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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Venerdì, 01 Marzo 2024

Soldato I nodi vengono al pettine, di Luciano Nicolini (n° 271)

Guerra, crisi climatica, rivolta degli agricoltori, e ancora guerra

Sono passati quattro mesi da quando, per l’ultima volta, ho parlato di guerra mondiale su questa rivista.

In particolare, riflettendo su di una frase di Bergoglio («Per me, oggi, è scoppiata la terza guerra mondiale») mi chiedevo se davvero fosse già iniziata, e se c’è una relazione tra quanto sta avvenendo in Ucraina e quanto sta avvenendo in Palestina.

 «Non penso – scrivevo a proposito di Putin - che intendesse (né che intenda) scatenare una guerra mondiale. Nemmeno penso che intenda farlo il governo degli USA, sostenitore di Zelensky, anche se certamente sta approfittando della situazione per indebolire la Russia e assicurarsi la sudditanza dell’Europa».

Il conflitto tra Hamas e Israele «sembra invece inquadrarsi nel contesto del conflitto arabo-israeliano che si protrae ormai da oltre ottant’anni. È ben vero che dietro ad Hamas c’è l’Iran, grande nemica di Israele, ma è piuttosto improbabile che, al momento, l’Iran intenda scatenare un conflitto mondiale. Quanto a Israele, è notoriamente appoggiato dal governo degli USA, che non perde occasione per ricordarlo, ma non penso che quest’ultimo abbia interesse ad impegnarsi su di un secondo fronte (secondo rispetto a quello ucraino)».

Quanto alla Cina «che, come ormai tutti sanno, è il vero candidato a sostituire gli USA nel dominio sul mondo, è senz’altro lieta di vedere i suoi concorrenti indebolirsi reciprocamente, ma non sembra aver fretta di scatenare un conflitto con gli USA». 

Concludevo scrivendo: «gli elementi che possono portare a una terza guerra mondiale, purtroppo, sono tutti presenti. E potrebbe essere sufficiente una scintilla per innescare l’incendio. Ma non mi sembra si possa affermare con certezza che tale guerra è già iniziata».

Gli schieramenti

Nel corso degli ultimi mesi non ho cambiato idea, ma gli schieramenti di un prossimo conflitto mondiale sembrano delinearsi: Russia e Cina, storicamente nemiche, da tempo si appoggiano vicendevolmente; e la prima guarda con interesse all’Iran, capofila di un gruppo di stati (o parastati) arabi che comprende anche Hamas. L’Unione Europea si piega ogni giorno di più ai voleri del governo degli Stati Uniti d’America che, sia pure senza troppo entusiasmo, appoggia Israele in funzione antiraniana.

Le alleanze, in politica, mutano rapidamente, ma dietro ai due schieramenti che si vanno formando c’è un conflitto reale, che oppone gran parte dei paesi “occidentali”, che hanno dominato (e sfruttato) il pianeta nel corso degli ultimi secoli, alle nazioni emergenti (o desiderose di emergere).

La crisi climatica

Nel frattempo la crisi climatica preannunciata dagli scienziati, sembra accelerare. 

Secondo il Servizio per il cambiamento climatico di Copernicus (C3S), nel 2023 la temperatura media globale è stata di 14,98°C; rispetto al livello preindustriale (1850 -1900) la temperatura sarebbe già salita di 1,48° C, a un soffio dalla soglia di sicurezza di +1,5° C individuata dalla comunità scientifica.

«Gli eventi estremi che abbiamo osservato negli ultimi mesi testimoniano in modo drammatico quanto siamo lontani dal clima in cui si è sviluppata la nostra civiltà – ha dichiarato Carlo Buontempo, direttore C3S – Se vogliamo gestire con successo il nostro portafoglio di rischi climatici, dobbiamo urgentemente decarbonizzare la nostra economia».

In Europa sembra che la crisi climatica corra a velocità quasi doppia rispetto alla media globale (in Italia a velocità quasi tripla) mentre coloro che più hanno tratto, e traggono, profitto da questo insostenibile modello di sviluppo non sembrano intenzionati ad abbandonarlo, se non facendo pagare i costi della necessaria trasformazione alle classi subalterne.

La rivolta degli agricoltori

È in tale contesto che in Europa stiamo assistendo alla rivolta dei contadini.

L’agricoltura europea, notoriamente, si regge in gran parte su finanziamenti pubblici: troppo forte risulta la concorrenza dei prodotti a basso costo che arrivano (a costo ancor più basso) dai paesi poveri. Pare che gli stati europei intendano tagliare i finanziamenti. C’è chi dice che si tratta di una conseguenza del conflitto tra Russia e Ucraina, per sostenere la quale stanno spendendo cifre astronomiche. E chi dice che lo fanno per far pagare ai lavoratori di quel settore i costi di una trasformazione del modello di sviluppo non più rimandabile.

Pronunciarsi nel merito è impossibile, anche perché una spiegazione non esclude l’altra, e l’unica cosa che si può rilevare è, appunto, il taglio di quei finanziamenti che consentono ai piccoli produttori di vivere decorosamente.

A me sembra ovvio che, con i tempi che corrono, un minimo di autosufficienza alimentare debba essere perseguito, così come la diminuzione delle emissioni di gas serra nell’atmosfera.

Un paese di guerrafondai

Ma il governo italiano è in tutt’altre faccende affaccendato. 

Apprendiamo da “Virgilio Notizie” del 6 febbraio che l’ammiraglio Fabio Agostini, intervistato da Eleonora Lorusso circa l’impegno complessivo dell’Italia nelle missioni militari all’estero (a cui si è appena aggiunta quella nel Mar Rosso) ha dichiarato: «Oggi siamo impegnati con circa 13.000 militari,  dei quali  7.500  sono impegnati in  trentaquattro operazioni in venticinque Paesi nel mondo. Di queste  ventisei  sono sotto l’egida di organizzazioni internazionali di riferimento come Onu, Nato, Ue, mentre otto sono basate su accordi bilaterali o specifiche coalizioni internazionali. Ci sono altri 5.500 militari in tre operazioni nazionali:  Strade sicure,  la  Difesa aerea nazionale  e la  Vigilanza pesca.   Questo è un impegno molto importante che, attraverso il fianco est della Nato arriva fino al Mar Baltico, poi al Medio Oriente e all’Africa, interessando appunto il Mar Rosso, il Corno d’Africa e il Golfo Persico, dunque quell’area che viene definita del  Mediterraneo allargato».

Ed è solo l’inizio: pare che negli stessi giorni Stefania Craxi, presidente della Commissione Difesa del Senato, abbia affermato: «Noi andremo nel Mar Rosso a difendere gli interessi nazionali, e da che mondo è mondo questo lo si fa anche con le armi, se necessario».

Alla faccia della costituzione della Repubblica italiana…

 

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