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Categoria: Economia e finanza
Creato Lunedì, 07 Novembre 2022

graficoL’Italia alla canna del gas: navigazione in acque sconosciute, di Toni Iero

Lo scoppio della pandemia, le diverse modalità in cui è stata gestita nei vari Paesi, l’approfondirsi della rivalità tra Stati Uniti e Cina e la recente aggressione da parte della Russia contro l’Ucraina stanno manifestando un rilevante impatto sul sistema economico mondiale.

Uno degli effetti legati alla pandemia è stato il riaccendersi dell’inflazione. La ragione di tale fenomeno monetario sta nell’interruzione delle catene internazionali di fornitura. Il blocco delle attività, in particolare gli effetti dei ripetuti lockdown in Cina, ha avuto pesanti ripercussioni su quasi tutte le filiere produttive mondiali. 

La scarsa disponibilità di materie prime, semilavorati e prodotti finiti, evidenziatasi all’atto della riapertura produttiva, ha determinato un generale aumento dei prezzi alla produzione che, puntualmente, si sono scaricati su quelli al consumo. Si noterà, nel grafico sotto (da tradingeconomics.com), come il prezzo del gas metano, dopo i minimi toccati a cavallo tra il 2019 e il 2020, abbia cominciato progressivamente a salire, con una prima fiammata nel corso della primavera del 2021.

A rafforzare tale processo è poi intervenuta anche la crescente rivalità tra Cina e Stati Uniti, con il tentativo americano, già in corso sotto l’amministrazione Trump, di riportare sul territorio nazionale alcune tra le più importanti attività manifatturiere. Si tratta di una strada che difficilmente porterà grandi risultati ma, laddove riesca, comporta un apprezzabile aumento dei prezzi (i costi di produzione negli USA sono, in generale, maggiori di quelli asiatici).

In realtà, un po’ di inflazione sarebbe stata più che gradita nell’Unione Europea, preda di una lunga stagnazione economica (anche se con diffusione assai diversa tra i vari Stati). Un controllato incremento dei prezzi avrebbe permesso, tra l’altro, di uscire dalla bizzarria dei tassi di interesse negativi, sintomo finanziario di una evidente patologia economica e sociale, nonché fattore di rischio per il sistema bancario (e assicurativo). Sottolineiamo, inoltre, come l’inflazione sia un fenomeno che favorisca i debitori, ecco perché questa è la benvenuta per tutti gli Stati indebitati, come l’Italia.

Come se non bastasse, dopo il primo round del 2014 (culminato con l’annessione della Crimea e la nascita di un paio di repubbliche separatiste filorusse), nel febbraio di quest’anno si sono riaccese le ostilità tra Russia e Ucraina, con la prima che ha lanciato la “operazione militare speciale”, in pratica un attacco militare in grande stile contro l’Ucraina. 

È quanto purtroppo stiamo tuttora vivendo, con un crescendo di reciproche accuse tra “Occidente” e Federazione Russa, quest’ultima sostenuta (prudentemente e fino ad un certo punto) dalla Cina. Come ritorsione contro l’attacco militare scatenato da Mosca, l’Unione Europea ha deciso di imporre pesanti sanzioni economiche e finanziarie alla Russia, su evidenti pressioni di Washington. Tra i provvedimenti figura anche la scelta di non ricorrere più all’acquisto di prodotti energetici russi, poiché il denaro così ricavato permette al Cremlino di rimpinguare le proprie casse con risorse finanziarie utili anche a coprire i costi della guerra.

Senonché numerosi e importanti Paesi europei facevano ampio affidamento proprio sulle risorse energetiche russe per far funzionare le proprie economie. Questo è vero, in particolare, per Germania ed Italia. In questi due Paesi (come anche in altri) la quota di energia importata dalla Russia sui consumi interni è (era) talmente elevata da rendere estremamente difficile trovare altri fornitori in grado di sostituire petrolio e, soprattutto, gas russo. Si tratta, in primo luogo, di un problema di quantità ma, non va sottovalutato, anche di un problema di costi e di affidabilità.

