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Categoria: Teatro
Creato Domenica, 01 Settembre 2013

Attente al lupo

da Adamo ed Eva a Maria Cassi recensione di Eugen Galasso (n°160)

di e con Maria Cassi (anche regia)

con Marco Poggiolesi alle musiche in scenaMaria Cassi

Se ben guardiamo, ogni spettacolo di Maria Cassi contiene tutti gli altri, come nelle scatole cinesi o nelle bambole matrioska; per chiarire l’immagine, che rischia di rimanere pura metafora, bisogna dire che ogni spettacolo approfondisce problematiche già presenti negli spettacoli precedenti. Così qui il tema della paura della morte, inculcato da madri e padri (soprattutto le prime) ai bambini e adolescenti negli anni Sessanta e Settanta del Novecento (generazione cui appartiene anche Maria Cassi) viene ripreso e ampliato.

Senza che ci sia bisogno di alcuna citazione, si capisce il perché della rivoluzione sessuale di quegli anni, annunciata in un’opera come “Life against the Death” (1959, in italiano “La vita contro la morte”), dopo che meno di un lustro prima Herbert Marcuse aveva scritto “Eros and Civilization” (Eros e civiltà).

La sessualità, intesa nel senso più ampio e non certo solo genitale, diviene emblema della vita, contro la minaccia della morte, sempre brandita dalle religioni e soprattutto da chi le intende integralisticamente, con il “memento mori” (= ricorda che devi morire) quale spauracchio invitante alla castità, alla “prudenza”, al quieto vivere, possibilmente senza mai interessarsi di politica, senza mai “fare storie”, senza un briciolo di ribellione all’esistente...

Ecco allora che, a parte la sequenza di espressioni (ornitologiche e zoologiche) designanti gli organi sessuali primari femminili e maschili, Maria rimpiange la beata (non beota!) innocenza delle ragazzine in hot-pants con la vita davanti e le relative utopie (di vita prima che politiche).

Detto così, sembra quasi un trattato teorico, invece no, per nulla: con la sua mimica irresistibile, Maria ci mostra le degenerazioni “machiste” di uomini e donne (“las machonas”, le mache ad ogni costo...) appunto dai mitici progenitori in poi, e ci mostra anche, con humor mai blasfemo ma neanche troppo ossequioso del Creatore (?), come “costui” abbia avuto un’idea un po’ stravagante della perfezione, dando la stura alla “guerra dei due generi” (gli altri, qui, non vengono contemplati) che si è espressa in tante sfaccettature, in tanti modi d’essere anche quasi esclusivamente caricaturali.

Maria Cassi, che apre e chiude lo spettacolo con sue poesie relative alla paura del palcoscenico, subito superata ed eclissata dalla gioia di recitare, condividendo comicità e dramma, “amori e miserie” (Paul Fort) con gli spettatori, non omette di cantare, con l’ottima collaborazione del maestro Marco Poggiolesi, in una sorta di medley di canzoni dei Beatles e di Lucio Battisti; indugia poi anche a cantare la canzone di Lucio Dalla intitolata, “Attenti al lupo” (ma anche alle lupe, ci ricorda) e “Sei grande”, canzone clou di Mina, con Fabio Picchi, il marito, che irrompe da uno schermo.

Considerazioni sul tempo che passa e la Cassi che esordisce anche suonando la tromba. Ancora una volta un “en plein” assoluto, eccelsa sintesi di corpo e mente, presenza scenica e pastiche fonetico, dove tale sintesi, a differenza di altro teatro, decisamente inutile, è sempre “significante”. Ma è anche da rilevare che in meno di una settimana lo spettacolo, a una visione ripetuta, è completamente cambiato, non diremo come per non togliere la sorpresa, ma certo in alcuni snodi fondamentali. Che si dia più peso a una canzone, o a un tema (l’ironia della Cassi sul “diavolo della Tasmania”, notoriamente animale che non è proprio espressione di bellezza...), cambia le cose, ancora una volta a conforto della tesi per cui lo spettacolo teatrale è “work in progress”, sia per il fatto notorio che nelle repliche una scena non sarà mai del tutto uguale a quella delle repliche precedenti, sia perché l’attore, in specie se anche autore e regista, ripensa lo spettacolo e lo rilegge anche proprio nel “playing the play” (fare lo spettacolo).

 

 

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