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Categoria: Ambiente
Creato Sabato, 12 Dicembre 2020

Capre domestiche al pascoloLe Georgiche: pecore e capre, di Rino Ermini (n°238)

 “Nunc, veneranda Pales, magno nunc ore sonandum. / ... stabulis edico in mollibus herbam / carpere ovis, dum mox frondosa reducitur aestas, / et multa duram stipula felicumque maniplis” 

Libro III, vv. 294-297

“Ora, o veneranda Pale, si deve cantare con voce solenne. / ... prescrivo che le pecore bruchino fieno  / in comode stalle, finché non torni presto la frondosa estate / e che si copra sotto di loro la dura terra di molta paglia”.

Nel nostro podere avevamo, fino alla metà degli anni ’60 del secolo scorso, un piccolo gregge di meno di dieci pecore e due capre. A quell’epoca ormai eravamo rimasti i soli ad averle, ma fino a non molti anni prima quasi ogni contadino le aveva.

Servivano per fare il cacio, vendere al macellaio una volta l’anno gli agnelli e soprattutto disporre della lana per fare maglie e calzini. Le capre non tutti le avevano perché al pascolo tendevano a spuntare nei boschi le giovani piante e anche a roderne la corteccia, e perciò erano ritenute dannose. Servivano soprattutto per il latte, ma non per fare il formaggio, bensì da utilizzare a colazione.

“… iubeo frondentia capris / arbuta sufficere et fluvios praebere recentis / et stabula a ventis hiberno opponere soli / … Hac  quoque non cura nobis leviori tuendae, /nec minor usus erit, …”  

Libro III, vv. 300-306

“ ... ingiungo che alle capre / si forniscano corbezzoli fronzuti o si offrano fresche acque, / e le stalle si espongano non ai venti ma al sole invernale / … Anche delle capre si deve aver cura non minore, / né l’utile sarà inferiore, … /”

Il gregge veniva nutrito portandolo quotidianamente per qualche ora in giro per i pascoli costituiti da radure fra i boschi o da campi marginali abbandonati gradatamente a partire da dopo la Seconda Guerra Mondiale. Se era cattivo tempo, quindi soprattutto d’inverno, il gregge rimaneva nella stalla e si nutriva col fieno;  spesso anche con fasci di frasche di sempreverdi tagliate nei boschi o con i residui della potatura degli olivi se era tempo di potatura. D’inverno anche con pastoni caldi fatti di acqua, biada, zucche e barbabietole  tritate. Un discorso a parte riguardava il nutrimento degli agnelli. A qualche settimana dalla nascita, prima di essere mandati al macello, li si svezzava con lupini cotti misti a crusca. I lupini, che sono amarissimi, dopo cotti venivano “addolciti” lasciandoli  per qualche giorno in acqua corrente chiusi in un sacco di canapa.

C’era un pecoraio di mestiere nel nostro paese, ed era a lui che ci si rivolgeva, in tempo per far nascere gli agnelli in modo che fossero pronti per la vendita nel periodo di pasqua, perché ci desse un montone, cioè un maschio in età giusta, che sarebbe rimasto nel nostro gregge qualche giorno, fino a che tutte le pecore non fossero state ingravidate.

“ad puteos aut alta greges ad stagna iubebo / currentem ilignis potare canalibus undam; /” 

Libro III, vv. 329-330

“voglio che i greggi bevano ai pozzi o agli stagni / profondi acqua corrente in canali d’elce”.

Per l’abbeverata noi usavamo tenere nella stalla un trogolo colmo d’acqua pulita. All’andata e al ritorno dal pascolo non mancavamo di far passare gli animali da una pozza sotto una sorgente o da un rigagnolo in fondo a un borro perché potessero bere. Anche durante la pastura tuttavia era in genere possibile che si dissetassero perché quasi sempre i pascoli avevano nelle vicinanze disponibilità di acqua, magari d’estate poca, ma c’era.

Badare alle pecore, cioè sorvegliarle mentre erano al pascolo, era in genere compito dei bambini, dei ragazzi che non fossero ancora adatti a dar mano nei lavori dei campi, e di quegli anziani che, al contrario, fossero ormai abbastanza malmessi da non farcela più con zappa e vanga. Le donne se potevano portavano loro il gregge al pascolo: lo ritenevano un riposo. Si portavano dietro la calza da fare e sferruzzavano mentre badavano alle pecore; il massimo del piacere era se in giro per boschi e campi incolti incontravano un’altra donna di un podere vicino e così con un occhio alle pecore e uno alla calza si facevano le loro chiacchierate. Tuttavia, bisogna dirlo, era raro che una donna si staccasse dalle faccende del campo e di casa per riposarsi qualche ora in questo modo.

Anche i ragazzi a volte si trovavano, ma non facevano la calza badando le pecore. Si perdevano nei loro giochi, col risultato a volte di perdere anche le pecore che sparivano alla vista in cerca magari di un campo di grano tenero o di una vigna in germoglio a primavera. Se il contadino trovava il gregge sul suo a far danno, lo raccontava ai genitori dei miseri pastorelli e allora erano dolori perché si rischiavano voci e frustate nelle gambe. Andava bene se le pecore si ritrovavano prima dell’ora del rientro a casa e se non avevano fatto danni, così nessuno veniva a sapere niente.