Questa strategia europea ha causato un rilevante rialzo dei prezzi, soprattutto del gas naturale, più difficilmente sostituibile del petrolio. Le conseguenze per i cittadini europei non hanno tardato a manifestarsi: ulteriore incremento del prezzo delle materie prime energetiche e di tutti quei prodotti (anche agricoli) provenienti dai due contendenti. La concatenazione produttiva (e, non nascondiamocelo, diverse azioni speculative) ha poi portato ad un incremento generalizzato dei prezzi. 

Vi sono alcune considerazioni cui non ci si può sottrarre. La prima è che tale situazione appare destinata a perdurare a lungo. Il livello dello scontro è talmente alto che sarebbe già un buon risultato evitare di approfondire le divisioni: non si può non essere preoccupati dall’eventualità dello scoppio di una guerra generalizzata. Inoltre, temo che il dado sia stato tratto: si va verso un confronto, tra Occidente (a guida statunitense) e il duo Cina - Russia, che ha ormai assunto i contorni di una nuova guerra fredda (sempreché, come si spera, tale rimanga). Per svariati motivi, di cui abbiamo ampiamente discusso in passato, l’Unione Europea non ha alcuna possibilità di giocare un ruolo autonomo. Pertanto, con tutta probabilità, il vecchio continente non avrà altra scelta che seguire il percorso definito dagli Stati Uniti. 

La divaricazione delle posizioni è talmente grande che ormai si sta riflettendo anche in termini di aree valutarie: si sta infatti delineando un’area occidentale appoggiata sul dollaro e, in subordine, su euro e yen; e una vasta area alternativa, baricentrata in Asia, il cui principale fulcro monetario è lo yuan cinese (si vedano anche i recenti accordi sottoscritti dai Paesi aderenti alla Shanghai Cooperation Organization - SCO). 

Una seconda considerazione riguarda il futuro del sistema economico italiano, simile, per quanto riguarda le forniture energetiche, a quello tedesco. Nella precedente fase di globalizzazione, naufragata a seguito del dilagare del covid, la struttura  produttiva dei due principali Paesi manifatturieri in Europa si basava sull’energia affidabile e a basso costo fornita dalla Russia che favoriva la competitività delle imprese nazionali, permettendo loro di esportare in tutto il mondo (specialmente in Cina e negli USA). Tale “gioco” ha permesso alla Germania, e in misura minore all’Italia, di costruire la propria forza economica, grazie ad enormi avanzi commerciali con l’estero. Questo modello produttivo ormai è stato reso del tutto obsoleto dagli avvenimenti in corso: la disponibilità di energia appare meno ampia che in passato e, soprattutto, i costi difficilmente torneranno ai valori precedenti. 

Non va poi dimenticato che il saldo attivo della bilancia commerciale ha permesso al nostro Paese di convivere con un debito pubblico “monstre”. Se si dovesse tornare a conti con l’estero strutturalmente in rosso, i problemi di finanza pubblica sarebbero destinati a peggiorare ulteriormente, con i prevedibili interventi su tasse (in aumento) e spesa dello Stato (in riduzione).

Vi è poi una terza considerazione: diventa ormai impellente trovare una soluzione in grado di far funzionare le imprese manifatturiere italiane, garantendogli un minimo di competitività internazionale. Allo stato attuale, la radice di tutto è la necessità di fornire energia in quantità sufficienti e ad un prezzo ragionevole. Compito non facile, poiché la riconversione del sistema energetico nazionale richiede tempi lunghi e, nel passato, l’Italia (e gli italiani) ha preferito evitare del tutto di porsi tale problema, cosicché nessuna seria scelta di politica energetica è mai stata presa. Il rischio che si corre è di assistere nei prossimi mesi ad una ondata di chiusure di imprese, con il conseguente balzo in alto della disoccupazione. Si tratterebbe di una bomba sociale che nessun governo italiano ha risorse per disinnescare. È preoccupante che, su questo aspetto, vi sia una comunicazione pubblica reticente, in giro ci siano poche idee e, oltre tutto, queste appaiono ben confuse.

 

 

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