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Categoria: Storia e personaggi
Creato Lunedì, 03 Ottobre 2005

Reclus: cento anni e non sentirli, di Federico Ferretti (n°65)

Fra il 3 e il 4 aprile del 1871, a due settimane dalla proclamazione della Comune di Parigi, alcuni battaglioni di comunardi armati tentano di assaltare Versailles, presidiata dall’esercito rimasto agli ordini del famigerato ministro Thiers. Sul colle di Châtillon vengono circondati e costretti alla resa, e oltre un migliaio di loro portati prigionieri a Brest.

Fra questi, un uomo sui quarant’anni, piccolo di statura, la barba lunga, viene ben presto portato in isolamento perché con la sua energia non inciti ulteriormente i compagni a ribellarsi alle angherie dei guardiani del campo.

Quell’uomo catturato con il fucile ancora fumante e la casacca imbrattata dalla polvere e dal sangue dei compagni era Élisée Reclus, scienziato e geografo di fama internazionale, autore di opere che stavano facendo il giro del mondo, come aveva cominciato anni prima a fare il loro autore. La più celebre era allora la corposa monografia di geografia fisica La Terre. Description des phénomènes de la vie du globe.

La mobilitazione per chiedere la liberazione dello studioso, ed evitarne la deportazione in Nuova Caledonia, vide l’impegno di tutto il mondo scientifico, che promosse petizioni sostenute anche da Charles Darwin.

Per il centenario della morte di quest’uomo ha avuto luogo, dopo il colloquio di Montpellier e prima dei convegni previsti a Milano in ottobre e ad Orthez in dicembre, un importante convegno di studi a Lyon.

Con il contributo del CNRS, dell’Université Lumière-Lyon 2 e della Jean Moulin-Lyon 3, l’équipe di professori, ricercatori e studenti coordinata da Philippe Pelletier si è data veramente da fare per riunire il più possibile di contributi internazionali su una figura che a suo tempo ha studiato il mondo intero. E il tentativo è sicuramente riuscito, perché se qualche "grande nome" ha dato buca, gli oltre 40 relatori che hanno presentato contributi nelle diverse giornate venivano, oltre che dalle maggiori università francesi, da Spagna, Portogallo, Italia, Svizzera, Gran Bretagna, Belgio, Norvegia, Grecia, Libano, Giappone, Nuova Caledonia, Brasile.

E’ stata anche presentata, nel dipartimento di geografia dell’università Jean Moulin, una esposizione con pannelli sulla vita e le opere di Reclus, e una mostra di lettere, oggetti appartenuti al geografo ed alcune edizioni di raro pregio delle sue opere, in collaborazione con la famiglia.

Nell’incontro preliminare tenuto nel locale che ospita alcune sere il "Café Géographique", gli organizzatori hanno spiegato il senso del loro appello, diffuso mesi prima, per fare il punto su "Élisée Reclus e le nostre geografie". Cosa abbia a che fare con queste ultime un autore morto cento anni fa lo spiega da sola la storia della geografia francese degli ultimi decenni del Novecento: a partire dagli anni ‘70 Reclus è stato riesumato come "padre spirituale" da più parti, contrapponendolo alla tradizione della geografia accademica, entrata in crisi in quegli anni, che riconosceva come caposcuola Paul Vidal de la Blache.

In particolare l’autore della Nouvelle Géographie Universelle è stato fortemente utilizzato per il discorso geopolitico della rivista "Hérodote", facente capo a Yves Lacoste, e per le iniziative editoriali diRoger Brunet, entrambi però assenti al colloquio.

Questo percorso non è stato risparmiato da qualche critica da parte dei lionesi, secondo i quali il problema non è fare di Reclus una bandiera, o un semplice marchio. In questa ottica, occorre approfondire veramente quello che ha detto e cosa può significare di volta in volta un suo riutilizzo, per le finalità che sono proprie del sapere geografico: dare delle risposte sul mondo.

Uno dei motivi dell’ultimo revival reclusiano, secondo Pelletier, è stata la condizione di "orfani" dei geografi marxisti, che nella propria scuola non hanno potuto trovare spunti, dal momento che questa di fatti negava un’analisi spaziale, per la preponderanza di uno storicismo uniformante, che "poteva tranquillamente applicare il modo di produzione asiatico al Perù".

