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Categoria: Teatro
Creato Domenica, 01 Febbraio 2009

Sillabari, recensione di Eugen Galasso (n°110)

di e con Paolo Poli Interpreti: Paolo Poli e la sua compagnia. Produzioni teatrali Paolo Poli 

Un teatro che nessuno mai si stancherà di vedere, quello di Poli, perché gioca, con grande eleganza, sul doppio senso, sulla beffa, sull’equivoco.

L’indimenticabile storico della letteratura e del teatro Luigi Baldacci, suo compagno di università, diceva sempre: “Sì, ma il teatro di Paolo è un po’ statico, sempre vincolato dalla stessa struttura”. Vero, in parte: c’è lo sketch, la narrazione, la canzone etc.; ma... bisogna saperlo fare, altrimenti il pubblico s’annoierebbe o diserterebbe le recite, cosa che invece non avviene. Insomma, di Baldacci è da accettare la descrizione, non la valutazione. 

Stavolta Poli prende spunti dai “Sillabari” di Goffredo Parise, scrittore veneto irriverente, nemico di comunismo di stato (o fascismo rosso, come disse autorevolmente qualcuno) e fascismo. La prima parte è tutta d’ambiente bellico-fascista, meglio, relativa agli ultimi anni della seconda guerra mondiale, con tanto di canzoni anche tedesche (il tedesco di Paolo è abbastanza avventuroso, non per questo meno gradevole, anzi...), ma soprattutto spagnole, francesi, italiane.

Scene su storie di innamoramenti en travesti, mai senza un fondo decisamente amarognolo, storie di ordinaria, ma anche “straordinaria” (?) pedofilia, sul grottesco della vita in genere. Permanenze in hotel da sfollato, per un ragazzino che ha un molto più anziano compagno di stanza, forse una spia... Ma anche “Il buco”, una spiaggia molto particolare... 

Da vedere e apprezzare sempre, che si parli del fasci-nazismo che appoggia Francisco Franco, uccidendo Garcia Lorca (esplicitamente citato, peraltro), delle storie d’amore “andate buche” per motivi di diseguaglianza sociale, ancora di altro e di più, per riflettere sul “senso della vita”, ammesso che ci sia.

Anche il componimento poetico finale, atroce/soave filastrocca sull’estensione del membro virile, che in altri (per esempio anche Dario Fo, per fare un nome noto a tutti) potrebbe avere qualche deriva volgare, qui rimane a livello altissimo, senza alcuno scivolamento.

Da non perdere, perché Poli è sempre sublime. Potrebbe stare in scena a mo’ di manichino (ricordiamo di averlo intervistato, tre lustri fa, era sul palcoscenico immobile, potrebbe essere stato pura sagoma) e già farebbe spettacolo. Ma fa anche molto di più, come s’è cercato di dire.

Delle scene del compianto Emanuele Luzzati, “grande poeta della scena” (ancora Baldacci) e dei costumi di Santuzza Calì, degli stacchetti musicali di Jacques Perrotin bisognerà pur dire qualcosa, come anche delle coreografie di Alfonso De Filippis: una perfetta composizione di segni, sogni e saperi diversi ma convergenti. 

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