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Categoria: Cinema
Creato Sabato, 06 Febbraio 2021

bridgertonBridgerton, recensione di Luca Baroncini  (n°240)

Non appena una serie diventa di successo viene mediamente distrutta. Non c’è sport preferito che smontare ciò che piace, se non a tutti comunque a molti, per elevarsi un po’ dalla marmaglia. 

Accade anche con la nuova produzione di Shonda Rhimes (a lei dobbiamo, tra gli altri, “Grey’s Anatomy” e “Scandal”), creata da Chris Van Dusen basandosi su “Il duca e io”, uno degli otto volumi che compongono la saga letteraria firmata da Julia Quinn. 

Il fine della serie è chiaro fin da subito: intrattenere. La connotazione storica precisa durante la Reggenza inglese (dal 1811 al 1820) potrebbe trarre in inganno, perché la serie non vuole documentare il passato che, anzi, reinventa completamente, ma parlare all’oggi. Ecco quindi un’ improbabile corte multietnica dove la regina Carlotta non è caucasica e le questioni razziali non sono causa di lotte sociali perché già risolte. Una scelta di campo che pare una immediata dichiarazione di intenti, come a dire “ciò che state per vedere non ha alcuna attinenza con la realtà, ma ne è una rielaborazione personale, fantasiosa e, chissà, magari contagiosa”. 

Appurato ciò, è un prendere o lasciare. Accettare di stare al gioco delle scaramucce affettive tra la virginale, ma presto consapevole, debuttante in società Daphne e l’ostinato libertino, ma in fondo cuor d’oro, Simon, duca di Hastings, oppure rifiutare una modernità solo di facciata dove si finiscono per celebrare per l’ennesima volta i riti dell’aristocrazia, l’ideale romantico e lusso e ricchezza come obiettivi di vita. A ognuno decidere l’ardua sentenza. 

Ma è davvero così importante schierarsi e prendere di petto un prodotto che fa della frivolezza la sua arma di seduzione? Certo, poteva essere una serie più profonda, problematica in ogni sua parte, meno attenta ai presunti palpiti del cuore, a non macchiare il candore dei protagonisti, a una pruderie da romanzetto rosa, ma sarebbe stato altro. Inutile, insomma, cercare in “Bridgerton” ciò che “Bridgerton” non è in grado di offrire. Quindi tanto vale godersi l’intrattenimento, l’attenzione per i dettagli di scenografie e costumi (questi ultimi perfetto contraltare dei personaggi che li indossano), la cura delle psicologie, soprattutto femminili (i caratteri maschili sono invece un po’ più scolpiti), quegli interpreti perfetti per le emozioni e gli stati d’animo che devono veicolare, l’aggiornamento al presente di dinamiche in fondo trite ma universali, dove la propria personale realizzazione deve fare i conti con l’ambiente e l’epoca in cui si vive, con tutte le ribellioni e/o i compromessi che ne conseguono. Anche quell’andamento da telenovela “très chic” in cui scandali, segreti e misteri si succedono al ritmo di balli, inchini regali e biscotti al burro. 

Poi, non si prenota un posto particolare nella memoria ed esaurisce la sua efficacia nella visione, ma non ne ha neanche l’intenzione e perlomeno regala maggiore mordente ed evasione di altri prodotti affini ma più dozzinali. 

Si consiglia la versione in originale, anche solo per ascoltare Julie Andrews dare voce alla misteriosa Lady Whistledown. La serie è disponibile su Netflix dove, nelle prime settimane di programmazione, ha avuto 63 milioni di visualizzazioni (utenti che ne hanno visto almeno 3 minuti).

 

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