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Categoria: Teatro
Creato Giovedì, 01 Settembre 2011

Mauro Monni "Feltrinelli, una storia contro", recensione di Luca Albertosi (n°138)

Fa scandalo, in tempi di privilegio ostentato, un miliardario dalla parte degli oppressi. Il merito dello scandalo va a Mauro Monni, romanziere (“Se ricominciare è una questione di scelte”) e attore.

Il doppio scandalo, essere miliardario e rivoluzionario, stare con gli oppressi, è andato in scena a Sarzana (SP)  il 7 luglio, alla Fortezza Firmafede: si intitola “Feltrinelli, una storia contro” il monologo che il fiorentino Monni dedica al celebre editore.

Giangiacomo Feltrinelli è il rampollo di una famiglia ricchissima. Rimane presto orfano del padre, Carlo, importante uomo d’affari “suicidato” dal regime fascista, e cresce solo, infelice, nevrotico. Troverà modo di ricomporre la lacerazione della sua vita nella militanza politica, spingendola fino alla morte, il 14 marzo 1972.

Feltrinelli da giovane partigiano partecipa alla liberazione di Bologna, si iscrive al Partito Comunista Italiano, viaggia nei paesi dell’Est, si sposa quattro volte, ha un figlio, trova la sua strada, un senso alla sua vita, con la politica culturale: inizia da una biblioteca, a Milano, poi fonda la casa editrice Feltrinelli. Conosce Fidel Castro ed è folgorato dal socialismo e dai movimenti di liberazione del Terzo mondo. La cultura non gli basta.

Monni racconta l’uomo, i successi editoriali, i contrasti, la cornice storica in cui Feltrinelli vive, fino alla scelta della latitanza, dopo la strage di piazza Fontana, e alla morte su un traliccio dell’Enel, dilaniato dall’esplosivo con cui voleva sabotare la linea dell’elettricità per lasciare al buio Milano oppure, Monni lo accenna soltanto, morto ammazzato.

Nel monologo convince poco la ricostruzione storica generale: come possono stare nello stesso percorso, cioè dalla stessa parte, i contadini uccisi a Portella della Ginestra mentre festeggiano il primo maggio, le vittime ignare delle stragi, il dinamitardo Feltrinelli e i rappresentanti della struttura statale che ha garantito la continuità dal fascismo al neofascismo e alle tendenze conservatrici, spesso eversive, presenti e influenti dentro la Repubblica italiana? Sembra una ricostruzione dipietrista e confusionista, che tiene dentro tutto e il contrario di tutto: il danno fatto dal dipietrismo e da Micromega sulla capacità di analisi politica e di ricostruzione storica è inferiore solo di poco ai danni del berlusconismo.

Altro punto da precisare: Feltrinelli non era anarchico (qui c’è confusione semantica e politica) come sembra dire Monni. Ripubblicò invece anarchici come Bakunin e Kropotkin, aristocratici russi che, proprio al modo di Feltrinelli, sacrificarono tutto per gli oppressi. Con una differenza, però. Il tempo di  Feltrinelli è quello in cui la politica passa dai miti collettivi, immagini rilanciate dai media di massa (con conseguente impoverimento di analisi politica), apparati industriali e statali, gadget prodotti industrialmente, commistioni: il “Mao” e il “Che Guevara” di Andy Warhol,  culto della personalità, una massa di piccola borghesia intellettuale, su cui ha ben scritto Pasolini, che condiziona la vita politica.  Feltrinelli, oltre a fare Alta cultura (come quando pubblica il “Zivago” e “Il gattopardo”) partecipa alla fabbricazione di un immaginario collettivo che, a volte, perde qualità come tutto ciò che è prodotto in serie, per una massa indistinta di persone in mercati di massa.

C’è poi anche da riflettere sull’abbaglio che è stato il  Terzomondismo: l’idea che la lotta di Liberazione iniziata in Italia nel 1943,  dall’Europa continuasse in Africa, in Asia e da lì potesse tornare in Italia. Un abbaglio che forse, in parte, è alle origini della violenza politica italiana degli anni Settanta. I problemi e le soluzioni non si possono spostare altrove.

Il monologo di Monni ha i punti di forza invece  nella critica  e nel rigetto della violenza; nella volontà di cucire la memoria storica e di raccontare; nella  presenza scenica e nella simpatia dell’attore/autore.

Dalla storia di Feltrinelli, infine, tre spunti: vanno ricordati i romanzi di Luciano Bianciardi, licenziato da Feltrinelli, che si beffa dell’industria culturale e degli intellettuali (“L’integrazione”, “Il lavoro culturale”); va rimarcata la scelta di Giangiacomo di tenere vicino a sé, in casa editrice, il redattore Danilo Montaldi, un intellettuale degno del massimo interesse, oggi.

Per associazione, viene in mente Giovanni Pirelli che, dopo aver fatto il partigiano, lascia l’industria paterna ed entra nel Partito Socialista Italiano, si dedica ad un oscuro, ma interessantissimo, lavoro culturale e politico, con Vittorini, Bosio, Panzieri, nello sgangherato, ma culturalmente vivace partito di Pietro Nenni e nei movimenti anticoloniali e sessantotteschi. La normalità di Pirelli fa un sano contrasto con le scelte estreme di Feltrinelli: indica l’esempio costruttivo, continuo, giornaliero che forse manca a tutti noi. Pirelli lascia anche uno splendido romanzo ormai introvabile: “L’altro elemento”. Ci vorrebbe che Mauro Monni costruisse uno spettacolo, bello come quello in scena a Sarzana, dedicato a Giovanni Pirelli…

 
( da: www.contro-mano.net)

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