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Categoria: Storia e personaggi
Creato Mercoledì, 01 Aprile 2009

Intervista a Nazario Sauro Onofri, di Tomaso Marabini, Antonio Senta e Roberto Zani ( n°112)

Abbiamo incontrato Nazario Sauro Onofri, giornalista per 25 anni de “L’Avanti” e autore di numerose ricerche storiche relative soprattutto al movimento dei lavoratori del bolognese.

Fra queste, spicca la monumentale opera in sei volumi “Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese (1919 – 1945)”, in cui figurano come coautori anche Luigi Arbizzani e Alessandro Albertazzi. I primi quattro volumi, pubblicati dal 1985 al 1998, costituiscono il dizionario biografico, ai quali ha fatto seguito nel 2003 un’appendice di aggiunte e correzioni (per un totale complessivo di oltre 27.000 biografie). Nel 2005 è uscito l’ultimo volume (il primo nel piano dell’opera), comprendente un “dizionario storico-politico” con circa 400 voci di avvenimenti, organizzazioni, giornali ecc.; una bibliografia e una cronologia dettagliata, nonché un Cd-Rom in allegato contente i precedenti 5 volumi.

 Hai partecipato alla Resistenza nelle fila di Giustizia e Libertà - Partito d’Azione. Cosa ci puoi dire della tua esperienza?

Mio padre Gino era repubblicano, ma dopo l’8 settembre il partito non voleva impegnarsi nella Resistenza, così entrammo nel Partito d’Azione e nell’8° brigata Masia GL. Io avevo una rivoltella e pensavo di entrare nella squadra armata. Invece mi dissero: “Non hai nessuna preparazione militare, sei uno studente e quindi un intellettuale, ti diamo un altro compito”. Così mi misero a fare delle carte di identità per gli antifascisti liberati dopo il 25 luglio. Rubammo i cartoncini in Comune, avevamo fatto fare dei timbri “regolari” di comuni siciliani, nelle zone liberate, perciò non era possibile fare dei controlli. Facemmo anche delle carte per gli ex ufficiali del disciolto esercito italiano, e lì cominciarono le nostre disgrazie. Dicevamo a tutti di essere prudenti: non andate in giro, non andate al cinema, al casino… Invece uno andò al cinema, fecero una retata, gli controllarono la carta d’identità (che era fatta benissimo) ma questo ufficiale invece spifferò che era falsa. In novembre facemmo delle carte d’identità anche per gli ebrei, perché arrivò a Bologna una squadra speciale di SS che ordinava agli ebrei di presentarsi in questura per mandarli nei campi di sterminio. Poi mi misero nella redazione del giornale Orizzonti di Libertà. Anche qui mi dissero: tu sei uno studente, sai scrivere… Ma io avrei preferito combattere.

A Bologna il Partito d’Azione venne quasi annientato durante la Resistenza.

Non annientato. Certo, subimmo delle perdite terribili: nel settembre 1944 fummo arrestati in 23: 8 furono fucilati subito, fra cui il nostro comandante Massenzio Masia; altri 6 tra cui mio padre furono deportati a Mauthausen e nessuno ritornò.  Io me la sono cavata: mi hanno lasciato andare, non so neanche io il perché, ci salvammo solo in 2-3. Entrai nel nostro gruppo che aveva la base nell’istituto di geografia dell’università, in previsione dell’insurrezione: io avevo 17 anni e ci speravo, non vedevo l’ora che la guerra finisse per tornare a scuola. Invece il 20 ottobre ’44 arrivarono un centinaio di fascisti e lì persi altri sei compagni. Però Ferruccio Parri inviò subito a Bologna Enrico Giussani, che aveva fatto la guerra di Spagna: assunse il comando della brigata e la riorganizzò. Poi dal Veneto venne a Bologna anche Antonio Giuriolo, che era uno dei “piccoli maestri” del libro di Luigi Meneghello (da cui è stato tratto anche un film): era stato ferito e si fece ricoverare sotto falso nome al Rizzoli. Gianguido Borghese, comandante regionale delle brigate Matteotti, andò a trovarlo e gli disse: “Noi abbiamo bisogno di un comandante delle brigate Matteotti di montagna”. Lui rispose che era del Partito d’Azione, ma Borghese ribatté che non c’era problema. Giuriolo accettò e diventò comandante delle brigate Matteotti di montagna. Questo accadde in agosto, a dicembre morì.

