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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Martedì, 21 Settembre 2021

bambiniLa lezione dell’Afghanistan, di Luciano Nicolini

Gli eserciti occidentali fuggono dal Medio Oriente. Il Pianeta si riscalda. Tutto avviene velocemente, più velocemente di quanto era previsto

Nella seconda metà di agosto le truppe statunitensi hanno abbandonato, dopo vent’anni, l’Afghanistan. E il paese è tornato in mano ai talebani. 

Questa volta, differentemente da quanto accadde cinquant’anni fa, quando le truppe d’occupazione abbandonarono il Vietnam, non abbiamo assistito a manifestazioni di entusiasmo da parte della sinistra. Allora in molti (ma io, da libertario, non ero tra quelli) pensavano che la vittoria dei vietcong aprisse la strada al socialismo; oggi, fortunatamente, quasi nessuno è convinto che la vittoria degli integralisti islamici apra la strada verso un mondo migliore.

Molti compagni, al contrario, chiedono a gran voce che l’Italia dia ospitalità a quegli afghani che fino a ieri hanno collaborato con le truppe italiane d’occupazione. Il che è più che giusto, intendiamoci, ma è curioso che tale richiesta provenga da chi è stato fin dall’inizio contrario a quest’impresa coloniale e non dal governo che l’ha voluta…

Una cosa tuttavia accomuna l’esperienza afghana a quella vietnamita: in entrambi gli scenari si è visto che non è possibile dominare a lungo un popolo che non vuole essere dominato dagli stranieri. Non ci riescono neppure gli Stati Uniti d’America, nonostante godano di una evidente supremazia militare a livello mondiale.

E questo invita a una riflessione.

Scrivono i compagni della Federazione Anarchica Italiana, nel comunicato riportato a pagina 6: «Le nostre vite sono toccate dalla guerra, perché per foraggiare l’esercito e l’industria degli armamenti si tagliano servizi essenziali, si escludono milioni di persone dall’accesso alle cure mediche, dall’accesso allo studio, dalla possibilità di vivere in un alloggio adeguato». Ed è senz’altro vero ma, come più volte ho fatto rilevare dalle colonne di questa rivista, la guerra è anche ciò che fino ad ora ha permesso agli Italiani di godere di buona parte delle risorse dei paesi poveri per cui,  come afferma in modo assai chiaro Gennaro Gadaleta Caldarola nell’articolo riportato a pagina 13: «Se la popolazione del mondo occidentale è solo il 20% della popolazione mondiale e consuma l’80% delle risorse del pianeta è difficile immaginare (nel mondo occidentale, n.d.r) una maggioranza politica che, qui ed ora, prenda la decisione di rinunciare alla abbondanza e consumare di meno lasciando quel che è giusto al resto del mondo. I neo-liberisti e i sovranisti infatti riescono a tutelare la minoranza più ricca del mondo occidentale e a sviluppare la loro idea di globalizzazione predatoria facendo leva su una concreta base di egoismo che affascina e convince molti, anche chi ha poco da guadagnare da questo regime». 

Ecco. Ciò che è accaduto in Afghanistan potrebbe servire a dimostrare a chi accetta la guerra (purchè sia lontana da casa sua) che continuare a sfruttare le risorse dei paesi poveri, oltre che poco etico, è anche, a lungo andare, impossibile: è oggi più che mai indispensabile cambiare modello di sviluppo, ispirandosi alla semplicità, alla libertà, all’uguaglianza, alla solidarietà.

Il cambiamento  climatico

Ma un’altra importante notizia ha circolato nel mese d’agosto, destando notevole preoccupazione. Mi riferisco ai dati contenuti nel rapporto IPCC dell’ONU sul cambiamento climatico del Pianeta, in cui si afferma, per la prima volta, che: “l’influenza umana ha inequivocabilmente riscaldato l’atmosfera, gli oceani e la terra”. Che tale riscaldamento sia in atto (in passato si era dubitato anche di questo) è reso evidente dallo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari. Ma l’edizione precedente del rapporto IPCC (2013) si limitava a considerare “estremamente probabile” che le attività umane ne fossero la causa principale. Nel 2007 ciò era ritenuto “molto probabile”. La versione pubblicata nel 1995, addirittura, parlava soltanto di una “percettibile influenza umana” sul clima.

Secondo il nuovo rapporto IPCC, inoltre, agire contro il cambiamento climatico non è mai stato così urgente perché soltanto lo scenario futuro più ottimista, quello che prevede una forte riduzione immediata dei gas serra, permetterebbe di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi. 

Un motivo in più per cambiare modello di sviluppo, ispirandosi alla semplicità, alla libertà, all’uguaglianza, alla solidarietà.

La Cina

Tornando alla questione afghana, molti opinionisti, nelle ultime settimane, hanno richiamato l’attenzione sulla guerra fredda in atto tra Cina e Stati Uniti d’America: la vittoria dei talebani sarebbe in realtà l’ennesima vittoria della Cina sul suo  competitore. 

Non saremo certo noi, che da quasi vent’anni collochiamo i grandi accadimenti della politica internazionale nel quadro dello scontro tra Cina e Stati Uniti, a negare che la fuga di quest’ultimi da Kabul segna un altro punto a favore del governo cinese. Ma dubito che alla Cina possa riuscire ciò che non è riuscito all’Unione Sovietica prima e agli USA poi. La vera lezione per l’Occidente mi sembra pertanto essere quella citata all’inizio di questo articolo: non è facile costringere popolazioni che non lo vogliono ad obbedire a lungo a governi imposti con la forza dall’esterno.

Ma se anche la Cina riuscisse dove l’URSS e gli USA hanno fallito, e conquistasse, poco a poco, l’intero Pianeta, sarebbe forse possibile garantire alla maggior parte della popolazione mondiale il livello di consumi che ora caratterizza l’Occidente? 

È lecito dubitarne. Certo molto può fare il progresso tecnologico, incrementando la produttività del Pianeta, e molto può fare anche la lotta agli sprechi connessi a sistemi di produzione, distribuzione e consumo ormai obsoleti, ma al momento attuale cambiare modello di sviluppo, ispirandosi alla semplicità, alla libertà, all’uguaglianza, alla solidarietà, sembra, nonostante tutto, la strada più facilmente percorribile.

I fatti, quindi, sembrano dare ragione a chi ne sostiene la necessità: diamoci da fare!

 

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