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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Sabato, 01 Gennaio 2022

covid SCRITTA“Vax” contro “NoVax”: perchè tanto rumore? di  Toni Iero

Una chiave di lettura per contribuire a spiegare l’asprezza dello scontro sociale innescato dal Coronavirus

Uno degli aspetti che più colpisce nell’antinomia “vax” – “no vax” è il tasso di violenza (fortunatamente per lo più solo verbale) instauratosi tra i due fronti. Ne è una riprova il fatto che, anche a livello personale, è ormai esperienza comune vedere amicizie che si raffreddano, gruppi che si spaccano, persone che smettono di parlarsi.

Tanta acrimonia appare difficilmente giustificabile da mere diversità di opinioni sugli aspetti terapeutici legati alla prevenzione e al trattamento di una malattia. Ci deve essere altro che spiega, più significativamente, la veemenza con cui si confrontano i due gruppi. Qui cercherò di mettere in fila qualche osservazione con l’unico obiettivo di capire cosa sta succedendo.

Per trovare qualche fattore esplicativo dell’attuale situazione, non è superfluo ripercorrere sinteticamente i cambiamenti subiti dalle società occidentali negli ultimi decenni. Un nuovo ceto è emerso dalla rivoluzione economica realizzatasi a partire dagli anni ’90 del secolo scorso: vi troviamo manager di imprese multinazionali, dirigenti di organizzazioni multilaterali, presidenti di grandi gruppi finanziari, accademici di alto profilo, esponenti di think tank, etc. Un ceto che, sebbene profumatamente pagato, non è il principale azionista delle imprese che dirige, ossia non detiene direttamente il capitale. Tuttavia lo gestisce e ne indirizza i flussi. In virtù di tale ruolo, il gruppo in questione ha conquistato il suo spazio al vertice della piramide sociale. Sappiamo bene che tutti i vincenti, amano attribuirsi molte virtù, ma questo raggruppamento sociale è particolarmente affezionato ad una: la competenza. “Loro” occupano i posti di potere perché sono bravi, sanno “come si fa”! Questa autorappresentazione fa sì che  altri soggetti, occupanti gradini più in basso nella scala sociale, si identifichino idealmente all’interno del mondo dei “competenti” (insegnanti, professionisti, burocrati pubblici: in generale, lavoratori con elevato titolo di studio). Un aspetto emblematico è che le persone che compongono questa “superclasse” si sentono più vicine tra loro, indipendentemente dalla distanza geografica che le separa, che non con i loro connazionali appartenenti ai ceti inferiori: “loro” sono cittadini del mondo! Gli altri, invece, sono legati al territorio dove sono casualmente nati, evocano, in un contesto diverso, l’idea della servitù della gleba.

Il processo che ha portato al potere questa nuova superclasse ha trasformato i precedenti sistemi politici liberaldemocratici in un nuovo regime: il neoliberismo tecnocratico. Ciò non deve stupire, poiché i tecnocrati dovrebbero essere, per definizione, persone selezionate sulla base della loro competenza. Questa evoluzione si è associata ad importanti cambiamenti nelle nostre società:

- a livello economico (globalizzazione, delocalizzazione, immigrazione, ridimensionamento del peso dei sindacati, stagnazione salariale e precariato);

- a livello politico (scomparsa dei partiti di massa, prevalenza degli organismi multilaterali sui governi eletti, totale subordinazione della politica alle esigenze dei potentati economici);

- a livello culturale (questa superclasse è portatrice di un ambientalismo di facciata, di una dialettica tutta incentrata sulle minoranze, della diffusione del pensiero “politicamente corretto”).

L’ultimo livello si è rivelato come il vero strumento vincente che la superclasse ha messo in campo nella competizione sociale. Infatti, il profilo sfuggente di questo ceto ha disorientato (e tutt’ora disorienta) molte persone. Per esempio, i “competenti” si identificano, economicamente, con il pensiero neoliberista (quindi, sono di destra?), ma culturalmente essi sono ecologisti e politicamente corretti (ma allora sono di sinistra?). Quest’ambiguità di fondo ha permesso alla superclasse, una minoranza della popolazione, di trovare, di volta in volta, alleati (spesso altre minoranze e, talvolta, addirittura ceti che avrebbero dovuto essere avversari) con cui sconfiggere i raggruppamenti sociali concorrenti.

Si è così avviata una graduale rivoluzione neoliberista, calata dall’alto. Proprio a causa del profilo sfuggente della superclasse, c’è voluto parecchio tempo affinché si manifestasse una reazione dal basso, palesatasi solo a partire dagli anni ’10 di questo secolo. Infatti, siamo di fronte ad una combinazione inusuale, dove i “rivoluzionari” sono al vertice della piramide sociale e i “reazionari” si trovano alla sua base. Dopo alcuni decenni di progressivo impoverimento, una buona parte dei membri della classe operaia si è resa conto che i partiti tradizionali (anche, anzi soprattutto, quelli di sinistra) stavano ignorando e avrebbero continuato ad ignorare i loro interessi. 

A quel punto, gli sconfitti della globalizzazione hanno cercato i loro paladini altrove: peccato che sul “mercato” della politica fossero disponibili solo improbabili demagoghi populisti. Nella maggior parte dei casi, i beneficiari di questa migrazione, che non ha interessato solo le urne, sono state formazioni di destra. Il conseguente spostamento elettorale ha generato fenomeni come la Brexit, l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti o il successo di liste populiste (e/o sovraniste)  in numerosi Paesi.

