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Categoria: Letture
Creato Lunedì, 02 Maggio 2022

CastagneCasa Tomaggia, di Rino Ermini

Casa Tomaggia esiste ancora oggi. Ci si arriva con una strada bianca, aperta ai primi del XX secolo, che risale la valle affiancando il torrente che la discende; da questa strada, a un certo punto, si imbocca a sinistra una carrareccia, un tempo lastricata e ormai ridotta a sentiero, che si inerpica sui pendii boscosi del Poggio di Corte Castiglioni. Casa Tomaggia esiste, ma è soltanto ruderi; e i campi intorno solo occhi esperti possono indovinarli nei resti di muri a secco delle terrazze, fra quercioli, ginestre, scope, prugnoli e macchie di pruni. Il sentiero prosegue dopo i ruderi, aggira una forra percorsa da un rivolo d’acqua limpida, esce dai boschi per entrare negli oliveti di Case Figlinelli e ridiscende verso Pian di Tegna

Sono alcuni ragazzi di questo paese a tener pulito il sentiero perché lo usano come pista da motocross, in guerriglia perenne con gli ambientalisti e le guardie forestali, ma non con i cacciatori di cinghiali, che danno una mano a tenerlo pulito perché lo trovano comodo per portarsi dentro la macchia a bracconare e poi scaricare a valle, a spalla, imbracati in un palo di castagno, gli animali uccisi.

Casa Tomaggia, dove non vive più nessuno da almeno sette decenni, era un podere difficile e povero, l’ultimo verso la montagna di una grande fattoria. Chi accettava di andare a starci e provare a camparci vuol dire non solo che non aveva trovato di meglio, ma anche che era con l’acqua alla gola. Fra le due guerre ci viveva una famiglia che, quando vi arrivò, nei primi anni Venti, era composta da tre uomini validi: il capofamiglia, vedovo, sulla sessantina ma ancora in gamba; due suoi figli, con le rispettive mogli; e infine due bambini e tre bambine, figli delle due coppie, il più grande dei quali, una femmina, aveva sette anni.

Quindi una famiglia più che buona per fare i contadini in una mezzadria. Ma era una famiglia che aveva delle idee niente affatto gradite ai proprietari terrieri, ai preti e alla forza pubblica. Potremmo dire, per farla breve, al potere in genere e, in particolare, al regime di allora. Idee di giustizia e di libertà, apprese e maturate a grandi linee, semplici e chiare. Era uno dei due figli che le aveva portate in casa queste idee. Subito dopo la Prima guerra quest’uomo, mentre il resto della famiglia stava in un buon podere, sempre a mezzadria, era operaio alle miniere, di là dalla valle, dove quelle idee erano ben radicate in molti lavoratori. Quando venne il Regime, lui perse il lavoro e l’intera famiglia ebbe la disdetta dal podere. Così finirono a Casa Tomaggia. Lassù non c’era nessuno con cui parlare. Potevano parlare fra sé. O con qualcuno quando scendevano in paese alla bottega, per comprare il pane e poco altro.

Ma non era gente quella da perdersi d’animo. E andando lassù sapevano bene che cosa avrebbero trovato: un podere povero, pochi olivi e quasi niente viti perché si era già al confine fra alta collina e montagna e il clima cominciava ad essere poco adatto per queste colture; pochi frutti, se si fa eccezione per castagni e meli; una sola vacca da lavoro, perché in quegli stretti campi a terrazza un tiro a due era impensabile; poteva valere un po’ di più un gregge di una ventina di pecore e qualche capra, da ingrossare ogni anno allevando qualche agnella; alcune arnie per il miele, due o tre maiali da campare a ghiande, e legna in abbondanza, per il focolare e per gli attrezzi del podere.

In paese non erano tutti sostenitori sfegatati del Regime. Questo lo sapevano. Ad esempio, visto che a Tomaggia il grano non bastava, si misero d’accordo col fornaio per avere il pane che mancava, in cambio di fascine di ginestre e scope per scaldare il forno. E quando un gerarcuccio locale del regime andò dal fornaio a sollevare la questione di quelli di Tomaggia cui dava il pane  in cambio di fascine, il fornaio che era una bestia d’uomo capace di accopparne tre con un solo manrovescio, e soprattutto era l’unico in paese a fare il pane per chi non aveva un proprio forno o non sapeva farlo, gli rispose che se volevano, lui e il regime, che smettesse di dare il pane a quella gente in cambio di fascine, che andasse lui, il gerarcuccio, a farle, invece di stare al circolo dalla mattina alla sera e farsi rimirare gli stivali lucidati.

