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Categoria: Cinema
Creato Martedì, 21 Settembre 2021

il muro che copre la passerellaVenezia 78, di Luca Baroncini

Se l’anno scorso il festival di Venezia aveva rappresentato la capacità del cinema di resistere in tempo di pandemia, quest’anno si è respirata un’aria di quasi normalità. Sì, la mascherina in sala era obbligatoria, i posti distanziati e la passerella nascosta agli occhi del pubblico da un (brutto) muro, ma era anche evidente la voglia di lasciarsi alle spalle tutto il grigiore accumulato negli ultimi due anni. Ne sono stati un chiaro segnale l’arrivo in massa di divi americani, pubblico e accreditati, tutti felici di tornare a vivere in presenza uno dei festival più importanti e amati del mondo. 

Non sono mancati i problemi organizzativi, soprattutto nella gestione delle prenotazioni online dei film, ma nel complesso tutto è andato nel migliore dei modi, con tanto cinema da ogni parte del mondo (cinquantanove i paesi rappresentati), ben cinque titoli italiani in concorso e cinque registe donne candidate al Leone d’Oro, nel tentativo di dare concretezza, e non solo belle parole, al tema caldo dell’inclusione.

Volendo trovare un filo rosso  a legare i film visti, si potrebbe dire che gli schermi sono stati popolati da molte madri “imperfette”, lontane dallo stereotipo che le vuole con uno spirito materno inattaccabile e in grado invece di fare scelte controcorrente. A partire dalle Madres paralelas di Pedro Almodóvar, che hanno aperto il festival, per proseguire con Olivia Colman in vacanza da sola in Grecia per fare i conti con le ferite ancora aperte del passato (The Lost Daughter di Maggie Gyllenhaal, premio alla sceneggiatura), Kate Hudson lap-dancer in cerca di una vita migliore (Mona Lisa and the Blood Moon di Ana Lily Amirpour) e Jessica Chastain in crisi con il marito Oscar Isaac anche a causa delle scelte lavorative a discapito della famiglia (le cinque intense puntate della serie tv Scene da un matrimonio di Hagai Levi). 

I premi attribuiti dalla giuria presieduta dal regista coreano Bong Joonho hanno rispettato solo in parte le previsioni. Se i film con i maggiori riscontri critici non sono rimasti a bocca asciutta (l’autobiografico ma non ombelicale È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, il potente Il potere del cane di Jane Campion, l’intenso Madres paralelas d Pedro Almodóvar), due scelte hanno invece rimescolato le carte: la Coppa Volpi per il migliore attore al filippino John Arcilla per On the Job: the Missing 8 di Erik Matti, che in un festival di grandi interpretazioni (Benedict Cumberbatch, Oscar Isaac, Toni Servillo) non era mai neanche stato preso in considerazione tra i papabili, e il Leone d’oro al francese 12 settimane di Audrey Diwan, apprezzato ma non ritenuto tra i favoriti.

Un’opera intensa, cruda e splendidamente interpretata dalla giovane e talentuosa Anamaria Vartolomei, su un tema forte (l’aborto clandestino, in questo caso in Francia negli anni ‘60), però già affrontato dal cinema con risultati che si ricordano più incisivi (la Palma d’Oro 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu). La domanda che ci si pone è: sulla decisione della giuria avrà inciso più la forma cinematografica o la voglia di attirare l’attenzione su un argomento importante, ampiamente dibattuto ma costantemente messo in discussione? Quale che sia la risposta la scelta, probabilmente derivante da un intreccio di motivazioni, è ovviamente più che lecita, perché i premi attribuiti dalle giurie sono sempre frutto della sensibilità di pochi artisti e quindi altamente soggettivi. L’importante è che i film programmati al Lido vengano distribuiti e visti in sala. E qui entriamo in scena noi.

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