Questo “tradimento”  (ma come, gli “ignoranti” non votano più neanche i nostri partiti!) ha ulteriormente inasprito la contrapposizione  tra la superclasse dei “competenti” e ampie quote degli abitanti dei piani inferiori della piramide sociale. Da qui l’atteggiamento di sufficienza, quando non di profondo disprezzo, esibito dalle élite verso i loro concittadini meno ricchi e meno istruiti: ne è un ottimo esempio Hillary Clinton la quale, nel 2016, nel corso di una cena di suoi sostenitori appartenenti alle comunità gay, non ha esitato a definire la metà degli elettori di Trump come razzista, sessista, xenofoba e islamofoba.

In questo acceso scontro, l’arrivo della pandemia è stato l’innesco perfetto per un nuovo corto circuito sociale. Infatti, per fronteggiare la diffusione di un virus sconosciuto non si potevano utilizzare i “rimedi della nonna”, ma si è dovuto ricorrere al parere di virologi, scienziati, statistici, medici. Insomma, proprio di alcuni esponenti di quella superclasse che tanto disprezzo manifesta per le masse “ignoranti” e nella quale queste ultime non ripongono più alcuna fiducia. È da questo atteggiamento che è scaturito il rigetto aprioristico delle raccomandazioni dei “competenti”. I quali, da parte loro, si sono spesso coperti di ridicolo sostenendo, con granitica certezza, tutto e il contrario di tutto. Sottraendosi sistematicamente al confronto con chi portava dati che gettavano dubbi su molte loro affermazioni. Rendendo così un pessimo servigio proprio a quella scienza di cui si sentono esclusivi depositari (è una questione di cui sarà opportuno riparlare in seguito). Ma, tornando alle masse popolari, il rifiuto di qualsiasi cosa venisse proposta è stato spesso giustificato con teorie talmente strampalate che, se non ci fossero di mezzo milioni di morti, avrebbero reso gli anni 2020 e 2021 come i più divertenti del XXI secolo.

Fin da subito molti hanno addirittura negato l’esistenza stessa del virus. Ricordo un amico (futuro no vax) che, ancora agli inizi della pandemia, mi inviava compulsivamente dei video di John Magufuli, presidente della Tanzania, in cui lo statista spiegava che il virus non veniva rilevato in nessuna delle analisi realizzate nel suo Paese. Quindi non poteva esistere. Poi, ad un certo punto, non mi sono più arrivati tali video e, casualmente, dopo un po’ ho scoperto che il presidente tanzaniano si era ammalato ed era morto… di covid!

Poi, una volta che gli “esperti”, non senza alcune convulsioni concettuali, hanno raccomandato l’uso della mascherina per limitare il contagio, qualcuno non ha avuto difficoltà a sostenere che l’uso prolungato della mascherina, anche di quella chirurgica, avrebbe soffocato le persone e, comunque, danneggiato irreparabilmente il sistema respiratorio dei “mascherinati”.

Ma è con l’arrivo dei vaccini che si è scatenata la fantasia della legione complottista. Si è cominciato con la teoria secondo cui il virus (sì, quello che prima non esisteva) era stato inventato da Big Pharma per vendere vaccini. Affermazione del tutto bizzarra: avendo lavorato per cinque anni nel campo medicale e farmaceutico posso assicurare che le imprese del settore i soldi li fanno “curando”, non prevenendo le malattie! Ma la trovata veramente “geniale” è stata quella secondo cui la vaccinazione servirebbe a coprire un’occulta macchinazione volta ad iniettare un microchip sottocutaneo a tutta la popolazione. Non posso che rendere pubblico omaggio a siffatta creatività.

Insomma, qualsiasi proposta provenisse dagli “esperti” e dai governi loro collegati, la risposta era un no: no virus, no mask, no vax, no green pass. In definitiva, si è creato una sorta di fronte del “no tutto”, favorito dalle inevitabili contraddizioni e dagli evitabilissimi atteggiamenti di sufficienza assunti dai “competenti”. I quali non esitano a descrivere tutti i loro antagonisti “no vax” come degli idioti sub umani (peraltro, ricambiati dagli estremisti “no tutto”), facendo nascere il sospetto di assistere ad uno scontro tra due gruppi ormai antropologicamente diversi.

E tuttavia, si capisce bene come l’efficacia politica di chi si oppone a qualsiasi provvedimento, indipendentemente da un’analisi di merito, sia assai scarsa. Soprattutto quando vi è una reale pandemia in atto e, spesso, si motiva tale generalizzato rifiuto con congetture a dir poco stravaganti. E questo è un peccato, poiché sia il metodo che il merito di diverse misure assunte dal governo italiano (come da altri governi) erano discutibili, se non del tutto inaccettabili, come nel caso dell’incomprensibile stato di emergenza prolungato ad oltre due anni.

Per queste ragioni, a mio parere, il conflitto sul virus va inquadrato come un episodio del più generale conflitto tra le classi dominanti,  dove i “competenti” svolgono un ruolo centrale, e il popolo. Uno scontro in atto ormai da un decennio. Certamente, nella disputa sulla pandemia entrano in gioco anche altri motivi e le posizioni delle singole persone sono spesso assai più articolate. Ma, in definitiva, per spiegare la sfiducia e la rabbia del popolo, così come il sarcasmo e il disprezzo dei “competenti”, non si può non ricorrere al concetto di odio di classe.

 

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