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Categoria: Storia e personaggi
Creato Lunedì, 06 Giugno 2005

Reggio Emilia: convegno su Camillo Berneri, redazionale (n°59)

Si è svolto a Reggio, sabato 28 maggio, nel Palazzo del Capitano del popolo, l’annunciato convegno di studi intitolato: "Camillo Berneri. Singolare plurale" e dedicato a quello che è stato definito, unanimemente, il più notevole pensatore anarchico italiano del Novecento. Berneri, per chi non lo conoscesse, dopo aver compiuto la propria formazione politica nella federazione giovanile socialista, aveva aderito al movimento anarchico, del quale fu, nel periodo tra le due guerre mondiali, uno dei più attivi militanti. Morì a Barcellona nel 1937, nel corso della rivoluzione spagnola, la grande rivoluzione proletaria a tendenza libertaria, ucciso da sicari stalinisti.

La giornata di studi, brillantemente organizzata da Fiamma Chessa, ha avuto inizio con la comunicazione di Gianpietro (Nico) Berti (Il revisionismo di Camillo Berneri e il suo significato nella storia del pensiero anarchico).

L’anarchismo – ha detto Berti – si è sempre evoluto. Berneri appartiene alla terza generazione di anarchici: quella che ha dovuto combattere il fascismo e lo stalinismo, quella che ha avuto a che fare con il protagonismo delle masse. Per Berneri tutto l’anarchismo è una continua eresia, un anarchico non può che detestare i sistemi ideologici chiusi e dare ai princìpi un valore relativo.

Alla comunicazione di Berti ha fatto seguito quella di Marco Scavino (Gobetti, Rosselli e Salvemini). C’era un rapporto d’amicizia tra Berneri e Salvemini, che era stato suo professore. Entrambi erano attenti ai problemi concreti. Simile fu la loro lettura del fascismo (non riconducibile alla semplificazione che lo voleva soltanto reazione a una rivoluzione mancata). Occasionali furono i rapporti fra Berneri e Gobetti. Piuttosto stretti, invece, quelli fra Berneri e Carlo Rosselli. Quest’ultimo infatti, come è noto, nel corso della rivoluzione spagnola, si avvicinò alle posizioni berneriane.

Sul periodo parigino di Berneri si è soffermato Carlo De Maria (Un intellettuale di confine). All’epoca, l’anarchico cercò l’alleanza con "Giustizia e Libertà" e con i Repubblicani di sinistra di Schiavetti. Fu anche in rapporto con Trentin, col quale condivise l’interpretazione dello stato fascista come esito dello stato accentrato.

Claudio Venza, assente al convegno, avrebbe dovuto fare una comunicazione intitolata Possibilismo elettorale? Berneri di fronte alle elezioni nella Spagna del 1936. Un estratto della sua comunicazione è stato letto da Luigi Di Lembo: Berneri, in tale occasione, si mostrò possibilista, rispetto alla partecipazione alle elezioni. Sarebbe però del tutto errato interpretare questa sua posizione come parte di un presunto allontanamento dall’anarchismo.

E’ stata poi la volta di Giovanbattista (Gianni) Carrozza (Il "sovietismo" di Camillo Berneri). Carrozza ha criticato chi affronta il pensiero berneriano a partire dai ritagli di giornale e dagli appunti scritti sul retro delle buste, quando Berneri, nel corso della sua vita di militante, ha pubblicato un gran numero di scritti. Dalla loro lettura emerge un pensiero chiarissimo. Il suo antidogmatismo, strettamente connesso all’attenzione alla soluzione di problemi concreti, non autorizza a classificarlo come pensatore confuso o, addirittura, "liberale".

Ha chiuso la mattinata la comunicazione di Roberto Cappuccio (Camillo Berneri, il suo interesse in campo medico, psicologico, psicoanalitico). Berneri, come è noto, si interessò molto alle teorie di Freud. Ma non si deve pensare a una "folgorazione sulla via di Damasco". Al contrario, lo criticò per "assenza di rigore scientifico".

Rispetto al pensiero di Lombroso, al contrario, malgrado questi avesse classificato gli anarchici fra gli psicopatici, seppe evidenziarne gli aspetti positivi. Il che la dice lunga sulla statura intellettuale del nostro.

Il pomeriggio si è aperto con un intervento di Augusta Molinari, che ha parlato di Berneri di fronte all’organizzazione scientifica del lavoro. Dopo di lei, Furio Biagini (Berneri: gli anarchici e la questione ebraica) si è dilungato sull’acceso antisemitismo di Proudhon e sulla forte ostilità nei confronti degli Ebrei dimostrata da Bakunin e da altri anarchici della seconda metà dell’Ottocento. Berneri, al contrario, non fu mai antisemita.

Ha dimenticato però di dire che, in questo, non fu solo. Nel corso del Novecento, infatti, gli anarchici presero le distanze, non solo dall’antisemitismo di alcuni fra i loro padri fondatori, ma anche da quello, assai più pericoloso, che si sviluppò in buona parte del campo marxista.

Particolarmente interessante è stata la comunicazione di Giorgio Sacchetti (Gli anarchici italiani e la questione delle alleanze). Sacchetti, dopo aver ripercorso la storia dei rapporti tra il movimento e le altre forze politiche fino al 1935, ha descritto la situazione venutasi a creare in seguito alle manovre di Togliatti. Quest’ultimo si adoperò sistematicamente per "distruggere le basi di massa dell’anarchismo", nel timore che un domani, in Italia, gli anarchici potessero "lottare per la libertà". Collaborare con il Partito comunista e i suoi alleati del Partito socialista divenne, a quel punto, impossibile. Anche per questo il movimento anarchico scelse di collaborare con "Giustizia e Libertà", con i sindacalisti, con i repubblicani di sinistra. Berneri spinse fortemente in questa direzione.

Pietro Adamo (Per una fondazione epistemologica dell’anarchismo: Camillo Berneri e l’empirio-criticismo) ha parlato, in modo piuttosto convincente, del’empirio-criticismo come base della filosofia di Berneri. Nulla deve essere accettato come definitivo.

L’anarchia non rappresenterà la "fine della storia". Costituirà un contesto "conflittuale", e non soltanto "vario". Gli uomini che vivranno in tale contesto non saranno, d’un tratto, "angelicati".

Renzo Ronconi, infine, ha concluso gli interventi parlando di Lussu e Berneri: due modelli per raccontare la dittatura. I due autori non ebbero grandi rapporti personali. Berneri, ai tempi dell’alleanza con "Giustizia e Libertà", fu più in contatto con Rosselli che con Lussu. Vi sono però alcune somiglianze nel loro modo di descrivere la psicologia del dittatore Mussolini.

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