Com’erano i vostri rapporti con gli anarchici impegnati nella Resistenza? Masia si incontrava con Attilio Diolaiti, si recava a Imola nella casa di Primo Bassi…

Io non potevo saperlo. Parlavo con quei due o tre che erano a monte e a valle del mio ruolo, e basta. In generale, nessun parlava molto nella clandestinità.

E il rapporto con i comunisti?

Stavo a un livello basso, ma sapevo che i comunisti volevano mettere dei loro comandanti in tutte le brigate. Ci fu il caso molto brutto della 2° brg GL di Montagna “Piero Jacchia” (poi 66° Garibaldi, operante sopra Castel S. Pietro), formata dal nostro Gilberto Remondini, il cui comando venne però contestato dal comunista Antonio Mereu “Attila”. La morte dei due suscitò sospetti da entrambe le parti.

Cosa hai fatto alla fine della guerra?

Tornai al Liceo, ma ero rimasto orfano e alla mattina presto andavo a scaricare le cassette di verdura al mercato ortofrutticolo, poi alle 8 andavo a scuola, ma dopo un anno non ce l’ho più fatta… Così abbandonai la scuola e mi misi a lavorare. Già in quel periodo cominciai a raccogliere le biografie dei miei compagni morti durante la Resistenza, in breve ne feci un centinaio tra azionisti, socialisti e repubblicani. Era un modo per ricordare i miei compagni, ne avevo persi parecchi durante la Resistenza. A un certo punto Ferruccio Parri mi scrisse: “So che raccogli le biografie sui nostri caduti bolognesi, puoi fare una biografia su Massenzio Masia?”, e io l’ho fatta. Così mi sono lanciato e ho scritto “vagoni” di biografie. E quando il Comune di Bologna decise di fare il dizionario, avevo già gran parte del materiale in casa.

Come nacque il progetto di fare un dizionario degli antifascisti bolognesi?

Luigi Arbizzani stava raccogliendo le biografie dei comunisti, e allora ci venne l’idea tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60 (non ricordo se l’ebbi prima io o lui) di chiedere al Comune di Bologna di fare questo dizionario. Il Comune ci ha messo degli anni ma poi si è deciso. Ci hanno pagato per i primi due volumi, poi non abbiamo più voluto soldi: per la Resistenza eravamo disposti a lavorare gratis.

Dopo i primi volumi avete avuto dei dissidi con Alessandro Albertazzi, il terzo autore dell’opera? 

No, nessun dissidio. Senza dirci niente, dopo i primi due volumi smise di collaborare. Anche perché venne trasferito lontano, all’Università di Trento mi pare…
Contemporaneamente all’uscita di Albertazzi, abbiamo avuto la fortuna di trovare la collaborazione di Lia Aquilano che era la sorella di un prete ed era molto brava come storica: si impegnò lei a fare un sacco di biografie, di cattolici in particolare.

Nel tempo come sì è trasformato il progetto editoriale?

Era così fin dall’inizio, solo che Arbizzani si ammalò e nel 2004 morì, perciò ho dovuto fare gli ultimi due volumi da solo.  La mia fortuna è che ho la mano veloce ed ho impiegato relativamente poco tempo. Anche perché negli anni avevo già raccolto tutta la documentazione.

L’idea di mettere le biografie in internet, nel sito www.comune.bologna.it/iperbole/isrebo?

