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Categoria: Teatro
Creato Martedì, 01 Luglio 2014

CenaUna tranquillla cena fra amici recensione di Irene Carrubba e Eugen Galasso (n°170)

da “La Panne” di  Friedrich Dürrenmatt

Compagnia “Il Laboratorio”. Regia di Dimitri Frosali. Interpreti: Jacopo Biagioni, Viviana Ferruzzi, Samuel Osman, Simone Petri, Maurizio Pistolesi, Antonio Timpano.

“Die Panne. Eine moegliche Geschichte” (La panne. Una storia possibile) è un romanzo breve del 1956 di Friedrich Dürrenmatt (1921-1990), autore letterario svizzero, anche di teatro (e tra l’altro notevole pittore), di cui a livello teatrale si ricordano soprattutto “La visita della vecchia signora” (Der Besuch der alten Dame), “I fisici” (Die Physiker), “La meteora” (Der Meteor).

Spesso frequentato e messo in scena, il romanzo ha però, con questa proposta inserita nella rassegna “Fabbrica Europa”, una drammatizzazione efficace, dove anche l’errore nel grafema (tre “l” dove notoriamente ne bastano due...) ha un senso nel nonsense.

Un commesso viaggiatore di nome Traps, forse da “trappen”, in tedesco “camminare a fatica”, (ma in realtà ha un grado superiore, come un direttore delle vendite), per un piccolo incidente, rimane bloccato e si rifugia in una casa dove una “tranquilla cena fra amici” nasconde un processo vero e proprio, proposto in forma giocosa/ludica, ma con un vero tribunale di ex-magistrati in pensione: c’è Zorn (tradotto: “furore”), pubblico ministero in pensione, Kummer (= tristezza), avvocato in pensione, un giudice, anch’egli pensionato e un boia (eh sì) a riposo di nome Pilet (che di per sé non vuol dire nulla, salvo riferirsi forse a Pilato, per assonanza...), nonché la governante di nome Simone (Simona). Cena, chiacchiere, ma il processo ha inizio... Traps non ha fatto nulla, ma ben presto si convince a dichiararsi colpevole di quasi omicidio, avendo fatto morire “di crepacuore” per adulterio provocato quel “gangster” (lo chiama così) del suo capo. Finché... la conclusione è tragica, dato che il “pover’uomo”, avendo interiorizzato il senso di colpa, si impicca. Eppure, ripetono tutti, “era solo una cena fra amici”...

Maestro del grottesco, con venature drammatiche e spesso anche tragiche Dürrenmatt, che veniva da Kafka e Brecht, da Pirandello e da Beckett, da Adamov e Jonesco, ci parla dell’assurdità e inconoscibilità del reale, ma una componente del romanzo (e della pièce trattane) è anche politica (carrierismo e consumismo nella società capitalista “obbligano” le persone a scavalcare gli altri; forse lo ha fatto Traps, ma lo fanno anche gli ospiti del “convito” che, con cene “tranquille”, inducono altri a... sopprimersi).

Eccelsa la regia, in piena sinergia con ottimi interpreti, dove mimica, gestualità, voci gridate e sussurrate in stile fiorentino (e gli Svizzeri, anche di lingua tedesca, non sono tedeschi, ossia hanno una gestualità e una mimica più vicina agli Italiani), rendono piena la ricezione del senso/non-sense del testo.

Una location molto suggestiva, la ex-Chiesa dei Barnabiti, ha fatto sì che questa compagnia, molto significativa e preparata, rendesse onore a Dürrenmatt nel modo più suggestivo e consono possibile, rivivendo a pieno le atmosfere e i dialoghi del 1956. Una cena cuccagnosa e insidiante, un percorso giocoso e sottile, che alla fine si rivela fatale nei pensieri del povero signor Traps, che per un gioco di “veglia” si trova a fare i conti con la propria coscienza e a decidere di morire. Politica, vita, pensieri del tempo, classi sociali e scalate al successo partite dal basso. Inquisizioni di mestieranti legali ormai congedati.

 

 

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