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Categoria: Teatro
Creato Domenica, 01 Maggio 2016

roba da duriRoba da duri, di Irene Carrubba e Eugen Galasso (n°190)

Testo, regia, interpretazione di Alessandro Riccio, con Gianmaria Corona.

Produzione Tedavi 98.

Anche se è presentato come “adattamento dalle favole di Esopo”, grande favolista geco, autore di fiabe “gnomiche” (le favole con una “morale”, con indicazioni sagge per la vita, dove gli animali sono personaggi tout court), si tratta di un testo teatrale dello stesso Riccio, che osiamo definire uno dei più originali del teatro, almeno italiano, recente.

 

Uno zio fricchettone, già tatuatore ma ormai da tempo dedito ad attività illegali (fa quasi certamente lo spacciatore, il pusher), ha in custodia per una notte il nipotino, figlio della sorella. Il bambino, di nove anni, è estremamente acuto, ma pauroso (anche perché la casa dello zio induce le paure, con immagini molto dark).

Le fiabe esopiche, con la loro morale, servono ad entrambi: al bambino per rincuorarlo, insegnandogli che la zanzara può molestare il re della foresta, alias leone; allo zio, quando il bambino, ritrovata la coscienza e il dominio di sé, dirotta altrove chi vorrebbe fare del male allo zio. Sorta di “dialettica servo-padrone”, con inversione dei ruoli (il bambino che aiuta l’adulto..., quasi dominandolo) ma anche la dolcezza e l’ingenuità fantasticanti che sconfiggono la concezione solo “da duri” della vita...

Costumi e abbigliamenti (di Veronica Di Pietrantonio), in specie di Riccio, sono oltremodo esibiti come anche la scenografia, a tratti spettrale; per non dire del gioco di luci, inquietante, opera di Lorenzo Girolami, dove i fantasmi del bimbo divengono “reali”, alternandosi ai video punk e post-punk propinati dallo zio “terribile” (certo, solo in apparenza).

Gioco psicologico e pedagogico eccelsi, purché si sappia che “pedagogia” non è mai solo “educazione dei bambini”... con un elogio di debolezza e dolcezza che s’impongono in un’epoca nella quale sembra che tornino “alla grande” la cattiveria e la spavalderia, la durezza, l’arroganza: da quella dei terroristi Daesh (Is o Isis, volendo), a quella degli imperialismi, a quella (in piccolo) di un premier che “sa il fatto suo” sempre e comunque, dal Jobs Act al referendum sulle trivellazioni, alla vita quotidiana fatta di continue sopraffazioni spacciate per necessità e opportunità.

Questa pièce intelligente, che ci insegna che non sempre il “cattivo” è cattivissimo, anzi non è affatto cattivo, che il bambino ha paura ma spesso ha ragione ad averla, che i traumi più duri si superano insieme e non odiandosi, conta su un Riccio molto convincente come interprete ma anche su un Gianmaria Corona bambino esordiente eccelso, al di là del fatto che vorrà divenire o meno un attore professionista. La lode dell’enfant prodige non interessa, in questa sede, mentre interessa un testo teatrale intelligente, originale, che fa fremere e partecipare gli spettatori, senza che la (relativa) suspense del finale (ventilato arrivo della polizia) si tramuti in colpi di scena clamorosi, che sarebbero stati totalmente fuori luogo.

Pièce intelligente e misurata, che guarda criticamente anche a decenni di teatro dove troppi elementi si mischiavano e sovrapponevano inutilmente, creando opere spesso autoreferenziali e avvitate su se stesse, nel nome di un (frainteso) “terzoteatrismo” che diventava palestra esibizionistica per interpreti non proprio eccelsi...

 

 

 

 

 

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