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Categoria: Teatro
Creato Lunedì, 01 Febbraio 2010

L’importanza di essere Franco (The Importance of Being Earnest), recensione di Eugen Galasso (n°121)

di Oscar Wilde

Messa in scena della compagnia L’Essere.

Regia:Nicola Fornaciari; con Simone Marzola,Eleonora D’Arrigo    

Le commedie di Oscar Wilde sono un vero gioiello, ma oggi la distanza cronologica (Wilde morì nel 1900) impone aggiustamenti alla rappresentazione, pena la riduzione della messa in scena a un’esposizione orale di aforismi e giochi di parole, illustrata poi da fondali scenici...

Onde evitare questo rischio, la compagnia “L’Essere” ha scelto l’uso delle scene girevoli e una interpretazione molto movimentata - ancora per evitare la staticità ieratica nel porgere il detto - con didascalie in video e in dias che illustrano la scena; addirittura con un video finale, su Boombury (il fratello inventato di Algernon, uno dei protagonisti), che commenta in qualche modo il finale wildiano.

In The Importance si pone la questione del rapporto essere-apparire, non senza che ciò abbia creato problemi ai traduttori   italiani,   per   cui “being” (essere) diventa anche “chiamarsi” (senza esserlo, sottinteso), Earnest (onesto, franco); dove Ernest, invece, è “Ernesto” o, come si traduce negli ultimi anni, “Franco”.

Due ragazzi (un po’ cresciutelli) e due ragazze “promesse” – vagheggianti, ché nell’Inghilterra vittoriana, più di tanto non si poteva dire né tantomeno mostrare - tra governanti occhiute, preti invadenti, eredità e bon ton esibiti; nonché quell’altro affare  del “Niente sesso, siamo Inglesi”, pura ipocrisia spacciata per verità. 

Nella messa in scena della compagnia “L’Essere” si apprezza l’uso del movimento spiazzante, l’interpretazione agitata e concitata,  la velocizzazione, l’utilizzo della tecnologia, l’irruzione della musica; l’impagabile impiego dell’ironico  brano  “Viva  la campagna” di Nino Ferrer, per commentare il trasferimento di tutti i protagonisti in campagna, onde consumare quanto a Londra non era d’uopo esibire.

“L’Essere” gioca, con l’intelligente regia di Fornaciari e l’ottima interpretazione dei nove interpreti (e in specie di Simone Marzola e di Eleonora D’Arrigo), in una dimensione meta-teatrale, cioè di sfondare ancora una volta le pareti e di guardare oltre a quanto rappresentato, alla ricerca di significati e referenti ulteriori.

Wilde, come pochi altri autori teatrali (visto che il teatro va più che altro osservato in scena) merita anche di essere letto e riletto, per la cristallizzazione estrema dei suoi aforismi, inseriti dappertutto, per esempio qui quelli su matrimonio, amore, sesso, vita borghese, per l’intelligenza serpeggiante sempre nei suoi testi.  Solo all’inizio, ma non è macchia grave, avremmo evitato un Algernon  punk. Non per scrupolo  storico-filologico (The Importance è del 1895), ma perché un dandy non sarà mai un punk. 

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