E’ stata dell'ufficio cultura del Comune. Poi nell’ultimo volume pubblicato (cioè il Volume I) c’era già in allegato il Cd-Rom con le tutte biografie, così lo abbiamo messo in rete. Però nel frattempo continuano a telefonarmi, negli ultimi anni ho ricevuto centinaia di correzioni perché abbiamo chiesto ai vari comuni il controllo di quasi tutti i 27.000 nominativi biografati. Inoltre ho fatto delle voci nuove.

Ci stai ancora lavorando?

Eh sì. Per 20 anni, dal ’74 al ’94, ho fatto parte del consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, che si riuniva a Roma una volta al mese. Quando andavo a Roma, ci stavo uno o due giorni in più a mie spese e andavo all’Archivio Centrale di Stato dove ho consultato 5.613 biografie del Casellario Politico Centrale. Ho controllato poi anche altri documenti… Adesso la Prefettura di Bologna ha riversato all’Archivio di Stato le schede degli antifascisti considerati minori dalle autorità dell’epoca, e quindi almeno quelle voglio andarle a studiare e fare un’ultima versione aggiornata del Cd.

Tu hai scritto anche “Il triangolo rosso”, pubblicato nel 1994 e ristampato nel 2007, su un argomento divenuto di grande attualità con gli attacchi della destra e i libri di Pansa.

Beh, qui a Bologna dopo il 5 luglio 1945 non è stato più ammazzato nessun fascista. Però durante gli ultimi mesi della Resistenza, a molti sono tornate in mente le cose commesse dai fascisti negli anni ’20. E così uno andava ha cercare quello che gli aveva ammazzato il parente, c’erano dei conti aperti…. Questo secondo me è stato un comportamento sbagliato, perché combattere i fascisti repubblichini va bene, ma andare a recuperare quelli del 1920 è stato un po’ troppo duro. La mia squadra continuò a cercare i fascisti fino alla prima decade di maggio, però dovevamo stare molto attenti perché alcune denunce fatte ai fascisti e alle spie erano frutto solo di vendette personali. Ma era un calderone tale che tu non ci capivi più niente, c’era dentro di tutto, così pagò anche della gente che non c’entrava niente. Su questi errori naturalmente Pansa ci marcia. Questa situazione durò fino alla fine di maggio. Ci fu un breve intervallo e poi sono cominciate le uccisioni degli agrari per quello che avevano fatto negli anni ’20. Perché i contadini avevano cominciato a rivendicare l’applicazione del vecchio concordato Paglia-Calda, conquistato regolarmente nel 1920 e abrogato nel ’23 con un decreto prefettizio: al rifiuto degli agrari, ne uccisero una ventina. Però fu sempre nel ’45, con una differenza di un mese o due.

Osservando oggi questo nuovo autoritarismo, con le destre che tornano fuori da tutte le parti, trovi similitudini, differenze con la dittatura fascista…?

Berlusconi non sopporta l’opposizione, vorrebbe che tutti fossero ai suoi piedi. Ma non può fare una vera svolta autoritaria perché l’Europa e l’America glielo impedirebbero: è un autoritario costretto a fingere di essere un democratico. Però rispetto al regime fascista questa qui è roba da poco, almeno per ora. C’è un altro aspetto. Il mio partito, il PSI, è scomparso e non risorgerà mai più; però se sei bravo a muoverti, c’è ancora la possibilità di incidere. Il vero problema è che quel po’ di benessere ha allontanato le ultime generazioni dall’impegno sociale e politico; a meno che la crisi economica e un’eventuale svolta autoritaria non provochi un risveglio, ma a quel punto bisognerà guadagnarsela... Io alla fine della Resistenza non avevo quasi più compagni, fu un prezzo spaventoso. Non vorrei che i miei figli o i miei nipoti debbano pagare quel prezzo, l’abbiamo pagato già noi. Però niente è per sempre, quindi attenzione…

 

 

 

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