Paul Boino in questo senso ha rimarcato come Reclus si distingua dal metodo marxista per il partire dai fenomeni empirici senza applicarvi schemi o sistemi dati: c’è un approccio complesso e molto problematizzato che oggi è acquisito in quasi tutte la discipline ma all’epoca assolutamente innovatore. In particolare nell’analisi dei fenomeni sociali Reclus rifugge dall’utilizzo della chiave economicista al di sopra di tutte le altre questioni, per tenere in considerazione una larga serie di ambiti e di strumenti in un approccio interdisciplinare.

Questa attitudine critica gli ha fatto anche superare i determinismi ambientali tanto frequenti all’epoca: le cause della povertà dei popoli non sono nelle avverse condizioni naturali di certi territori, ma derivano da fattori sociali, storici e politici.

Nella successiva conferenza inaugurale, Massimo Quaini ha esordito illustrando, tramite l’esempio del paesaggio ligure nella Nuova Geografia Universale, la tensione, sempre presente in Reclus, fra le necessità infrastrutturali delle attività umane (nel caso dell’Italia individua le ferrovie come forte motore della modernizzazione) e le necessità di salvaguardia della bellezza e degli equilibri dei paesaggi naturali.

Non sono che alcune delle problematiche che con il XIX secolo arricchiscono il ruolo del geografo, che da astronomo-cartografo diventa viaggiatore e pubblicista. Secondo Quaini Reclus, come il suo primo maestro Carl Ritter, non ha fiducia nella mappa, che è falsa perché fa vedere solo una parte della realtà, di solito funzionale alle esigenze delle istituzioni che producono la cartografia: in generale gli Stati e in particolare gli eserciti. Questo nonostante nelle sue opere si faccia comunque un grande uso di carte tematiche, considerate piuttosto innovative.

L’ex animatore di "Hérodote Italia" ha concluso focalizzandosi sul ruolo del Mediterraneo nell’idea reclusiana di civiltà: Reclus fa partire la sua geografia universale proprio da questo mare, perché integrando il viaggio con la storia vede le sue isole e penisole come la culla del pensiero umano. Ma non si tratta, secondo Quaini, di una visione nostalgica, perché nel ritorno al pensiero ed ai miti dell’antichità, in particolare quella greca, Reclus trova concetti di libertà e di eguaglianza utili anche per la propria epoca. Con una intenzione simile a quella con cui, nel corso del ‘900, Albert Camuse altri parleranno di "pensiero mediterraneo".

Tra l’altro la geografia storica del Mediterraneo è proprio uno degli ambiti in cui oggi studiosi come Florence Deprest individuano alcuni punti di continuità fra Reclus e i geografi "vidaliani", che hanno sì accantonato alcune delle sue opere, ma comunque, secondo quanto ha sostenuto Jean-Baptiste Arrault, dopo aver studiato per molto tempo su di esse.

Due giornate sono state dedicate a gruppi di studio tematici. Sarebbe troppo lungo rendere conto di tutte le discussioni, quindi ci limitiamo a segnalare alcuni contributi.

L’atelier "Fabbrica e ottica dell’oggetto geografico" ha visto relazioni che andavano dall’approccio alla montagna a quello sulla città, dunque si mostrava la complessità dell’opera reclusiana nell’evidenziare fenomeni naturali e fenomeni umani, sempre visti in relazione.

Perfettamente tempista la relazione di Yves-François Le Lay sui fiumi. L’esempio scelto erano gli scritti sul Mississippi e la zona di New Orleans, visitate da Reclus negli anni ‘50 del XIX secolo; vi troviamo studi attenti e dettagliati delle opere necessarie alla salvaguardia di un bacino idrografico così imponente, nonché dei problemi della stabilità idrogeologica di una città come New Orleans. Uno dei tanti aspetti profetici che sono stati sottolineati (forse anche all’eccesso) nell’opera di Reclus.

Per quanto riguarda l’approccio con la città il sociologo Josè Ignacio Homobono, autore di un saggio su Lewis Mumford, ha sottolineato la centralità di questo tema nell’opera reclusiana, individuando una forte continuità con cui Reclus e Kropotkin, tramite Patrick Geddes e successivamente lo stesso Mumford, hanno segnato tutto il successivo pensiero urbano che si è posto il problema di una pianificazione "organica".

