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Categoria: Storia e personaggi
Creato Lunedì, 21 Febbraio 2005

Spagna 1936: la collettivizzazione dell’industria e del commercio (n°52)

Come accennato sul n. 48 di Cenerentola, nel luglio 1936, in Spagna, in risposta al golpe effettuato dai generali fascisti, scoppiò la rivoluzione  Buona parte della società tentò di riorganizzarsi sulla base dei princìpi comunisti anarchici. Lo scritto che presentiamo, del militante anarchico Augustin Souchy, racconta questa storia sconosciuta. E’ interessante notare come gli operai spagnoli, pur desiderando la realizzazione del comunismo, o quantomeno, del socialismo, abbiano cercato di realizzarlo partendo dall’autogestione delle aziende piuttosto che dalla loro statalizzazione.

 

Appena la ribellione fu soffocata, le organizzazioni operaie decisero di cessare lo sciopero. I militanti della CNT a Barcellona, capirono che il lavoro non sarebbe potuto riprendere nelle stesse condizioni di prima. Lo sciopero generale non era stato uno sciopero che aveva come scopo la difesa o il miglioramento dei salari. Non si trattava di ottenere salari più elevati o migliori condizioni di lavoro. Di padroni non ce n’era più nessuno. I lavoratori non dovevano soltanto riprendere il loro posto al banco, sulla locomotiva, sul tram o negli uffici. Dovevano anche assumere la direzione generale delle fabbriche, delle officine, delle imprese, ecc. In altre parole, la direzione dell’industria e di tutta la vita economica spettava ormai agli operai e agli impiegati occupati in tutti i settori dell’economia del paese.

Non si può però parlare di una socializzazione o di una collettivizzazione applicata secondo un piano ben delineato. In realtà non ci fu praticamente nulla di preparato, tutto dovette essere improvvisato. Come in ogni rivoluzione, la pratica superò la teoria. Le teorie furono modificate in base alle esigenze della realtà.

[...] Dopo il 19 luglio 1936, i sindacati della CNT s’incaricarono della produzione e degli approvvigionamenti. Innanzitutto si sforzarono di risolvere la questione più urgente: assicurare gli approvvigionamenti per la popolazione. In ogni quartiere furono installate delle cucine nei locali dei sindacati. Dei comitati per l’approvvigionamento, Comités de Abastos, si assunsero il compito di cercare le derrate nei depositi centrali della città o in campagna. Queste derrate furono pagate con dei buoni il cui valore era garantito dai sindacati. Tutti i membri dei sindacati, le mogli e i figli dei miliziani, e anche il resto della popolazione, furono nutriti gratuitamente. Durante le giornate di sciopero, gli operai non avevano ricevuto nessun salario; il Comitato delle Milizie Antifasciste decise che fosse versata agli operai e agli impiegati la somma che gli sarebbe spettata se avessero lavorato. Per due settimane la vita trascorse senza circolazione di moneta. Quando ricominciò il lavoro e la vita economica riprese il suo corso, ricominciò la circolazione monetaria. Una settimana dopo si dovette ricominciare a pagare anche la benzina necessaria per i mezzi di trasporto, ma il sindacato seguitò a controllare l’uso della benzina.

