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Categoria: Teatro
Creato Venerdì, 01 Febbraio 2013

Bodas de sangre, di Eugen Galasso (n°154)

di F. García Lorca,  Associazione EsTeatro

regia: Biribò-Toloni

F. Argirò, R. Campisi, A. Collazzo, C. Di Sciullo, G. Ferri, L. Giordano, R. Magnolfi, M. Manfredi, M. Martini, G. Nanni, R. Ranaudo, F. Rubino, V. Sammurri, G. Teghini, A. Umberti, V. Vitti

Lorca, il grandissimo poeta e drammaturgo della “generazione del 1927” (l’anno in cui, assieme ai grandi poeti “modernisti” Antonio Machado, Rafael Alberti, José Bergamin, Rubén Darío, emerse con la rivoluzione del verso e l’apparente rottura della struttura narrativa della poesia, prima imposta quasi la poesia fosse legata alla connessione logica e cronologica!), fu il fondatore della Barraca, teatro popolare mai demagogico, anzi realmente “popolare” perché ricerca le radici profonde della cultura, nella fattispecie andalusa.

E fu anche un vero grande combattente non armato della Rivoluzione - non solo Guerra civile! – spagnola.

Richiamandosi alla cultura popolare del suo Sud, pagano prima di divenire vandalo, arabo, ebraico, tzigano, soprattutto in questo “Bodas de sangre”, riscopre la grandezza degli archetipi, dei simboli esemplari della cultura in questione: il Sangue (vita e morte), la Luna (femminile in tutte le lingue neolatine, ma anche Grande Falciatrice), il Coltello (che fa scorrere il sangue, quando domina la luna...), la Donna (intesa come Magna Mater, buona, ma anche temibile, ben prima di essere “Vergine” come la Madonna cristiana), il Cavallo (simbolo di fuga e di inseguimento a un tempo).

Per dire che quando si ha l’adulterio, anzi meglio una sorta di pre-adulterio, la (promessa) sposa che fugge e “consuma” con l’ex novio, l’ex fidanzato, a sua volta sposato ma anche appartenente alla famiglia che aveva ucciso padre e fratello del promesso sposo… si arriva al finale luttuoso, che si può definire tout-court tragico, anche perché, se è vero che in epoca “borghese” la tragedia diviene dramma, qui siamo in una cultura contadina, pre- e, diremmo anche, anti-borghese...

Nulla degli atti violenti viene narrato, ma seguendo la regola aristotelica della “Poetica” (“Mai sangue sulla scena”) il tutto viene evocato da un corso fantasmatico di prefiche, in buona sostanza.

La regia e messa in scena di Biribò e Toloni, assolutamente fedele, riscopre questo elemento archetipico-simbolico in chiave psicoanalitica (i due registi lo riconoscono, giustamente), senza che la psicoanalisi divenga chiave universale per capire il testo, ma rendendo possibili altre interpretazioni “messe tra parentesi”, non escluse-eclissate, ma eluse. L’uso dell’ante-scena, della “proiezione” dietro il sipario, gli attori ieraticamente aggettanti sul pubblico, tutto ciò sottolinea una lettura critica che valorizza quanto abbiamo detto, quindi pure l’aspetto programmatico per cui “hay que seguir la ruta de la sangre” (con la sua dote di violenza-vendetta).

Ma questa è la dichiarazione del fatto: il “dover essere”, il Novum (qui è semmai la “politica”) sarebbe il sottrarvisi, ma al contempo straordinarie luci poetiche illuminano tutto il testo, scritto nel 1933, tre anni prima dell’uccisione di Lorca ad opera di sgherri franchisti, come pare ormai certo.

Gli attori sono tutti bravissimi, e non solo funzionali, sia detto con forza.

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