Paul Claval ha poi approfondito il discorso su una analisi della città che parte dall’evoluzione storica e dalle strutture sociali per individuare le differenze funzionali fra le varie zone. L’intento è quello di costruire una futura realtà urbana che possa conciliare la necessaria socialità umana con la presenza di spazi verdi e di un ambiente salubre. Da notare che Reclus, considerato un ecologista ante-litteram, spesso indulgente in belle descrizioni di paesaggi boscosi, montani ecc., non pensa mai a una natura priva dell’uomo, ma ragiona sulle trasformazioni che quest’ultimo compie, proponendo soluzioni per una armonia che ritiene non solo possibile, ma necessaria.

Molto interessante il seminario sull’accoglienza avuta da Reclus nella penisola iberica: in Spagna le sue opere sono state tradotte e stampate in maggior numero che altrove ad eccezione della Francia, dove pure la Nuova Geografia Universale era molto popolare.

Secondo Teresa Vicente-Mosquete, massima studiosa dell’argomento, fino alla (drammatica) fine degli anni ‘30 non vi era sede operaia che non tenesse in biblioteca i libri di Reclus, compresa l’ultima opera, L’Homme et la Terre, misconosciuta altrove: era su questi volumi che gli operai spesso imparavano a leggere.

Non è difficile collegare questo alla grande consapevolezza dimostrata dal proletariato spagnolo nel 1936, quando si trattò di costruire nel concreto il comunismo libertario.

Secondo Nicola Ortega-Cantero questa grande popolarità non era solo dovuta alla grande diffusione dell’anarchismo nel paese iberico, ma anche alla simpatia dimostrata da Reclus per i moti a carattere democratico-liberale che avevano luogo in Spagna negli anni in cui usciva il volume della NGU ad essa dedicato (1874-1875). Simpatia di un intellettuale straniero che fu caldamente ricambiata: dunque anche le parti più avanzate della borghesia spagnola, fra cui diversi futuri geografi e letterati, si formarono con Reclus.

Allo stesso discorso si aggiunge l’insegnamento nelle scuole moderne, oggetto di un altro seminario, perché l’Università Nuova di Bruxelles nella quale lavorò Reclus negli ultimi anni di vita tenne stretti contatti con la Scuola Moderna di Ferrer y Guardia ed ispirò analoghi esperimenti, purtroppo non sempre studiati, in diverse parti d’Europa.

L’ultimo giorno, nel seminario su "Nature, etnie ed identità" hanno parlato due degli ospiti italiani, Marcella Schmidt di Friedberg e Fabrizio Eva.

La prima ha tracciato un originale parallelo fra Reclus e due sui contemporanei "proto-ambientalisti", lo scozzese John Muir, impegnato nelle lotte per i primi parchi nazionali americani, in particolare quello dei monti Yosemite, e il giapponese Kamagusu Minakata, eccentrico giramondo impegnato in battaglie analoghe nel paese del Sol Levante.

Il secondo ha proposto una griglia di interpretazione geopolitica basata su alcuni concetti reclusiani applicabili all’oggi: la tensione fra oppressione istituzionale e libertà individuale, la natura mobile dei confini e degli stanziamenti dei popoli su un territorio, la necessità di verificare, coi generi di vita, quali sono le forze reali che interagiscono all’interno di una compagine nazionale od etnica.

La seconda parte dell’intervento forniva esempi di applicazioni di tali concetti a casi di scottante attualità quali l’Iraq e la Palestina. L’attualismo di quest’ultima relazione ha incassato ripetuti complimenti da parte di Paul Claval, il che non è poco.

Nella plenaria conclusiva, i relatori hanno affrontato un’ampia panoramica della visione mondiale di Reclus, con particolare riferimento alle descrizioni di Russia e Cina. Per sintetizzare le conclusioni, si possono prendere in prestito le parole di Gerry Kearns, di Cambridge, che ha ricordato che ci trovavamo a discutere non di una geografia di Stato, ma di una geografia contro il razzismo, contro il colonialismo, di una "geografia di/per la solidarietà globale".

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