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Categoria: Storia e personaggi
Creato Lunedì, 21 Marzo 2005

Bologna, il sessantesimo anniversario della liberazione, redazionale (n°54)

Mercoledì 9 marzo, nella sala del consiglio comunale, si è tenuta una prima commemorazione del 60° anniversario della liberazione della città dai nazifascisti. L’iniziativa, cui hanno partecipato circa centocinquanta persone, si è inserita in un "percorso" organizzato nelle principali città italiane dall’Istituto Nazionale per la Storia della Resistenza e, a livello regionale, dall’Istituto Parri.

Ha aperto i lavori il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. Eravamo piuttosto curiosi di sentire che cosa avrebbe detto, dopo che nel settembre scorso, al festival provinciale dell’Unità, aveva addirittura affermato che Bologna era stata liberata "dall’esercito italiano".

Bisogna dire che non ha parlato male; scagliandosi contro un "revisionismo storico" unicamente rivolto a giustificare le scelte politiche di oggi. E se un brivido ha percorso la sala, quando ha parlato di "riunificare il paese", ha poi sùbito specificato che intendeva "in senso territoriale".

Parliamoci chiaro: non vogliamo far guerra a nessuno. Di guerre in corso, al mondo, ce ne sono fin troppe (e, di certo, non volute da noi); riteniamo però che il confronto civile con gli avversari debba essere portato avanti, appunto, rimanendo avversari: di "unificarci" con i fascisti non sentiamo proprio il bisogno!

Dopo Cofferati è intervenuta la presidente della Provincia, Beatrice Draghetti, che, nel lodare la costituzione nata dalla resistenza, non ha tuttavia escluso una sua modifica. Discorso ineccepibile, essendo la costituzione repubblicana tutt’altro che perfetta ma, dato il tipo di modifiche delle quali oggi si parla, piuttosto ambiguo.

Anche Antonio La Forgia, presidente del consiglio regionale, intende "riunificare il paese" (sempre in senso territoriale) ma va oltre, desidererebbe anche una "memoria condivisa" (dalla destra e dalla sinistra, in questo caso) da costruire attraverso una ricerca storica esaustiva e la sensibilità verso tutte le vittime.

D’accordo sia per l’una che per l’altra; ma l’impresa ci sembra piuttosto ardua: anche se sono passati sessant’anni, non stiamo parlando delle lotte tra guelfi e ghibellini!

La Forgia ha concluso dicendo che "il 25 aprile dovrebbe diventare la festa di tutti gli Italiani, così come il 14 luglio è quella di tutti i Francesi". Ci sembra ancora più arduo: in Francia, infatti, ci fu una vera e propria "rivoluzione", in Italia, invece, c’è stata solo una "liberazione". E poi: è proprio sicuro che il 14 luglio sia la festa di "tutti i Francesi"?

Alberto Preti, dell’Istituto Parri, dopo aver letto un messaggio di Oscar Luigi Scalfaro, impossibilitato a partecipare per via di un’indisposizione, si è soffermato sull’attualità dello studio della resistenza, con particolare riferimento alla riflessione sulla violenza, sulla pace, sul coinvolgimento dei civili nelle guerre.

Hanno poi avuto luogo le attese lezioni di Luciano Casali e Antonio Parisella.

Luciano Casali ha parlato della lotta armata in Emilia e Romagna, facendone una sommaria, ma sostanzialmente condivisibile, ricostruzione storica: a partire dal "nascondersi in montagna" del 1943, per arrivare, attraverso le azioni di guerriglia del 1944 e del 1945, al momento della liberazione della regione ad opera degli alleati.

I partigiani non erano tanti, ed erano pure molto divisi fra loro. Tante invece furono le stragi nazifasciste: 420 in Emilia-Romagna, solo nel corso dell’estate 1944.

Antonio Parisella doveva concludere parlando di "culture politiche nella resistenza", ma non sembrava averne troppa voglia. Si è occupato piuttosto, anche se in modo non del tutto convincente, del ruolo della comunità e della famiglia nella (e dopo la) resistenza.

E di altri problemi: primi fra tutti quello dell’uso della violenza e quello della ribellione.

Il suo è stato un intervento decisamente originale, e senzaltro utile (come, nel complesso, l’intera iniziativa) per stimolare la riflessione.

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