavolo al quale mi siedo per scrivere e leggere stanno alcuni libri irrinunciabili, sempre a portata di mano. Uno è “Il libro della Memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945)”, di Liliana Picciotto, edito da Mursia. Lo sfoglio e leggo e rileggo le brevi note biografiche delle migliaia di deportati ebrei italiani. Una fra i tanti: “Fiorella Anticoli, nata a Roma il 19.07.1941, figlia di Leone e di Di Segni Letizia. Ultima residenza nota: Roma. Arrestata a Roma il 16. 10.1943 da tedeschi. Detenuta a Roma collegio militare. Deportata da Roma il 18.10.1943 ad Auschwitz. Uccisa all’arrivo ad Auschwitz il 23.10.1943. Fonte 2, convoglio 02.” Queste poche righe sono tutto ciò che rimane di questa bambina. Anzi, di lei c’è anche la foto nella prima di copertina. La guardo. Due anni. Penso a mia figlia quando aveva questa età e la tenevo fra le braccia. Accanto al “Libro della Memoria”, c’è un piccolo cavallo di legno, un giocattolo che è stato di una bambina ebraica (o di un bambino) deportata da Firenze e che per vie fortuite è giunto fino a me. È stato anche un giocattolo di mia figlia. E ora sta lì in attesa dei nipoti, se ne avrò.

Quando lo prendo fra le mani e lo guardo ho dentro un filo di forte dolore, e una certezza che mi fanno tornare al discorso iniziale: che sono il capitalismo e il potere che devono sparire, e con essi lo sfruttamento e l’oppressione, il militarismo e la guerra, l’arroganza e l’ignoranza, la miseria e la ricchezza, altrimenti non ci sarà mai requie e le tragedie, come è avvenuto e come avviene, si ripeteranno all’infinito. Non vedo altre possibilità.

 

 

 

 

 

 

 

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