Momento problematico era la mungitura che iniziava dopo la vendita degli agnelli e andava avanti per qualche mese. Si doveva fare mattina e sera. Problematico per i bambini e i ragazzi perché, mentre uno dei due genitori, con secchio apposito, stava dietro la pecora per mungerla, la stessa doveva essere “tenuta ferma” dal ragazzino che le stava davanti e la stringeva “affettuosamente” per il collo. Era necessario fare così perché sennò la bestia (non tutte a dir la verità,  qualcuna era più docile) tendeva a scappare appena sentiva che le si stavano toccando i capezzoli. Per bambini e ragazzi non so perché era lavoro fastidiosissimo e se in casa c’erano due o tre fratelli era un litigare mattino e sera per decidere chi dovesse andare nella stalla a “tenere le pecore”. Se non toccava sempre al più bischero di casa, di solito la questione veniva risolta dai genitori con un paio di scapaccioni.

Il formaggio era compito delle donne. Dentro a un paiolo si faceva bollire il latte lentamente sul focolare dopo avervi immerso un sacchettino di tela contenente la “presuria” per farlo cagliare. La presuria era costituita dal “pelame” della corolla del cardo selvatico, raccolta e fatta essiccare a tempo opportuno. Avvenuta la cagliatura si tirava fuori la parte solida e la si metteva dentro un attrezzo circolare di legno (cascina) fatto in modo che si potesse ridurne o meno il diametro a seconda della quantità di cagliata. Quindi lavorando di mani la cagliata veniva strizzata dentro la cascina perché perdesse tutto il liquido (siero), infine si cospargeva di sale e si metteva nel granaio dove cominciava ad asciugare. Dopo qualche giorno la “forma” si liberava dalla cascina e lì cominciava la stagionatura.

Il siero che era uscito dalla “pigiatura” nella cascina e quello rimasto nel paiolo dopo la bollitura, veniva fatto bollire nuovamente a fuoco lento e se ne ricavava la ricotta. Il liquido finale lo si beveva: non erano pochi i giorni durante la mungitura che la mia colazione consisteva nella onnipresente fetta di pane con olio e sale e in un paio di bicchieri di siero. A proposito di cose personali ci fu un anno che mentre stavo a fare i miei compiti su in granaio, presi a rosicchiare ai bordi le forme di cacio in stagionatura.

Quando mia madre se ne accorse ci fu tutto un maledire i topi, ma non le ci volle molto ad accorgersi che viste le impronte dei denti i topi non potevano essere stati.

Per quanto riguarda il ruolo padrone-mezzadro nella gestione del gregge veniva diviso a metà il formaggio, la lana rimaneva al mezzadro, il ricavato della vendita degli agnelli diviso a metà o accantonato per le spese poderali, il latte di capra al mezzadro e i capretti, che erano due, uno ciascuno.

“Ignorante come una capra”. “Sei più ignorante della capra dei pompieri che andava a mangiar l’erba in Piazza della Signoria”. Questi erano due detti che ho sentito tante volte. Da precisare che per noi il termine “ignorante” non aveva il significato di “persona che non sa”, ma quello di testa dura, dispettoso, malevolo. Io delle mie capre ho un paio di ricordi. A volte le lasciavamo libere dalla stalla per farle girellare un po’ nell’aia. Una aveva a un certo punto preso l’abitudine di salire in cucina, al primo piano della casa, per curiosare o cercare di stare in compagnia con gli umani. Una volta che la porta era aperta e non c’era nessuno la trovai intenta a rosicchiarmi un’antologia. Io esibii a scuola con orgoglio la mia antologia rosicchiata da una capra col risultato che professori, compagne e compagni di classe mi presero in giro per tutto l’anno scolastico. Solo uno, che aveva anche lui una capra, disse che gli avrebbe portato nella stalla tutti i testi scolastici e anche i quaderni, così, precisò, avrebbe avuto una buona scusa per smettere di studiare.

Quando i due capretti cominciavano a giocare e saltare a destra e a manca, praticamente qualche giorno dopo la nascita, li lasciavamo liberi nell’aia. Erano buffi perché andavano a rompere le scatole alle galline, ai gatti, al cane e a qualunque cosa si muovesse, fino a che grazie a qualche pizzicata o graffio non imparavano a stare al loro posto. Se mi mettevo di fronte a loro a quattro zampe tendevano a cozzare, cioè a colpire la mia testa con la loro. Era un loro naturale e frequentissimo modo di giocare, un modo di addestrarsi alla vita. Fosse dipeso da loro ci avrebbero passato le ore. Io la smettevo di provocare questo gioco quando cominciavano a spuntar loro sulla testa quei bozzi che preludevano alle corna: smettevo perché non era più un combattimento alla pari.

 

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