Il capoccia in accordo con i propri famigliari, fin dai primissimi tempi che erano lassù, stabilì che non doveva mancare niente, prima di tutto per i bambini e per le donne. Non erano di quelli che pensavano che i bambini non valessero nulla finché non erano in grado di lavorare e che le donne dovessero mangiare in piedi dopo che avevano mangiato gli uomini, se qualche cosa avanzava nei piatti. Più che strano, potrà sembrare poca cosa, ma poca cosa non era, che in questa famiglia ci fosse l’abitudine di sedersi intorno a un tavolo per discutere le questioni di casa e prendere decisioni insieme; e in una delle prime di queste riunioni che fecero in Tomaggia, seduti intorno al tavolo dopo cena, uomini e donne (mentre i bambini erano intorno al focolare che ascoltavano), decisero che ogni domenica per essi, per i bambini, ci dovesse essere in tavola almeno un dolcetto: le uova c’erano, il miele pure, la farina si prendeva dal fornaio con una fascina in più. In questa discussione poi, fu l’ex operaio delle miniere a dire che per il momento, per non aggravare la situazione delle massaie e di tutta la famiglia, le due coppie avrebbero dovuto fare attenzione a non mettere al mondo altri figli. “Quando finirà questo regime di merda, perché finirà, avremo nipoti, e andrà bene lo stesso”. E un’altra cosa importante fu detta: noi non siamo mai stati gente da  litigare,  né  fra  noi  né con i vicini, ma ora facciamo più attenzione che mai, perché l’armonia fra noi ci aiuterà, e dovrà essere massima. Anche con i vicini, che poi tanto vicini non sono, ma questo non vuol dire molto, dobbiamo averci buoni rapporti; qualcuno non ne vorrà sapere di noi, e noi non faremo una piega: accetteremo senza batter ciglio per non creare conflitti con gente che sono, come noi, contadini e lavoratori. 

Si salvarono così. Questa fu la loro Resistenza per venti anni. Niente di notabile per la storia ufficiale, ma forse sarebbe bello che anche questo tipo di storia diventasse degna di menzione. Entrarono a pieno titolo nella Resistenza, quella ufficiale, dal settembre 1943 al luglio 1944, quando il podere Tomaggia fu una base della brigata partigiana che operò in quei monti; ma quelle due o tre volte che in nove mesi gli sgherri fascisti salirono lassù convinti di far buona caccia perché sapevano che tipo di famiglia ci stava, trovarono il vuoto. Nemmeno “il caldo” trovarono, come si diceva da queste parti. Trovavano solo il vecchio, le due donne, le tre ragazze, i due figli ormai attempati. Chi li avvisava? Allora non si è mai saputo. E dopo, finita la guerra, nemmeno. Forse un personaggio che viveva giù in paese e che sapeva e vedeva tutto e che nei mesi della Resistenza ci stava dentro fino al collo. Questo personaggio però non salì mai al podere Tomaggia, mentre ci saliva spesso un contadino anziano, credente e devoto, sempre intorno al prete, che viveva al Borro delle Volpaie e che, lui diceva, per spirito del Vangelo e per amor di Dio, con quelli di Tomaggia ci parlava e ogni tanto passava a fargli visita, se per caso avessero avuto bisogno di qualcosa.

I due figli maschi, dico i due nipoti, che erano più o meno a metà strada fra i venti e i trenta nel ’43, l’anno prima erano partiti per la leva a distanza di poco tempo l’uno dall’altro. Ma nessuno dei due arrivò al reparto di destinazione. Saliti sul treno alla stazione di partenza, erano scesi alla stazione successiva. Disertarono alla prima fermata. A piedi avevano aggirato i monti trascorrendo molti mesi nascosti fra i carbonai, fino a che, iniziata la Resistenza armata, non entrarono nella brigata che operava nella loro zona e che, come abbiamo detto, ebbe una base a Casa Tomaggia.

Nemmeno un anno dopo  la fine della guerra, Casa Tomaggia si svuotò per sempre. La famiglia che ci aveva vissuto per oltre due decenni si smembrò in due nuclei. Uno prese la via della città per andare a lavorare in fabbrica. L’altro rimase contadino in un podere migliore, non presentendo che di lì a poco anche la mezzadria sarebbe finita. La memoria di  quelli che vissero in Tomaggia ai tempi del Regime, nella nostra zona è rimasta viva a lungo, ma oggi si è persa perché nei fatti nessuno più è vivo della gente di allora.  Si può dire che ne rimanga una labile traccia in qualcuno che da ragazzo quella storia l’abbia sentita raccontare dai vecchi. E in chi, senza nemmeno magari averne sentito parlare, porta in sé e fa vivere, non solo nella memoria, ma nella vita di ogni giorno, le idee e i valori che quei contadini, pur fra grandi difficoltà, seppero difendere, custodire e rendere concreti.

 

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