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Categoria: Teatro
Creato Martedì, 01 Settembre 2009

Del risciacquar la toga in Arno, recensione di Eugen Galasso (n°116)

Discorso intorno alle cose che dell’acqua e del cielo sentono, fatto dal signor Galileo Galilei, usando di poesia e di quant’altro inventare sia dato attorno al vero e a se medesimo.

Produzione e organizzazione: Zauberteatro

Regia e testo (da testi originali di Galileo e d’altri): Sergio Ciulli

Interpretazione: Massimo Grigò

Allestimento scenico: Mario Librando.

Musiche: Daniele Andriola e Susy Bellucci. 

Uno spettacolo in Arno è sempre uno spettacolo doppio. Già entrando in barca, nonostante lo stato non proprio ideale del fiume, l’Arno e i suoi ponti ci fanno sempre sognare, che siamo Fiorentini acquisiti (come chi scrive) oppure ospiti stranieri. Ma poi farsi traghettare, con l’effetto Caronte, dai rematori, va benissimo, con l’attimo di smarrimento che i pavidi e gli  eternamente sorpresi hanno sempre.

In specie se si entra in un mondo, quello del teatro, che è rituale per eccellenza, il rito, appunto, è doppio, con il battesimo dell’acqua.

 
Da anni il teatro proposto, nelle stagioni che consentono una temperatura decente, è eccelso: con Dante e temi comunque sempre alti (né Zauberteatro ha mai proposto, altrimenti, del teatro digestivo). Ora questo spettacolo “galileiano” con partenza da vicino al Museo della Scienza, rigorosamente basato sui testi del grande Pisano, ma di origini notoriamente fiorentine, nonché su testi ulteriori a commento, è assolutamente affascinante, anche per il rigore dell’analisi.

 
Il “grande libro della natura, scritto in caratteri matematici” ci viene proposto con grande maestria da Grigò, attore di scuola “Laboratorio Nove” e non solo, con la sempre calibrata, e anche aggressiva, regia di Ciulli.

Nessuna predica per il “tutto-scienza”, ma una conoscenza che è scoperta (come in effetti è in Galileo, sempre, pensiamo all’assunzione del copernicanesimo, poi attuato-ampliato matematicamente dalle dimostrazioni di Keplero); scoperta che si serve dell’intersezione sinestesica, dove non si può non ricordare che in Galileo non c’era soluzione di continuità tra lo scienziato e il letterato, ma neppure tra questi e il musicista (Vincenzo Galilei, suo padre, era un importante musicista rinascimentale).

 
Né può mancare la querelle ben nota del processo, quella contro aristotelici e seguaci di Tolomeo come anche ecclesiastici, in specie i più fanatici. Essa è espressa senza particolare durezza, non come rampogna, ma come un fatto. 

In altri termini, questo spettacolo riesce a unire la passione scientifica, culturale in genere, all’entusiasmo, ossia il massimo dell’esperienza teatrale, che è poi esperienza culturale. Dalla salita nella barca alla ridiscesa è un’esperienza unica, da provare.

Ogni sperimentalismo basso cede, ogni esperienza vera (quella veramente galileiana, il famoso “cimento”) rimane, invece.

Senza dimenticare che, nell’epoca della “rete continua” e dell’interconnessione inevitabile, siamo costretti, non ogni giorno, ma ogni minuto, se non ogni secondo, a mettere in dubbio o quantomeno a porre in discussione certezze personali, verità acquisite e simili. Un processo che ci fa essere, che lo vogliamo o meno, sempre dei piccoli Galileo. Anche i compromessi quotidiani (non si dica in campo politico, ma nella vita quotidiana, di lavoro e di relazione) ci fanno  assomigliare, se pur lontanamente, a prescindere dall’età, dalla condizione fisica, da ruolo e status sociale, al Galileo del processo, quello che, vecchio e stanco, è costretto a ritrattare per “salvare la ghirba”, senza mai abdicare alle proprie ragioni di fondo.

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