La prima fase della collettivizzazione cominciò quando i lavoratori presero in mano la gestione delle imprese. In ogni officina, fabbrica, ufficio, magazzino di vendita, la direzione fu affidata a dei delegati sindacali. Spesso questi nuovi dirigenti non avevano alcuna preparazione teorica e poche conoscenze in materia di economia nazionale. Tuttavia avevano una conoscenza profonda dei loro bisogni personali e delle necessità del momento. La questione dei salari, dei prezzi, della produzione, del mutuo rapporto tra questi fattori, non fu mai da essi studiata in modo scientifico. Non erano né marxisti, né proudhoniani. Ma conoscevano il loro mestiere, conoscevano il processo di produzione della loro industria, sapevano dare consigli. Il loro spirito di iniziativa e la loro inventiva supplivano alla mancanza di direzione. In alcune fabbriche dell’industria tessile, si confezionarono dei fazzoletti di seta rossi e neri con su stampato un testo antifascista. Quei fazzoletti furono messi in vendita. "Come avete calcolato il prezzo? Come avete stabilito il margine di profitto?", domandò un giornalista straniero marxista. "Non so nulla di margine di profitto. – rispose l’operaio a cui erano state fatte quelle domande – Abbiamo cercato sui libri contabili il prezzo della materia prima, abbiamo calcolato le spese correnti, abbiamo aggiunto una quota supplementare per i fondi di riserva, un’altra quota per l’ammontare dei salari, più un 10% per il Comitato delle Milizie Antifasciste, e così abbiamo stabilito il prezzo".

I fazzoletti furono venduti a un prezzo inferiore a quello a cui sarebbero stati venduti con il regime precedente. I salari erano stati aumentati e il margine di profitto, concetto sacro nell’economia borghese, era stato utilizzato per la lotta contro il fascismo.

Nella maggior parte delle imprese la direzione della produzione da parte degli operai fu realizzata in questo modo. I padroni che si opponevano alla nuova gestione economica furono cacciati via. A quelli che accettarono il nuovo stato di cose fu consentito di restare a lavorare. In tal caso furono impiegati come tecnici, come direttori commerciali, o anche come semplici operai. Ad essi fu corrisposto lo stesso salario di un operaio o di un tecnico, a seconda delle loro mansioni. Questo inizio e questi cambiamenti furono relativamente semplici. Le difficoltà apparvero più tardi. Dopo un tempo abbastanza breve le materie prime cominciarono a scarseggiare. I primi giorni dopo la Rivoluzione, le materie prime furono requisite, ma poi si dovette pagarle e metterle in conto spese. Dall’estero ne arrivarono molto poche, per cui vi fu un aumento dei prezzi, sia delle materie prime che dei prodotti finiti.

I salari furono aumentati, ma l’aumento non fu generale; in alcune industrie fu considerevole. Nella prima fase della collettivizzazione i salari degli operai e degli impiegati erano diversi anche nell’ambito della stessa industria.

La collettivizzazione si limitò ad abolire i privilegi dei padroni o consistette soltanto nella soppressione dei profitti delle società anonime, in modo che a beneficiarne invece dei precedenti proprietari fossero gli operai di quelle imprese o società. Questo cambiamento costituì un legittimo miglioramento rispetto alla situazione precedente, perchè ora gli operai raccoglievano veramente i frutti del loro lavoro. Ma questo miglioramento, questo sistema economico, non era né socialista, né comunista. Un capitalista era stato sostituito da una specie di capitalista collettivo. Là dove c’era un solo proprietario di una fabbrica o di un caffè, dopo c’era un proprietario collettivo costituito dagli operai della fabbrica e dal personale del caffè. E il personale di un caffè ben frequentato ha entrate maggiori di quello di un bar meno conosciuto.

La collettivizzazione non poteva fermarsi a questa fase. Ciò fu constatato dappertutto. I sindacati decisero di assumere essi stessi il controllo delle imprese. Il sindacato delle costruzioni di Barcellona si incaricò di eseguire una serie di lavori nella città. Anche i saloni dei parrucchieri furono collettivizzati. In ogni salone c’era un delegato sindacale che ogni settimana consegnava gli incassi al Comitato Economico del Sindacato. Il sindacato provvedeva poi al pagamento delle spese di gestione e dei salari.

I sindacati dei lavoratori sostituirono i consigli d’amministrazione. In ogni industria fu introdotto un principio di eguaglianza sociale. Tuttavia, alcuni settori economici marciarono meglio di altri. Vi furono industrie ricche e industrie povere, salari alti e salari bassi.

(da G. Ranzato, "Rivoluzione e guerra civile in Spagna, Loescher, Torino, 1975)

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